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 2018  aprile 16 Lunedì calendario


In morte di Paolo Taviani

Paolo Mereghetti per il Corriere della Sera
La malattia che li aveva costretti, per la prima volta in 52 anni di carriera, a dividersi sul set di Una questione privata, ieri ha definitivamente spezzato una coppia – i «fratelli Taviani» – che ha attraversato il cinema italiano con coerenza e passione. Vittorio Taviani (quello con i baffi e un berrettino bretone sempre in testa) era il primogenito, nato il 20 settembre 1929 a San Miniato (Paolo due anni dopo, nel 1931) in una famiglia illuminata e antifascista che seppe trasmettere ai figli l’amore per la cultura attraverso la musica e il melodramma. Poi, nel dopoguerra, sarà il cinema a segnarli, a cominciare dalla visione di Paisà.
Dopo aver diretto una decina di cortometraggi esordiscono insieme a Valentino Orsini con Un uomo da bruciare (1962), storia di un sindacalista siciliano in lotta con la Mafia. Sempre in tre dirigono I fuorilegge del matrimonio (’63), dove la formula del film a episodi serve per sostenere la proposta di legge sul «piccolo divorzio». Separatisi da Orsini, dirigono Sovversivi (1967) sui dubbi di quattro militanti comunisti, uno interpretato da Lucio Dalla, e il più ambizioso (ma meno riuscito) Sotto il segno dello scorpione (’69) dove lo scontro tra rigore ideologico e compromessi realistici prende forma in un passato mitico. 
Sarà con San Michele aveva un gallo (’72) e Allonsanfàn (’74) che il loro cinema trova una forma più efficace, capace di affrontare temi politici (l’anarchismo utopico nel primo, la coerenza dell’impegno nel secondo) attraverso storie e ambientazioni ottocentesche per guardare però alle speranze e ai fallimenti delle spinte sessantottine. Un’ambizione didattica che troverà la sua consacrazione con Padre padrone, sul riscatto del figlio di un pastore sardo, Palma d’oro a Cannes, la prima mai assegnata a un film coprodotto da una televisione (la Rai di Paolo Valmarana). 
Il successo offre ai due fratelli la possibilità di girare film più ambiziosi come La notte di San Lorenzo (1982, premio speciale della giuria a Cannes) dove la lotta partigiana in Toscana è riletta attraverso squarci fantastici, come Kaos (1984) su alcune novelle di Pirandello o come Good Morning Babilonia (1987) sull’avventura di due scalpellini nella Hollywood degli anni Dieci. 
Ma proprio i discutibili risultati di questo film finiscono per farli ripiegare verso opere segnate da un’eleganza estetica fine a se stessa ( Il sole anche di notte, 1990, da Tolstoj; Fiorile, 1993; Tu ridi, 1998, ancora da Pirandello) o da una «impronta» televisiva ( Le affinità elettive, 1996; Resurrezione, 2001; Luisa Sanfelice, 2003; La masseria delle allodole, 2007), finendo per pagare anche in termini di pubblico la coerenza con un’idea di cinema poco in sintonia con tempi.
Perché da sempre i Taviani hanno fatto film costruiti sull’idea di contraddizione: un cinema neorealista che critica i presupposti del neorealismo; un cinema politico che cerca strade non-ideologiche; un cinema «mitologico» che vuole ancorarsi alle concretezze del presente. Un cinema molto legato alla loro formazione marxista non ortodossa, attenta al «messaggio» ma sempre pronta a metterne in discussione i contenuti e le forme, che ha difeso la necessità di lottare contro tutti i poteri e che ha sempre chiesto all’arte l’impegno a confrontarsi con il presente, come sono riusciti a fare magnificamente con Cesare deve morire (2012, Orso d’oro a Berlino) e in forme più metaforiche ma ugualmente vive anche in Maraviglioso Boccaccio (2015, dal Decamerone ).
Con Una questione privata (2017), l’ultimo loro film tratto dal romanzo di Fenoglio, diretto dal solo Paolo ma firmato da entrambi, la loro esperienza comune si è interrotta per la crudeltà della malattia. E che ci lascia l’immagine di una coppia legata da una sintonia straordinaria – ma non litigate mai? ho chiesto una volta: «Certo, ma non sul set, quando giochiamo a tennis» – lontana dalle mode e dai compromessi, orgogliosa delle loro riservatezza. La stessa che eviterà i funerali «spettacolo» e porterà alla cremazione di Vittorio in una privatissima cerimonia familiare.

