la Repubblica, 11 maggio 2018
A proposito del conflitto d’interessi
Tuonava Luigi Di Maio il 26 aprile: «Metteremo fine al conflitto d’interessi». Roba da far venire i sudori freddi a Silvio Berlusconi, che replicava colmo d’ira: «Vuole fare un esproprio proletario come negli anni Settanta, è un pericolo per la democrazia e la libertà». Il Cavaliere era riuscito a tenere a bada la sinistra per un quarto di secolo e ora, all’improvviso, si trovava davanti un’orda intenzionata a seguire senza se e senza ma la linea scandita da Beppe Grillo in persona: «Qui o si risolve il conflitto d’interessi o continueremo a prenderlo in quel posto» (2007). Da mesi il nervo scoperto del Cavaliere veniva stuzzicato. «Se qualcuno mi vota la legge sul conflitto d’interessi mi ci metto insieme», prometteva Roberta Lombardi un mese prima delle elezioni. E un mese dopo il voto lo stesso Di Maio annunciava che «nel contratto di governo alla tedesca ci sarà la fine del conflitto d’interessi». Dando il via al martellamento, fino all’acme di quel 26 aprile. Ma in quei giorni il forno con il Partito democratico era in piena funzione. Chiuso quello, e riaperto con successo il forno dei leghisti alleati di Berlusconi, la promessa rischia ora di evaporare con rapidità superiore a quella con cui un camaleonte cambia il colore della pelle. Lo si capisce dai toni. Il conflitto di interessi «resta sul tavolo del programma», ci hanno fatto sapere ieri, anche se Di Maio risponde a chi lo incalza come avrebbe fatto Arnaldo Forlani ai tempi del Caf: «Discuteremo di tutto quello che c’è nei rispettivi programmi con pazienza perché il contratto che ne uscirà sarà l’unione di due programmi non sempre compatibili». Se faccia parte, o meno, del prezzo da pagare al Cavaliere per la sua “benevolenza critica” da assicurare al governo Lega-M5S non è chiaro. Di sicuro è un brutto copione già visto in troppe occasioni. Questa rischia di essere la settima evaporazione consecutiva dal 1994. Alla sua “discesa in campo” Berlusconi, in quanto proprietario di tre reti tivù in concessione pubblica, sarebbe ineleggibile: naturalmente se fosse interpretata nel modo corretto una disposizione del 1957. Invece fanno finta di niente, tanto la gioiosa macchina da guerra dei progressisti è sicura del successo: ma perde. Due anni più tardi l’Ulivo annuncia sfracelli in caso di vittoria: però parte la bicamerale D’Alema-Berlusconi per le riforme mentre in parlamento arriva fra gli ulivisti anche un certo Vittorio Cecchi Gori, che ha appena comprato tre reti televisive e la giunta delle elezioni non ci trova niente da ridire. Nel 2001 Berlusconi fa cappotto e le Camere approvano una legge sul conflitto d’interessi grottesca e inutile, considerato che non prevede alcuna sanzione: al massimo una sculacciata, toccata peraltro solo a un anonimo sottosegretario e a un commissario governativo. Nel 2006 torna Prodi con un governo che ha dentro due partiti comunisti, ma dura troppo poco e poi nessuno ha davvero voglia di smuovere le acque. Due anni più tardi riecco Berlusconi, e la faccenda finisce ancor più nel dimenticatoio. Nel 2013, poi, Forza Italia va addirittura al governo con il Partito democratico. E siamo al 2018, con il conflitto d’interessi che rischia di svanire per la settima volta in un Paese nel quale la politica è talmente ipocrita da averne fatti almeno cinque, in sessant’anni, di provvedimenti per regolare i rapporti fra chi ha incarichi pubblici e i propri affari. Ma sempre riuscendo, insieme, a porre le condizioni per non applicarli. E prendere così in giro, di volta in volta, gli italiani. Che non accada più.