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 2018  maggio 11 Venerdì calendario

L’Europa si prepara alla linea dura

Dal nostro corrispondente BRUXELLES «Ma in Italia è davvero possibile la formazione di un governo populista a guida antieuropea? Siamo molto preoccupati...». La frase di Wolfgang Schaeuble, pronunciata due settimane fa in un incontro a porte chiuse a Tallinn, rende bene l’idea di come in queste ore l’Europa stia vivendo la sterzata verso un gabinetto gialloverde. Sorpresa, smarrimento e preoccupazione, sono i sentimenti che si raccolgono a Bruxelles. Ma la prima reazione dei leader dell’Unione all’eventuale esecutivo Salvini-Di Maio non sarà aggressiva. Anzi, per non scatenare ulteriori riflessi anti- Ue e nel nome del pragmatismo si metterà alla prova la nuova squadra di governo senza scossoni, in linea con quello che a Bruxelles hanno ribattezzato lo “schema Varoufakis”: come ai tempi del vulcanico ministro greco prima si peseranno le mosse del nuovo governo e solo dopo, eventualmente, si reagirà. Le prime valutazioni saranno fatte oggi proprio dal presidente della Commissione, Jean- Claude Juncker, che a Firenze per le giornate sull’Europa incontrerà i vertici italiani. Gli europei si preparavano a un governo di tregua, preoccupati per l’eventuale debolezza sullo scacchiere Ue di un premier con la scadenza si attrezzavano per aiutare Roma. Ora tutto cambia, perché in questi mesi nessuno a Bruxelles ha mai creduto possibile la nascita di un governo grillo- leghista. A microfoni spenti tutti riconoscono che sarebbe un esecutivo politicamente forte, in teoria capace di incidere sui vari dossier – cominciando dai migranti – sfruttando le divisioni tra le altre capitali. Per questo l’accoglienza di Bruxelles sarà improntata sulla leale collaborazione con Roma, senza strappi, sperando che calati al governo leghisti e grillini abbandonino i toni di guerra. Ad esempio, il 23 maggio la Commissione nelle raccomandazioni all’Italia non dovrebbe imporre subito la manovra bis da 5,2 miliardi così come non dovrebbe indurire le richieste per la finanziaria di ottobre, limitandosi a chiedere la correzione dei conti 2019 dello 0,6% del Pil, una decina di miliardi per disinnescare il balzo dell’Iva come da regole Ue. Ma se i toni del governo saranno di rottura, se Di Maio e Salvini vorranno mantenere le varie promesse elettorali sfondando a suon di debiti le regole del Patto di stabilità, le cose cambieranno. I primi a reagire, si pronostica, sarebbero capitali come Berlino, Parigi o l’Aja. Probabilmente Juncker aspetterebbe ad aprire le ostilità, ponendosi come mediatore. Tuttavia in una situazione simile sarebbe proprio Roma a metterebbe in difficoltà la Bce di Draghi e sarebbero i mercati i primi a punirla. E c’è chi sussurra che la Ue lascerebbe volentieri che fossero loro a fare il lavoro sporco (ieri lo spread è salito a 137 punti e la Borsa è scesa dello 0,96%), scommettendo che a quel punto il governo si piegherebbe alle norme europee. Stesso discorso sui migranti: se Roma lasciasse gli alleati mediterranei per mettersi nella bocca del leone – il gruppo di Visegrad guidato da Polonia e Ungheria – con ricette sovraniste come la sospensione dei salvataggi in mare, anziché migliorare o rinviare il compromesso che si sta profilando per il summit Ue di fine giugno rischierebbe di subire decisioni ancora peggiori, trovandosi poi scoperta dal punto di vista della solidarietà alla prossima crisi dei flussi. Insomma, sarà importante che Lega e M5S trovino toni e atteggiamenti giusti per entrare nel gioco europeo, altrimenti nel giro di pochi mesi il Paese potrebbe trovarsi ostracizzato, scoperto sui migranti, con i mercati contro e magari in procedura per deficit eccessivo. Un rischio per la tenuta italiana e dunque dell’Unione come da profezia del padre della Brexit, Nigel Farage: «Con questo governo l’Europa salterà!».