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 2018  marzo 31 Sabato calendario

Il vicepresidente di Facebook in un documento riservato: «Crescere a qualunque costo. Anche se dovesse costare delle vite»

«Crescere a qualunque costo. Anche se dovesse costare delle vite». Non poteva esserci momento peggiore per il leak che ha reso pubblica una nota interna di Andrew “Boz” Bosworth, 36 anni, uno dei vicepresidenti di Facebook e uno dei capi del social network più apprezzati dal fondatore e ceo Mark Zuckerberg, al fianco del quale lavora dal 2006. Il memo, pubblicato il 18 giugno 2016 e poi cancellato dal suo autore(cosa che ha avuto l’effetto di sollevare ancora maggiori perplessità), sarebbe servito, allora, a «stimolare la discussione interna».
Decontestualizzato, questa la tesi difensiva, mette in tutt’altra luce la filosofia alla base delle strategie di Facebook. Molto negativa, ovviamente. Soprattutto in giorni (quando si dice, il tempismo) in cui il colosso di Menlo Park è sotto un fuoco di fila per lo scandalo Cambridge Analytica, il cosiddetto “datagate”: in sintesi, dati di oltre 50 milioni di “amici” utilizzati dalla società britannica a fini di profilazione e targeting politico durante le ultime elezioni americane. Sul tema Zuckerberg dovrà testimoniare il 10 aprile davanti a una commissione giustizia del Senato Usa.  
Ma cosa diceva esattamente il memo di Bosworth che nessuno avrebbe mai dovute leggere al di fuori di Menlo Park e che invece, due anni dopo, è stato reso pubblico da Buzzfeed? «Connettiamo le persone. Punto. Ecco perché tutto il lavoro che facciamo per la crescita è giustificato. Tutte le pratiche discutibili per importare i contatti, tutto quel linguaggio sottile che aiuta gli utenti a essere cercati dagli amici. Forse a qualcuno costa la vita perché si espone ai bulli, forse qualcuno muore in un attacco terroristico coordinato grazie alla nostra piattaforma. Ma connettere le persone è il nostro imperativo». E dopo veniva il meglio, o forse il peggio. «La parte brutta della faccenda(il memo è intitolato proprio “The Ugly”) è che crediamo così profondamente nel collegare le persone, che qualunque cosa ci permetta di connetterne di più e più spesso è sostanzialmente positivo». Qualunque cosa, appunto.
Dopo la rivelazione del sito americano Bosworth, su Twitter, ha preso le distanze. Da sé stesso: «Non sono d’accordo e non lo ero neanche due anni fa (allora era responsabile delle strategie pubblicitarie, da pochi mesi dirige invece la divisione hardware), quando l’ho scritto. Lo scopo, come altri documenti che ho condiviso in passato, era portare alla luce questioni che meritavano discussioni più ampie all’interno dell’azienda». Secondo il vice presidente di Facebook discutere di temi controversi e delicati «è una parte cruciale del nostro lavoro» anche se questo può tradursi nel discutere di aspetti molto negativi, «magari per decidere di eliminarli». Ecco perché divulgare la nota estrapolandola dal contesto può fare apparire quello che c’è scritto «come la mia posizione o la posizione dell’azienda, cosa che non è assolutamente». In realtà, sostiene ancora Bosworth nel tweet di ieri, «ho a cuore gli effetti del nostro prodotto sulle persone e mi sento personalmente responsabile di renderli positivi». È innegabile che questo brutto episodio arrechi un nuovo duro colpo alla reputazione del social network, che ha subito un crollo verticale di fiducia da parte degli utenti, secondo un sondaggio di SurveyMonkey pubblicato ieri, ed ha pagato caro il “datagate” a Wall Street, perdendo circa 60 miliardi di dollari di capitalizzazione in pochi giorni: nelle ultime due sedute c’è stato un rimbalzo, portando il bilancio a un pur eloquente -14 %. 
A tutto questo ha cercato di porre un freno Zuckerberg. “Non abbiamo mai creduto – ha dichiarato il ceo del social network – che il fine giustifichi i mezzi. Io e tante persone in Facebook siamo fortemente in disaccordo con quel documento. Bosworth è un manager talentuoso che dice molte cose provocatorie». Basterà questa presa di distanze a placare la tempesta che si sta abbattendo su Silicon Valley, con l’opinione pubblica disorientata dalla campagna #deleteFacebook – a cui hanno aderito grossi nomi come Elon Musk di Tesla o Cooper Hefner di Playboy – e i grandi investitori che potrebbero decidere di cambiare il loro atteggiamento nei confronti della casta dell’hi-tech? Intanto Zuckerberg ha dovuto incassare, un paio di giorni fa, un commento tagliente proprio da un “collega”, il ceo di Apple, Tim Cook: «Non ci sarei finito – ha detto – in questa situazione. Potremmo guadagnare tantissimi soldi se i nostri clienti fossero il nostro prodotto. Ma abbiamo deciso che non lo sono». Certo anche Apple raccoglie tanti dati personali. Che cosa esattamente se ne faccia, è un’altra storia.