Il Sole 24 Ore, 31 marzo 2018
Il ritmo democratico dei 44 giorni (medi) tra voto e giuramento. I primati del terzo governo Berlusconi (24) e di Amato nel ’92 (83)
È il «ritmo democratico» di cui ha parlato il commissario europeo agli Affari economici Pierre Moscovici per assicurare che Bruxelles sarà prudente e rispettosa delle procedure istituzionali in corso a Roma dopo il voto; è l’apprezzamento espresso da Luigi Di Maio, capo del M5S, nei confronti del Quirinale che non sta «mettendo fretta alle forze politiche». In una parola: è il fattore-tempo di cui sempre si deve tenere conto quando una democrazia si sottopone al rinnovo del Parlamento per darsi un nuovo Governo. Ci sono passaggi obbligati dettati da Costituzione e regolamenti parlamentari e altri di carattere contingente (risultati, programmi, intese tra alleati). Tutto ciò produce un numero che nella storia repubblicana è 44: la media dei giorni trascorsi tra il voto e il giuramento del primo esecutivo di legislatura.
Sono i tempi della politica di cui fece subito conoscenza il Silvio Berlusconi della discesa in campo. «Mi sono fatto garante della possibilità di dare un buon governo a questo Paese, capace di operare con efficacia e determinazione – disse fiducioso il 30 marzo ’94 dopo la clamorosa vittoria -. Questo sta avvenendo: arriveremo a farlo, e a farlo presto». Due settimane più tardi il Cavaliere dovette riconoscere che «per fare una buona squadra ci vuole un tempo ragionevole. I tempi saranno molto più lunghi». Sulla sua strada trovò un presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, determinatissimo a far valere le proprie prerogative in materia di nomina dei ministri (spetta al Quirinale su proposta del premier). Ne scaturì lo stop a Cesare Previti al ministero della Giustizia e la lettera del 10 maggio in cui il Capo dello Stato dettava le condizioni al futuro titolare degli Esteri («piena fedeltà alle alleanze, alla politica di unità europea, alla politica di pace») e a quello dell’Interno, casella riservata alla Lega («rispetto del principio dell’Italia una e indivisibile»). Il giorno dopo il governo (il primo senza i partiti che avevano scritto la Costituzione) giurò. Le urne erano state chiuse 44 giorni prima.
Quell’esperienza durò poco ma, in fatto di tempi, il Cavaliere riuscì a migliorarsi: nel 2001 giurò nelle mani di Carlo Azeglio Ciampi ad appena 29 giorni dal voto del 13 maggio e, sette anni più tardi, per la sua terza volta a Palazzo Chigi scese addirittura a 24. Un primato ineguagliato. In quel caso accadde qualcosa di inedito: il risultato delle elezioni produsse una maggioranza talmente netta che Berlusconi, quando ricevette l’incarico da Giorgio Napolitano, lo accettò senza la rituale riserva e, anzi, presentò contestualmente la lista dei suoi ministri.
A quei tempi, il 2008, era in vigore il Porcellum ma sulla gestiazione dei governi la legge elettorale non fa miracoli. Con lo stesso sistema di voto che produsse il record berlusconiano, infatti, si creò lo stallo del 2013, quando ci vollero 62 giorni per arrivare al governo di grande coalizione guidato da Enrico Letta. Un periodo, dal voto al giuramento, nel quale ci fu il tentativo a vuoto di Pierluigi Bersani e la mossa di Napolitano di nominare due gruppi di saggi per lasciar decantare il quadro politico e trovare punti programmatici sui quali far confluire i partiti.
Sulla durata dei travagli pesano i passaggi d’epoca. O i loro prodromi. Anche nel ’79 ci vollero 62 giorni per veder nascere il governo guidato da Francesco Cossiga: dopo le elezioni di giugno il capo dello Stato Sandro Pertini aveva affidato l’incarico a Bettino Craxi che sarebbe potuto diventare il primo presidente del Consiglio non democristiano. La Dc si oppose e dopo 15 giorni il leader socialista si arrese. Due anni più tardi il tentativo riuscì ma a un repubblicano: Giovanni Spadolini. Schema simile dietro il picco del 1963, in un periodo di gestazione che avrebbe portato al primo governo di centrosinistra. Dopo le elezioni, Aldo Moro fallì il tentativo di un accordo con i socialisti; la palla passò a Giovanni Leone che, a 54 giorni dal voto, mise insieme un governo monocolore democristiano. Un esecutivo di passaggio che pochi mesi dopo lasciò a favore proprio di un governo Moro: il primo con la partecipazione di ministri socialisti.
Il 1992 fu l’anno dello sconquasso e la legislatura che cominciò ad aprile ne porta i segni : si votò in primavera, in piena Tangentopoli, e il governo guidato da Giuliano Amato giurò solo in estate, anche perché prima il Parlamento dovette eleggere un nuovo Capo dello Stato. In mezzo 83 giorni di passaggio (primato negativo), durante i quali accaddero molte cose, tra cui l’uccisione di Giovanni Falcone.
Dal 4 marzo scorso sono trascorsi 27 giorni, mercoledì cominciano le consultazioni e le manovre tra vincitori lasciano pensare che sarà difficile tenersi sotto 44, la linea rossa. Un «ritmo democratico» che gli osservatori internazionali sembrano rispettare. Per ora.