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 2018  gennaio 30 Martedì calendario


Gandhi, mito scomodo. L’India vuole dimenticare

«La deificazione è una malattia tipicamente indiana e in India Mohandas Karamchand Gandhi, grande anima, piccolo padre, è stato a lungo elevato più in alto di chiunque altro nel pantheon degli dei. Intanto, dopo la sua scomparsa, l’India era in cammino verso obiettivi che lui non avrebbe condiviso», rilevava giorni fa Salman Rusdhie in un articolo uscito sui quotidiani inglesi e statunitensi per ricordare il Mahatma in occasione dell’anniversario della morte.
IL PRATO
Il 30 gennaio 1948 il leader che si era posto alla guida del movimento per l’indipendenza da Londra del subcontinente fu ucciso da un fondamentalista indù sul prato di una casa, a nord di Delhi, che gli era stata messa a disposizione da un ricco industriale, dove ogni giorno guidava affollatissime preghiere. Le autorità politiche indiane non hanno promosso manifestazioni ufficiali per ricordare la data perché, secondo Rushdie, «ritengono l’insegnamento di Gandhi senza dubbio non più attuale, se non addirittura pericoloso, in un paese che vuole ad ogni costo lasciarsi alle spalle il ruralismo di cui Gandhi era sostenitore». 
La Corte Suprema, intanto, ha accolto la richiesta di un militante della destra religiosa di riaprire l’istruttoria sull’omicidio. Secondo l’istanza presentata, i servizi segreti inglesi e la Cia erano a conoscenza dei piani dell’attentatore. Si sostiene, inoltre, che Gandhi fu colpito non da tre proiettili (come si è sempre ritenuto) ma da quattro, e quello mortale proveniva dall’arma di un individuo mai identificato. 
Servirà senza dubbio molto tempo per verificare l’attendibilità di queste ipotesi. Non è, comunque, la prima volta che viene messa in dubbio la ricostruzione ufficiale dell’attentato. Il cui unico colpevole risulta, nei libri di storia, Nathuram Godse, militante di una forza politica alla quale appartiene anche Narendra Modi, il premier attualmente in carica. Godse così, in seguito, motivò il suo gesto: «Ho agito perché un singolo non deve essere mai più grande di una nazione, e Gandhi aveva ormai iniziato a considerarsi più grande di una nazione». L’assassino non perdonava al Mahatma la tolleranza religiosa che gli aveva garantito l’odio anche da parte dei musulmani radicali. Sia pure con accenti molti diversi, Modi e il suo esecutivo ostacolano la genesi di un dialogo tra le diverse fedi, in particolare tra induisti e seguaci dell’Islam. Celebrare in maniera ufficiale Gandhi in occasione dell’anniversario della morte, dunque, sarebbe apparso al leader al potere e al governo un pericoloso cedimento rispetto all’atteggiamento di intransigenza nei confronti del vicino pachistano, una mano ingenuamente tesa pochi mesi dopo le retoriche manifestazioni di stampo nazionalistico organizzate per il settantesimo della Partizione che vide il subcontinente diviso in due sulla base dell’appartenenza religiosa. 
LE DONNE
Con Gandhi a guidare il fronte, senza dubbio minoritario, di chi si opponeva a quella scelta che fu invece sostenuta dagli inglesi, certi che il nuovo confine avrebbe evitato il caos. Fu un terribile errore, come gli studiosi unanimi hanno documentato in seguito in maniera inoppugnabile. Scrivono Ian Talbot e Gurharpal Singh nel saggio La spartizione, proposto in Italia dal Mulino: Si stima che 15 milioni di persone furono evacuate nella più imponente migrazione forzata della storia del 900. Il bilancio dei morti, ancora controverso, oscilla fra i duecentomila e i due milioni. Famiglie vennero divise e circa centomila donne stuprate da una parte all’altra della frontiera. A decenni di distanza, le conseguenze del 1947 continuano a determinare il destino dell’India e del Pakistan. Gandhi aveva cercato di contrastare la divisione del subcontinente, ma il suo carisma non aveva impedito lo scontro. Forse perché, ragiona oggi Amartya Sen, Nobel per l’economia nel 1998, «l’uomo che aveva sconfitto gli imperialisti e vinto la battaglia per l’indipendenza apparteneva, per indole e cultura, a un’India diversa da quella che stava nascendo e non avrebbe potuto guidarla verso il futuro neppure se non fosse stato ucciso». L’India di Gandhi, come sottolinea Rusdhie, guardava con sospetto allo sviluppo industriale, ritenuto un modello imposto dalla cultura imperialista. 
LA TEORIA
L’utopia ruralista che gli era cara, di matrice ottocentesca, è solo il lontano ricordo di una bizzarra teoria nell’India contemporanea a guida Modi, un punto luminoso nel firmamento dell’intera Asia, secondo la generosa definizione del Fondo monetario internazionale che loda le riforme del premier e l’ascesa verso le posizioni di vertice delle classifiche economiche planetarie. Lo sviluppo garantito dalle statistiche (il Pil cresce in media del sette per cento), le diseguaglianze restano enormi. Sono, infatti, centinaia di milioni gli indiani ancora al di sotto la soglia di un reddito in grado di proteggerli dalla povertà, il sistema delle caste, proibito da una legge mai davvero applicata, conserva un peso determinante nella vita di ciascun individuo. Il governo, in altre parole, può celare all’opinione pubblica l’anniversario della scomparsa di Gandhi, ma gran parte dei problemi che il Mahatma poneva durante la parte finale della sua vita restano drammaticamente irrisolti.