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 2018  febbraio 13 Martedì calendario


Goran Bregovic: «Ero comunista per obbligo oggi conosco il senso religioso»

C’era una volta un ragazzo di «frontiera», Goran Bregovic: da giovane suonava con la chitarra rock and roll, è diventato una star. E ha portato la cultura e le tragedie della sua terra, Sarajevo, nel mondo. Ha 67 anni e un vissuto intenso. Da figlio ribelle di un colonnello comunista ad autore per i film di Kusturica, passando per i concerti in onore del maresciallo Tito.
Foto del «menestrello» Bregovic. Come si vede oggi allo specchio?
«Quello che vedo allo specchio non è male. Ero un chitarrista carino, quando guardo lo specchio adesso vedo tutta una biografia sul mio volto. Mi chiedo come è stato possibile che un gitano venuto dal culo del mondo possa avere davanti a sé, piena di pubblico, l’Accademia Santa Cecilia di Roma».
La storia della sua terra martoriata, i Balcani, è diventato il suo spartito...
«Provo a ripensare un po’ a cosa è accaduto, alla morale. Ma è una così stupida storia questa della guerra che è successa. Ogni volta non cambia niente. Penso che lo sbaglio della povera storia è che pensa che noi pensiamo con le teste invece noi pensiamo con la pancia... All’inizio della guerra nella mia città ero a Parigi impegnato in un lavoro cinematografico».
Dall’estero il conflitto le sarà sembrato un film assurdo, che cosa le è rimasto di quei momenti?
«Ho cominciato a guardare le immagini in tv, sembravano cose lontane. Poi si sono saputi anche i nomi delle persone morte, poi i nomi dei criminali di guerra. E qualcuno magari era tuo professore all’università, qualcuno altro magari un poeta che conoscevi. Terribile. Prima della guerra era tutto diverso».
Che ricordi ha di Sarajevo prima della guerra? 
«In un vecchio video che ho realizzato prima del conflitto, in una zona della città si sentivano i canti dei muezzin delle moschee, le campane delle chiese ortodosse, le voci delle chiese cattoliche e i suoni delle sinagoghe. Era il 1991, in quel video racconto dove sono nato, di quei posti così rari e con un’armonia così bella, che sarebbe stato terribile perdere. E oggi, anche attraverso il mio nuovo disco Tre lettere da Sarajevo dico le stesse cose».
La Jugoslavia di Tito era un modello che le piaceva?
«A Sarajevo tutti avevano il diritto di andare a scuola e all’università, tantissimi avevano il lavoro, c’era l’assistenza sociale e medica. Erano i tempi in cui mia mamma, come tante sue amiche, aveva la pettinatura della moglie di Tito. Erano i tempi in cui a dieci anni, come mi è capitato, potevi ricevere in regalo una chitarra».
Racconti della sua famiglia, dell’inizio con la musica...
«Mio padre ero un colonnello comunista. Quando ho portato i primi soldi a casa con la chitarra lui mi ha detto Goran spero che tu non faccia questo mestiere da gitano. E invece io faccio ancora questo mestiere da gitano. Studiavo il violino ma ho lasciato perdere. Nel nuovo disco c’è una parte sinfonica, ho scritto come un violinista non realizzato, forse ho voluto recuperare qualcosa».
All’inizio ha vissuto in Italia: in quale città?
«Dopo un periodo nei locali di Dubrovnik, quando sono diventato maggiorenne mi sono trasferito a Napoli. Io e miei compagni suonavamo in un locale dove c’era lo strip-tease. Ci sentivamo come a Disneyland. Facevamo spettacoli pure a Ischia e a Capri con band che sono diventate star del nostro tempo, i Pooh e i Cugini di campagna».
Una vita da giramondo o quasi, ma non pensava all’università?
«A un certo punto mi sono iscritto alla facoltà di filosofia e volevo diventare professore di marxismo. Quando sei giovane cominci a studiare perché hai tante domande nella testa. Poi esci dagli studi che hai ancora più questioni da risolvere e sempre meno risposte. Di quel periodo mi è rimasta solo una melodia senza parole». 
Non solo musica, c’è stato il cinema...
