Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2018  marzo 13 Martedì calendario


Il Pd riunito conferma: opposizione opposizione opposizione

È andata in scena ieri pomeriggio la prima direzione del Pd dell’era post Renzi. Una direzione iniziata con la lettura da parte del presidente Orfini delle dimissioni del segretario. «Preso atto dei risultati elettorali rassegno le mie dimissioni», era scritto nella breve e formale lettera di Renzi. «Ti prego di convocare l’Assemblea, in quella sede spiegherò le ragioni delle dimissioni».  

• Quindi Renzi non c’era?
No, aveva annunciato la sua assenza. Ha comunque fatto sapere ampiamente cosa pensa della situazione e del futuro del partito. Prima rilasciando un’intervista al Corriere della Sera in cui ha fatto finta di fare autocritica: «Siamo passati da 13 milioni di voti del referendum ai 6 milioni dello scorso 4 marzo. Abbiamo dimezzato i voti assoluti rispetto a quindici mesi fa. Allora eravamo chiari nella proposta e nelle idee. Stavolta — e mi prendo la responsabilità — la linea era confusa, né carne né pesce: così prudenti e moderati da sembrare timidi e rinunciatari. Dopo un dibattito interno logorante, alcuni nostri candidati non hanno neanche proposto il voto sul simbolo del Pd, ma solo sulla loro persona». Poi, poche ore prima della direzione, ha pubblicato la sua newsletter in cui ha detto: «Io non mollo. Mi dimetto da segretario del Pd come è giusto fare dopo una sconfitta. Ma non molliamo, non lasceremo mai il futuro agli altri». Ovvero, ha intenzione ancora di dettare la linea.  

Ora chi guida il Pd?
Secondo quanto previsto dallo statuto del Pd, finché non sarà eletto il nuovo segretario la gestione politica è affidata al vicesegretario, Maurizio Martina, che ha chiesto un armistizio alle varie correnti del partito: «La segreteria si presenta dimissionaria a questo appuntamento ma io credo sia importante che continui a lavorare insieme a me in queste settimane che ci separano dall’Assemblea». Stando alle sue parole di ieri, Martina «intende guidare il partito nei prossimi passaggi con il massimo della collegialità e con il pieno coinvolgimento di tutti, maggioranza e minoranze».  

• E quali sono i prossimi passaggi?
Il primo appuntamento è l’Assemblea nazionale di aprile, quando, secondo Martina, anziché avviare il congresso e le primarie, il Pd dovrebbe dar vita «a una Commissione di progetto per una fase costituente e riorganizzativa». Tradotto: dovrebbe essere l’Assemblea a eleggere un segretario traghettatore. Più o meno come avvenne dopo le dimissioni di Pierluigi Bersani e l’elezione di Guglielmo Epifani. Solo in un secondo momento, non si sa ancora quando, ci sarà il congresso e si deciderà quando indire le benedette primarie che al momento nessuno nel Pd vuole (ad eccezione di Michele Emiliano) per non rischiare nuove lacerazioni.  

Ma Renzi ha ancora la maggioranza neòla direzione del Pd?
In teoria sì, anche se dopo la batosta del 4 marzo la coorte di nemici si è fatto più numerosa e ne farebbe parte anche l’apparentemente pacifico Gentiloni, ieri seduto in prima fila. Un forte peso nei prossimi giorni lo avrà Franceschini che finora, da buon democristiano, è rimasto in silenzio ma è ormai molto distante dall’ex premier. Comunque al momento l’uomo più quotato per prendere il posto di Renzi è Graziano Delrio, un renziano che adesso s’è fatto un po’ meno renziano. Un’alternativa forte potrebbe essere quella di Nicola Zingaretti, appena riconfermato alla guida della Regione Lazio e che però si candiderebbe alla segreteria solo in caso di primarie immediate. Intanto Orlando, il principale oppositore di Renzi, si è detto disposto a sciogliere la sua corrente per dare un segnale distensivo. In cambio chiede l’azzeramento della segreteria. Il ministro della Giustizia ha anche accusato Renzi di essere come Mao: «Non possiamo fare a meno di quel che ha rappresentato Renzi, ma nemmeno pensare che mentre si cerca di riorganizzare il partito c’è chi da fuori spara sul partito, secondo una metodologia inaugurata da Mao Tse-tung».  

Per il governo invece?
Buio fitto. I democratici di tutte le tendenze, tranne il solito Emiliano, confermano la volontà di restare all’opposizione e di non dialogare in nessun modo con il M5s. «La responsabilità del governo spetta a chi ha vinto », ha sostenuto Martina. «Alle forze che hanno vinto diciamo una cosa sola: ora non avete più alibi. Ora il tempo della propaganda è finito. Lo dico in particolare a Lega e Cinque Stelle: i cittadini vi hanno votato per governare, ora fatelo. Cari Di Maio e Salvini prendetevi le vostre responsabilità». L’unico ad aprire ad altri scenari è stato Cuperlo, ipotizzando un governo di scopo con dentro anche il Pd: «Non si può escludere la terza forza del Parlamento dal compito che deriva dalle urne e che è fare politica: usare il consenso per cercare lo sbocco possibile per evitare una parabola deleteria per l’Italia, anche con l’ipotesi di un governo di scopo che si rivolga al complesso degli schieramenti con un programma limitato e poi il ritorno alle urne». Intanto la prossima settimana c’è il problema di eleggere i capigruppo e già lì si capirà qualcosa in più sui rapporti di forza nel partito. Mentre Matteo Orfini ha tirato il Pd fuori anche dalle presidenze delle Camere, definendo «legittimo» che vadano a M5s e Lega, con una soluzione che eviterebbe dispute interne.