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Valerio Cappelli per il Corriere della Sera
 Roma Aveva il timore che si potesse speculare sulla separazione forzosa da Paolo, loro che al cinema, dal 1960, hanno avuto una voce sola, fotogramma dopo fotogramma. Vittorio lo scorso anno non riuscì a salire sulle montagne piemontesi con Paolo, per Una questione privata. Ma il progetto apparteneva anche a lui, i dialoghi, la scelta dei luoghi e dei protagonisti. Tanto che si scelse la formula: un film di Paolo e Vittorio Taviani, regia di Paolo Taviani. E Paolo, minore di due anni, sopraffatto dal dolore ora vuole solo ricordare ciò che dicevano insieme, citando Tolstoj, quando gli chiedevano perché fate cinema? «Per amore, ed essere amati da persone che forse non incontreremo mai». Il cinema che al buio si nutre di desiderio e mistero. 
Tre anni fa, dopo una cena in casa di amici, uscendo in pieno centro a Roma, Vittorio fu investito da un’auto. «Sentii un grande colpo alla schiena», ci disse. Quello che sembrava un incidente non così grave, innescò problemi neurologici su un fisico già provato da altre cose. Vittorio si barricò in casa, a due passi dall’Orto Botanico, accanto a quella di un altro maestro del cinema, Bertolucci. Accettò di farsi vedere per parlare di Fenoglio, seduto accanto al piano in cui suonava Verdi le cui pagine, dalla Messa da Requiem al Macbeth, hanno accompagnato il loro cammino sullo schermo. La musica, scoperta grazie al Maggio Fiorentino, è la vita di due suoi figli, Giuliano compositore e Francesca al cello, poi c’è Giovanna, documentarista; eppure non vollero mai, lui e Paolo, fare una regia d’opera, benché invitati più volte. 
In pubblico si fece vedere una sola volta, l’immancabile basco, alla Festa del cinema che aveva dedicato un omaggio ai fratelli. Per Vittorio, il mondo in cui era cresciuto e aveva creduto «non esiste più». L’amarezza era ammantata dalla grazia che non l’ha mai abbandonato, così come le altre qualità in comune con Paolo: il rigore e la passione di un cinema non politico ma che ha una visione politica. «Volevamo inventare uno stile, conciliando il neorealismo di Rossellini alla finzione del linguaggio della lirica». Invece, smarrito dai nuovi demagoghi della politica, non ritrovava la forza dell’utopia. Con Paolo raccontava aneddoti. Zavattini: «Senza conoscerlo, bussammo alla porta della sua casa sulla Nomentana. Volevamo esordire con un documentario su San Miniato, dove siamo nati, ci disse: potevate telefonarmi prima! Se mi riassumete ciò che volete fare in tre frasi, funziona. C’era un forte antifascismo. Fu bocciato in censura: ordine pubblico. Un carabiniere annotò, figli di un bravo avvocato, sono due noti esistenzialisti sovversivi. Ci suggerì il titolo di un film successivo». Mastroianni: «In Allonsanfàn recitava in modo teatrale, non sapevamo come dirglielo, alla fine gli suggerimmo: pensa che stai camminando in piazza del Popolo. E lui, girata una scena, ci diceva di aver capito urlando: piazza del Popolo!». Vittorio parlava di un cinema evocativo, austero, viscerale, un’epicità semplice nutrita del grano dei campi toscani. Il confronto con la natura in senso leopardiano, il mare così presente, letteratura e classicismo, Pirandello, Boccaccio... «Maraviglioso» Vittorio. 

