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 2017  dicembre 02 Sabato calendario


Il processo a Irma Grese, la bella sadica che aiutava Mengele

Un breve documentario, tra i tanti proiettati in questi anni, rappresenta meglio di ogni altro le atrocità dei campi nazisti. Si vede un bulldozer che spala resti umani come se fossero carcasse di macello, e li spinge lentamente in una fossa comune. I soldati inglesi si proteggono il volto con mascherine, mentre gli ex aguzzini coprono quell’ammasso informe di terra e calcina. Fu una decisione dolorosa ma necessaria, per evitare pericolose epidemie. Mai, nemmeno nei più infernali quadri di Bosch, la morte era stata trattata in modo così grottesco e brutale. Lì, nel lager di Bergen Belsen, dove l’orrore era diventato quotidianità, il ruolo del demonio era ricoperto da un volto quasi angelico, incorniciato da una massa di capelli dorati: quello di Irma Grese, una ragazza di ventidue anni, che avrebbe voluto fare l’infermiera.
Era nata il 7 ottobre 1923 a Wrechen, nel nord della Germania. Suo padre era un energumeno violento e un marito infedele; la madre, esaurita dai numerosi figli e dagli ancor più numerosi tradimenti, si suicidò bevendo acido quando la ragazza aveva 12 anni. Insofferente alla disciplina e alla scuola, e maltrattata in famiglia, Irma scappò di casa tre anni dopo, e si rifugiò nel corpo sanitario delle SS, che la destinarono a un sanatorio. Non sappiamo se lì abbia maturato quegli istinti sadici che ne avrebbero fatto la donna più crudele del secolo. Comunque, quando finì il tirocinio, iniziò una carriera di infamie. 
LA DIRETTRICE
Prima a Ravensbruch, guardiana nel campo delle donne, poi ad Auschwitz, assistente del dottor Mengele, e infine a Bergen, dove fu nominata direttrice dei lavori: il suo cursus honorum si arricchì in proporzione alla sua produttività criminale. Quando, nell’aprile del 1945, arrivarono gli inglesi, non riuscì a svignarsela come la maggior parte dei suoi colleghi, fu riconosciuta e catturata. Pochi mesi dopo, il 17 settembre, comparve davanti al Tribunale militare britannico a Luneburg, in Sassonia, a quaranta chilometri dal suo famigerato luogo di lavoro, assieme al suo ex comandante e ad altri 43 imputati. 
Fu il primo processo tenuto contro militari e civili nazisti. La sua rapidità derivò da una scelta assai pragmatica dell’accusa: selezionare le imputazioni, limitandole a fatti specifici per reati già previsti dalle leggi nazionali e internazionali. Questo evitò le eccezioni e i cavilli sulla genericità delle incolpazioni e la irretroattività delle leggi penali che avrebbero successivamente rallentato i processi di Norimberga. Costituì tuttavia anche un limite: le prove furono raccolte in modo incompleto, l’istruttoria fu sommaria e insufficiente, gli imputati troppo numerosi. Tra questi, 16 erano donne. Irma Grese ne divenne subito la protagonista: era di gran lunga la più bella e la più crudele. 
IL DOLORE
L’elenco delle sue colpe supera, in quantità ed efferatezza, persino le imprese della sanguinaria contessa Bathory – murata viva nel 600 per aver torturato e sgozzato alcune centinaia di fanciulle ungheresi – considerata fino allora la più sadica omicida seriale della storia. Irma Grese straziava i seni delle internate più giovani, e assisteva compiaciuta alla loro asportazione; aizzava i cani contro le vittime denudate, emulando Nerone nel vederle sbranare; l’aspetto più ripugnante era costituito dalla sua incontrollabile eccitazione sessuale davanti al dolore: ebbe molti amanti maschili e femminili tra le guardie delle SS e persino tra le detenute, che poi sopprimeva con il gas o con il fenolo. Fece molto di più, ma la decenza ci impedisce di continuare in questo catalogo nero di fantasie depravate.
Durante il processo si comportò con sprezzante indifferenza. I pochi film delle udienze la mostrano inserita tra le altre imputate, con il cartello numero 9 sopra il vestitino da collegiale, i capelli spianati a piramide secondo la moda dell’epoca, un sorriso infantile e nessun segno di imbarazzo e tantomeno di rimorso. Malgrado questo abbigliamento claustrale, la lugubre atmosfera e l’oscurità delle riprese, possiamo ricostruire la singolare purezza di lineamenti di questa strana creatura, che smentisce quel concetto di kalokagathia dei filosofi greci, secondo i quali e il bello e il buona tendono ad unirsi e quasi a coincidere. Si stenta a credere che tanto candore potesse nascondere, in così poco spazio, tanta malignità.
IL FILM
Il Tribunale non si fece influenzare né dall’avvenenza dell’imputata né dalla sua aria quasi infantile. Ascoltò impassibile i testi delle parti, e assistette, per la prima volta, alla proiezione del film sulla liberazione di Bergen Belsen e sulle sue fosse comuni. Applicò la legge con equità e rigore: ben quattordici imputati furono assolti perché le prove a loro caricò non erano sufficienti o convincenti. Ma per Irma Grese, ed altri dieci aguzzini, la sentenza fu severa: morte per impiccagione. 
Fu la prima pena capitale applicata a una donna per crimini commessi in tempo di guerra. Altre ne sarebbero seguite. Alle crescenti rivelazioni delle atrocità della soluzione finale seguivano quelle, quasi altrettanto dolorose, del ruolo di molte collaboratrici di sterminato genocidio. Il mondo vide alla sbarra Ilse Koch, la belva di Buchenwald, che collezionava la pelle tatuata delle vittime, e ne faceva paralumi. E via via fino a Dorothea Binz che uccideva le dentunte di Ravensbruch a calci e frustate. Tuttavia nessuna di queste eguagliò in fantasia e malvagità la puttana di Bergen Belsen. Quasi tutte mostrarono, o simularono, uno straccio di pentimento. La stessa Ilse Koch, per disperazione o per rimorso si suicidò in carcere. Solo Irma Grese restò ostinata nella sua impassibilità. 
La mattina del 13 dicembre 1945, nella prigione di Hameln, Irma Grese fu condotta alla forca. Fu avvolta in una sorta di pigiama che ne nascondeva ogni centimetro di pelle, la testa infilata in un gigantesco cappuccio, al quale venne attorcigliato un cappio ancora più vistoso. L’impiccagione fu eseguita con il metodo della corda lunga, che spezzava il collo del paziente prima ancora che fosse strangolato, sotto la direzione del celebre boia di Sua Maestà Albert Pierrepoint. Il materiale carnefice fu tuttavia il suo assistente, il sergente maggiore O’Neal, che nell’ultima fotografia, mentre fa scattare la botola, tiene uno strano sorriso: forse di soddisfazione, o forse di condiscendenza. La condannata aveva infatti pronunciato le sue ultime parole: «Schnell!»(«Presto!»). Meritava di esser accontentata.