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 2017  dicembre 01 Venerdì calendario


Se la Cina invade la Nordcorea finisce che trova il suo Vietnam

La crisi coreana potrebbe portare a un intervento militare cinese in Corea del Nord? L’ipotesi è da tempo sul tavolo degli analisti che cercano di decifrare quale sia oggi il reale tenore dei rapporti tra Pechino e Pyongyang. Se i cinesi continuino a sostenere l’economia (soprattutto con le forniture petrolifere) della Corea del Nord perché traggono vantaggi dalle provocazioni di Kim che mettono in luce l’impotenza degli Usa agli occhi dei lori alleati regionali, o se invece i «fratelli nordcoreani» siano ormai sfuggiti di mano a Pechino e rappresentino una potenziale minaccia per la Cina stessa. 
L’ipotesi di un’invasione cinese della Corea del Nord, rilanciata ieri da un interessante articolo di Guido Olimpio e Guido Santevecchi sul Corriere della Sera, potrebbe rappresentare l’estrema opzione per evitare che la Corea del Nord scateni un conflitto nucleare che sconvolgerebbe l’intera Asia Orientale. Si tratta però di un’ipotesi che appare improbabile poiché nell’attuale crisi ogni opzione militare è di fatto inattuabile. Kim non è un pazzo ed è consapevole che un attacco contro i Paesi vicini o le basi Usa nel Pacifico determinerebbe la distruzione della Corea del Nord e del suo regime. Al tempo stesso Seul, Tokyo come Washington e Pechino, sanno che «attacchi preventivi» contro potenze nucleari sono inattuabili. Del resto gli arsenali atomici non servono a distruggere il mondo ma a garantire, in base al principio della deterrenza, a chi li possiede che nessuno li attaccherà. 
Il Pentagono non può garantire che un primo attacco, per quanto formidabile, distruggerebbe tutti i missili balistici, le testate atomiche e gli arsenali chimici di Pyongyang: armi che verrebbero subito impiegate per scatenare una rappresaglia. Nessuno potrebbe impedire che dalle postazioni in caverna scavate lungo il confine del 38 ̊ Parallelo le artiglierie nordcoreane colpiscano Seul (distante appena 40 chilometri) con migliaia di proiettili a carica chimica. Del resto non si può escludere che Pechino usi la minaccia nordcoreana per indurre gli Usa a un ampio negoziato che ridefinisca gli equilibri nel Pacifico. La Cina potrebbe mettere sul tavolo il disarmo atomico di Kim (offrendo al regime la copertura dell’ombrello nucleare cinese) o la fine dei test e il congelamento dei suoi programmi strategici, chiedendo in cambio a Washington di accettare l’espansionismo militare ed economico di Pechino negli arcipelaghi del Mar Cinese Meridionale o lo stop alle forniture Usa di armi sofisticate a Taiwan. 
Un’opzione credibile se diamo per certa l’intesa tra Pechino e Pyongyang ma se così non fosse, l’opzione di un attacco cinese a Kim aprirebbe scenari non meno pericolosi di un conflitto tra Usa e Pyongyang. Neppure i cinesi potrebbero scongiurare il rischio di attacchi nucleari da parte di un regime che non avrebbe più niente da perdere. Sulla carta Pyongyang schiera un milione di soldati (più 7 milioni di riservisti) con 4mila carri armati, 13mila pezzi d’artiglieria, 500 imbarcazioni e 700 aerei da combattimento. Un apparato in realtà obsoleto, carente di ricambi, manutenzione e carburante, con militari che vivono pessime in condizioni alimentari e sanitarie ma soprattutto un apparato militare preparato per combattere a sud, non per difendere i confini con la Cina.
Le truppe di Pechino sono già entrate in forze una volta in Corea del Nord, nell’inverno 1950, ma per aiutare i nordcoreani a respingere le truppe alleate guidate dal generale Douglas McArthur. Per invadere la Corea del Nord i cinesi dovrebbero oggi mobilitare forze numericamente molto consistenti, accettare di subire forti perdite e rassegnarsi a dover combattere a lungo una guerriglia probabilmente inevitabile in un Paese che da 70 anni vive sotto un regime comunista che ha esasperato i toni nazionalistici. Con l’invasone della Corea del Nord la Cina rischierebbe di trovare «il suo ̊Vietnam» quando già oggi deve gestire disordini interni che minacciano di estendersi e amplificarsi soprattutto in Tibet e Sinkiang.