«Frequentavo un circolo di amici ai quali il regista Emir Kusturica faceva vedere diverse versioni di un film durante il processo di lavoro. Nelle sue prime pellicole lui ha usato molto poco la musica composta. Lui veniva dall’accademia di Praga, che era una della più solide d’Europa. La filosofia dell’istituto era che quando i film non sono buoni hanno bisogno di un aiuto, come di un aiuto ortopedico». 
Con Kusturica per lei che cosa è cambiato?
«Durante il lavoro sul film Il tempo dei gitani lui mi ha chiesto se volevo fare solo una macchietta musicale, solo una scena. Ed è così che sono diventato compositore per i film. Quella volta, se non ricordo male, l’ho fatto per amicizia pagando i musicisti e lo studio perché il budget era troppo corto. Poi c’è stato Arizona dreams e, durante la guerra Underground, ho avuto l’opportunità di lavorare con gente a cui normalmente avrei chiesto l’autografo in aeroporto».
L’arte e la musica significano incontri... 
«Mi ricordo Cesaria Evora quando veniva in studio buttava le scarpe da qualche parte e si metteva a cantare a piedi nudi. Su i miei dischi trovate personaggi come Iggy Pop per esempio. Un giorno Iggy è venuto sul set per un’audizione con Johnny Depp. Registravamo nello studio di Philip Glass».
Per Tito non ha mai suonato?
«Beh, sì una volta è capitato. Dicevano che uno dei piccoli della sua famiglia, non so se figlio o nipote, cantava sempre le mie canzoni davanti a lui, che ha chiesto chi era l’autore di quelle melodie. Ho fatto uno spettacolo di capodanno all’Opera di Zagabria, è entrato ma se n’è andato quasi subito, forse per il troppo rumore. Per lui avrò suonato al massimo 40 secondi».
Il maresciallo al comando le piaceva?
«È riuscito a essere una figura politica importante a livello mondiale anche se presidente di paese piccolissimo. Quello che poteva fare ma non ha fatto durante la sua vita è stato organizzare una democrazia moderna. Forse questo uno dei suoi errori che hanno in seguito prodotto la guerra».
Com’è nascere in una terra di frontiera come la sua?
«A essere nati su questa frontiera, l’unica frontiera diretta tra cattolici, ortodossi e musulmani durante cinque secoli, vuole dire essere nato con una musica Frankenstein, dove dio fa gli scherzi perché sempre, nella tua canzone nazionale preferita, della quale sei orgoglioso, troverai qualche nota del tuo peggiore nemico».
Le tradizioni sono sempre presenti...
«Sono cresciuto in una famiglia della classe media, dove le influenze erano diverse. Le mie musiche sono state influenzate da questo, note dalla Slovenia alla Macedonia. Mi sono ispirato anche alle tradizioni, al passato, come del resto hanno fatto i compositori italiani, di tutto il mondo».
Una giovinezza per il rock and roll: a Zagabria si poteva? 
«Un genere che anche al tempo dei comunisti era dappertutto. Quando il comunismo è sparito certi artisti non hanno più avuto ragione di essere buoni artisti. Ancora oggi penso che il rock and roll nel mio Paese è stato molto più importante che in Occidente. Non tanto come musica, ma come fenomeno sociale, perché portava un sistema di valori molto diverso dal sistema di valori ufficiale».
Che rapporto ha con la fede?
«Vengo da una famiglia comunista, per me era obbligatorio essere comunista, mio papà era colonnello. Però ho fatto qualcosa di religioso. Ho scritto un pezzo per un’orchestra dove il primo cantante leggeva ufficialmente il Corano per il re del Marocco. Ho scritto per il coro del Patriarca di Mosca. Ci sono stati momenti così religiosi, piccoli miracoli, che pensavo se Dio non è qui non so dove possa essere». 
Insomma ateo ma è affascinato dalla religiosità...
«In effetti, anche se non credo, certe situazioni le posso considerare come esperienze religiose. Mi ricordo il viaggio in Vaticano. Per la prima volta ho visto così tanti cardinali. E in effetti è proprio strano che tra le cose che non dimentico ci siano proprio le esperienze collegate con la Chiesa».