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Gloria Satta per il Messaggero 
In silenzio, come aveva sempre vissuto, se n’è andato a 88 anni dopo una lunga malattia il regista Vittorio Taviani. In coppia con il fratello Paolo, 86, aveva firmato non pochi capolavori del cinema italiano da I sovversivi (1967) al recentissimo Una questione privata, passando da Padre padrone, Palma d’oro a Cannes nel 1977, La notte di San Lorenzo (Gran Premio della Giuria sulla Croisette nel 1982), Kaos ispirato a Pirandello (1984) e Cesare non deve morire, rivisitazione della tragedia shakespeariana ambientata nel carcere di Rebibbia e interpretata dai veri detenuti, vincitore dell’Orso d’oro a Berlino nel 2012 e gran successo internazionale. Riservatissimo ma ironico, l’inconfondibile cappellino con la visiera, l’anno scorso Vittorio già provato dal male aveva co-diretto da casa Una questione privata, ispirato alle storie della Resistenza di Fenoglio e presentato in anteprima alla Festa di Roma: esaminava ogni giorno il materiale girato e si confrontava con Paolo, oggi devastato dal dolore, che per la prima volta era costretto a partecipare a un festival da solo e raccontava: «Abbiamo lavorato come sempre, dialogando e litigando. E tante volte ci siamo sbattuti il telefono in faccia!».
SEMPRE INSIEMEMa la loro simbiosi umana e artistica, durata mezzo secolo, è stata ininterrotta e inscindibile. Come tanti fratelli del cinema - Lumière, Coen, Dardenne - i Taviani (che hanno un altro fratello regista, Franco Brogi Taviani, e due sorelle) hanno condiviso tutto. Sul set dei loro film si sono alternati alla direzione di ogni singola scena. Hanno avuto in comune l’identica visione del cinema inteso come testimonianza civile ma mai privo di dimensione poetica, passione politica, cultura umanistica in cui brillava Tolstoj, rispetto per la storia, difesa della libertà e della giustizia sociale. Insieme, con le rispettive famiglie, hanno sempre trascorso le vacanze sull’amatissima isola di Salina, nelle Eolie. E abitato a Roma poco lontani uno dall’altro: Paolo a Trastevere, Vittorio a Monteverde. Toscano di San Miniato, nato il 20 settembre 1929, figlio di un avvocato antifascista, Vittorio frequenta la Facoltà di Giurisprudenza a Pisa e con Paolo anima il cineclub della sua città. Nel 1954 i due fratelli, affiancati dall’amico partigiano Valentino Orsini, debuttano dietro la cinepresa realizzando una serie di documentari a sfondo sociale (San Miniato luglio ’44, L’Italia non è un Paese povero) rispettivamente con la collaborazione di Zavattini e Joris Ivens. Il primo film è del 1962: Un uomo da bruciare, con Gian Maria Volonté nel ruolo del bracciante-sindacalista siciliano Salvatore Carnevale, ucciso dalla mafia, Premio della Critica a Venezia.
RIGORE ETICODa allora in poi la filmografia dei Taviani si arricchisce di titoli che hanno fatto grande il cinema italiano incarnando un’idea di rigore etico e formale e conquistando numerosi premi internazionali. San Michele aveva un gallo, apologo sui due modi di intendere la rivoluzione, quello anarchico e quello marxista, Allonsanfàn con Marcello Mastroianni e Lea Massari ambientato nell’Europa della Restaurazione, Padre Padrone (dall’omonimo romanzo di Gavino Ledda) che trionfa a Cannes nell’anno in cui Roberto Rossellini guida la giuria e, assegnando il massimo premio ad uno dei primi film coprodotti dalla televisione, scatena un putiferio. Nell’82 i Taviani tornano a colpire al cuore con La notte di San Lorenzo, protagonista la gente comune sullo sfondo della Seconda Guerra mondiale.
Dopo aver diretto Kaos, Good morning Babilonia (1987), Fiorile, Le affinità elettive (da Goethe), Tu ridi, lavorano anche per la tv: Resurrezione, Luisa Sanfelice precedono i film La masseria delle allodole dal romanzo di Antonia Arslan sul genocidio armeno, Maraviglioso Boccaccio ambientato durante la peste del 1348 e ispirato al Decamerone, protagonisti dieci giovani che esorcizzano la paura e rimandano all’epoca contemporanea. La notizia della morte di Vittorio è stata data dalla figlia Giovanna, apprezzata documentarista e anima di un importante festival che si tiene a Salina. Il corpo del regista verrà cremato e non ci saranno funerali pubblici.