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 2018  marzo 25 Domenica calendario

Sono scampato ai social: non invidio i giovani direttori. Intervista a Bernard Haitink

Bernard Haitink è un mito vivente non solo del podio, ma dell’intero universo classico. A 89 anni, con 62 anni di carriera, a Pasqua tornerà a dirigere l’Orchestra Mozart nel primo dei quattro concerti che terrà fino all’8 a Lugano e Bologna: due programmi diversi che accostano le sinfonie di Mozart e Schubert.
Maestro, che significato ha questo progetto?
«Bologna è la casa spirituale dell’orchestra: è nata lì grazie a Claudio Abbado, penso sia importante mantenere questo legame. Il Lac di Lugano è una sala perfetta per un’orchestra come la Mozart e per questo repertorio: è un lusso meraviglioso poter maturare là i programmi».
Perché proprio le sinfonie di Mozart e Schubert?
«Perché sono nel Dna di questa formazione e sono capolavori assoluti: potrei sentirle ogni giorno rimanendone ogni volta stupito: il finale della Jupiter mi sciocca con la sua fuga stupefacente, nell’ Incompiuta e nella Grande di Schubert c’è tutto: intimità, dramma, poesia».
Perché è sempre lei a dirigere l’Orchestra Mozart?
«Perché m’invitano! E accetto sempre volentieri per un motivo molto semplice: suona benissimo».
Che cosa rende speciale quest’orchestra?
«C’è uno spirito collettivo unico, quando sono tornato da loro l’ho percepito subito. La formano musicisti di livello assoluto che adorano suonare assieme, quando ne hanno la possibilità vi si dedicano totalmente: la considerano una parte importante della loro vita professionale e umana. È sorprendente, soprattutto pensando al panorama odierno, vedere come quest’orchestra sia riuscita dopo più di un anno di inattività a mantenere una sua identità precisa».
Perché «soprattutto pensando al panorama odierno»?
«Tanti anni fa c’erano differenze più marcate tra le orchestre. Da giovane mi divertivo ad ascoltare la radio e indovinare se a suonare fossero i Berliner o i Wiener Philharmoniker. Oggi è difficile identificarle, le orchestre sono più “unisex”: sono decisamente più internazionali e più virtuosistiche, perché oggi il livello tecnico medio è altissimo, ma hanno perso parte della loro personalità».
Ed è cambiato anche il pubblico?
«Sento tante lamentele sui pochi giovani che vanno ai concerti, ma le sentivo già cinquant’anni fa… Dove i biglietti sono abbordabili, come a Berlino, vedo platee piene di giovani».
E il suo modo di far musica?
«Certamente gli anni, le esperienze e la storia mi hanno influenzato. La filologia ha modificato il modo con cui oggi si suona Mozart. Per il grande repertorio romantico invece non penso che il mio modo di dirigere sia cambiato rispetto a 30, 40 o 50 anni fa. È cambiato il gesto, dicono sia diventato più piccolo: sa, gli anni passano, si invecchia e il fisico non ha più l’energia di un tempo. Ma anche perché un direttore deve comunicare e motivare i musicisti, se vuol far troppo finisce per essere un intralcio a chi suona».
Lei a 27 anni debuttava al Concertgebouw di Amsterdam: che cosa pensa dei baby direttori?
«Con l’esposizione mediatica che c’è rischiano molto di più. Quando assunsi la guida del Concertgebouw avevo tutto il tempo di maturare, potevo dirigere brani per la prima volta senza essere al centro di un’osservazione mediatica in tempo reale mentre oggi tutto viene subito diffuso e discusso sui social. Non so se avrei avuto i nervi per gestire tale pressione».
Consigli ai giovani?
«Studiate al meglio i brani da dirigere e se vi offrono un incarico… accettate subito! Stando attenti ad avere al fianco qualcuno di esperto che vi aiuti nelle scelte. Quando iniziai ad Amsterdam, per dire, il supervisore artistico mi suggeriva che cosa fare e che cosa non fare: non si può imparare tutto in un attimo».
Lei, da giovane, da chi ha imparato?
«Coi miei anni ho incontrato parecchie generazioni di artisti. Il primo grande direttore che sentii fu Willem Mengelberg, in seguito arrivarono Bruno Walter, Otto Klemperer, Wilhelm Furtwängler, Erich Kleiber e il suo ancor più talentuoso figlio Carlos. Ho imparato a dirigere Bruckner dal mio predecessore ad Amsterdam, Eduard van Beinum. Sono cresciuto in un’epoca di giganti e sono stato fortunato a poter imparare tanto da loro. Ho anche lavorato con molti solisti meravigliosi, David Oistrakh e Arthur Rubinstein per dirne solo due».
Quali sono i sogni che ha realizzato?
«Sinceramente non ricordo quello che sognavo da giovane. Volevo solo dirigere, non immaginavo una carriera, non ho mai pensato di voler guidare una certa orchestra o di ottenere un certo ruolo. Ho avuto opportunità incredibili e ho sempre pensato che se arrivavano allora la cosa giusta da fare fosse prenderle. Però, lo dico col senno di poi, alcune sono forse arrivate quando ero troppo giovane e insicuro per godermele a sufficienza».
Rimane qualche sogno da esaudire?
«Mi sento un privilegiato: la mia vita musicale è stata di una ricchezza incredibile. Se proprio devo trovarne uno... beh, avrei voluto essere un pianista migliore».
E di quale aspetto della sua carriera è più grato?
«Per 62 anni ho suonato con i migliori musicisti che si potessero avere. L’interazione con loro ha riempito la mia vita, non avrei amato la carriera del solista».
Di che cosa avrebbe fatto a meno?
«Dei viaggi, che invecchiando sono diventati sempre più pesanti. Però è un aspetto che non si può evitare, a meno che uno non diriga solo nel suo cortile».
Il suo debutto alla Scala è avvenuto solo due anni fa, poi dopo il «Deutsches Requiem» di Brahms è tornato con la «Missa solemnis» di Beethoven.
«Che bella orchestra e che coro meraviglioso! Sì, li ho incontrati davvero tardi, ma sono contento di esserci riuscito».
Circolano voci su un suo possibile abbandono delle scene.
«Sa com’è, la mia data di nascita è nota. Diciamo che sto preparando un periodo sabbatico a tempo indeterminato… Ma non è questo il momento!».