Siamo al nuovo lavoro e al tour italiano, come è questa fase?
«Tre lettere da Sarajevo sono divise in due dischi, è uscito il primo. Ci sono brani per alcuni dei miei artisti preferiti musulmani, cristiani ed ebrei. E ci sono delle parti sinfoniche. In questo tour suonerò le canzoni, i pezzi del concerto per violino, sarò sul palco coi miei sei cantanti maschi ortodossi, strumenti ad arco e a corde, i miei ottoni, le voci femminili bulgare. Sul palcoscenico siamo in venti».
Qual è stata l’evoluzione artistica?
«Anni fa dopo la guerra, quando ho iniziato suonavo con la formazione classica. Poi ho capito che in alcuni momenti questo apparecchio era un po’ troppo accordato. Prima ho rinunciato alle donne del coro, poi mi sono fissato sulle voci ortodosse che cantano un po’ come solisti e non come ensemble. Come ottoni ho messo l’orchestra gitana dei Balcani che appare come un po’ scordata».
Regia di scena un po’ controcorrente...
«Vengo da un posto dove parlare solo di musica non basta. Anche quando suono con tutta l’orchestra sinfonica metto sempre i miei ottoni gitani che fanno un po’ di malaccordazione, cattiva accordatura musica e che produce un po’ di follia».
Progetti vecchi e nuovi. Ha qualcosa di «segreto»?
«Tanti anni fa ho scritto un’opera che si chiama Carmen con lieto fine. Un’opera che è cominciata come una sceneggiatura di un film. Già da un anno sto lavorando su un serial tv di dieci episodi, un lavoro che è un po’ collegato a questa opera che racconta storie di migranti. Dopo Parigi e New York, Manchester è la città con più immigrati nel mondo. La storia è che sto scrivendo è legata appunto questa città inglese».
Che cosa fa nella sua quotidianità?
«Mi occupo del mio giardino che ha pomodori, patate e cipolle. Ho assistenti che vengono al lavoro. Il mio studio è così, un po’ hippy. Forse perché vengo dal rock and roll e sono abituato alla musica che si fa con la gente. Purtroppo non gioco più a calcio perché sono caduto da un albero e mi sono fatto male alla schiena. Però guardo le partite, mi piacciono».
La sua famiglia, ha voglia di parlarne?
«Mio fratello come lavoro faceva il cuoco, ha fatto un’accademia francese famosa. Ora non lavora più, cucina per sua moglie. Le mie figlie, la più grande ha studiato pianoforte e balletto. Poi ha intrapreso la strada dell’arte all’accademia di Nantes, in Francia. Le altre due, una di 17 anni e l’altra di 14, sono ancora troppo piccole, non si sa quello che vogliono fare».
Passatempi, passioni, sogni?
«Mi piacciono i libri di Paolo Sorrentino. E anche i suoi film, per me lui è un regista molto importante. Forse abbiamo dimenticato che un film non è raccontare volgarmente le storie, il cinema è arte. E a proposito di arte mi piacciono i dipinti di Emil Nolde perché hanno una gioia ed è difficile trovare dipinti con la gioia».
Bregovic ha qualche rimpianto?
«No, non mi pare. Non ho mai pensato di non fare il musicista. Ho fatto quello che desideravo fare. Mi dispiace soltanto di non avere fatto vere e proprie competizioni di pugilato. Ma sono stato il presidente di un club di boxe a Sarajevo prima della guerra».
Altre sue abilità meno conosciute...
«So fare i gioielli, Sarajevo ha una lunga tradizione in questo senso. Quando suonavo rock and roll facevo anche i gioielli d’oro e pietre. Gli artigiani sono le persone con quali sto bene, è la gente che lavora con le mani».
Dulcis in fundo può fare un bilancio?
«Quello che è capitato a me è un miracolo, un compositore che arriva da una così piccola cultura che ha pubblico in ogni angolo del mondo, dalla Siberia al Cile. Vorrei avere tempo per scrivere ancora un po’, qualcosa di solido, in modo che le mie bimbe un domani possano essere fiere di papà Goran, fiere di me».