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 2017  dicembre 06 Mercoledì calendario


L’Unione europea mette sulla black list 17 paradisi fiscali

Dopo discussioni durate pressoché due anni, i Ventotto hanno approvato ieri a Bruxelles una lista di 17 paradisi fiscali, tanto attesa quanto controversa. Esperti hanno criticato il risultato delle defatiganti trattative diplomatiche, notando incongruenze nella scelta dei paesi inclusi nella lista nera. In compenso, a conferma di quanto il tema fiscale sia complicato, i Ventotto non hanno trovato una posizione comune sulla tassazione delle imprese digitali.
La selezione dei paradisi fiscali è avvenuta sulla base di tre criteri: trasparenza fiscale, tassazione equilibrata e applicazione delle norme Ocse sul trasferimento dei profitti da un paese all’altro. Le discussioni sono state sofferte: complicato trovare un compromesso che non urtasse gli interessi nazionali di ciascun governo. I Ventotto sono invece sempre divisi sull’opportunità di adottare fin da ora sanzioni nazionali contro le società europee che hanno rapporti con queste giurisdizioni.
È difficole avere nei confronti dell’iniziativa europea una opinione univoca. Da un lato, la sola decisione di stilare un elenco dei paradisi fiscali ha indotto molti paesi presi di mira a promettere misure di trasparenza. In un primo momento, la lista comprendeva 92 giurisdizioni fiscali. Poco alla volta, l’elenco si è ridotto. Oltre alla lista nera, i Ventotto hanno pubblicato ieri un elenco dei paesi che si sono impegnati a rispettare i criteri comunitari.
Nel contempo, la lista nera sorprende non poco. Vi sono piccole giurisdizioni spesso sospettate di essere paradisi fiscali (come Macao o le isole Marshall), ma anche paesi con cui l’Unione ha firmato generosi accordi commerciali (come la Corea del Sud); intrattiene profondi legami politici (come la Tunisia); o che sono cruciali investitori finanziari (come gli Emirati Arabi Uniti, proprietari di Alitalia via Etihad); o addirittura relativamente poveri (come la Mongolia).
Nella lista cosiddetta grigia, di paesi che hanno promesso misure di trasparenza, vi sono 47 giurisdizioni quali San Marino, Turchia, Svizzera, le isole Cayman, Jersey o Guernesey. Negli ultimi giorni, l’organizzazione non governativa Oxfam aveva preso nettamente le distanze dai lavori dei Ventotto, non sufficientemente credibili dal suo punto di vista. Otto isole caraibiche, colpite da recenti uragani, devono adattare le loro legislazioni ai criteri europei. Solo in marzo Bruxelles deciderà in quale lista inserirle.
«Le giurisdizioni nella lista grigia hanno un anno per mettersi in regola se sono paesi sviluppati e due anni se sono paesi in via di sviluppo – ha spiegato in una conferenza stampa il vice presidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis –. Non si tratta di un elenco chiuso, ma in movimento». Il commissario agli affari monetari Pierre Moscovici ha esortato i Ventotto ad adottare sanzioni nazionali.
Nel frattempo, l’esecutivo comunitario ha assicurato che intende monitorare il rispetto dell’elenco, affidandosi alle misure sanzionatorie già esistenti a livello comunitario. La Commissione europea aveva presentato una bozza di lista nel 2015, prendendo in considerazione i vari elenchi nazionali, quando questi esistevano. La nuova lista europea dovrebbe sostituire le diverse liste nazionali, se meno estese di quella comunitaria.
L’iniziativa europea ha provocato alcune critiche: «È preoccupante che la lista nera includa per la maggior parte piccoli paesi – ha detto Aurore Chardonnet, analista di Oxfam -. I paesi inseriti nella lista grigia non devono pensare che l’inserimento in questo elenco sia una forma di perdono». Sven Giegold, un europarlamentare ecologista tedesco, ha detto che la selezione delle giurisdizioni che non cooperano a livello fiscale «non è stata trasparente»; ha parlato di lista «annacquata» (whitewashed in inglese).
Sempre in campo fiscale, ieri i Ventotto si sono limitati a rinviare alla Commissione europea e alla comunità internazionale il controverso dossier relativo alla tassazione delle multinazionali digitali. In estate, il tema webtax era diventato scottante, su pressione della Francia. Nella loro riunione, i ministri delle Finanze hanno esortato a un accordo globale e chiesto a Bruxelles di studiare il concetto di «stabilimento virtuale permanente». Poco per chi voleva che l’Europa facessa da battistrada.