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 2017  novembre 30 Giovedì calendario


Janet Yellen lancia l’allarme sul debito. Al Congresso la presidente della Fed ha parlato delle incognite per l’outlook

È stato un commiato, quello di Janet Yellen. L’ultimo discorso semestrale al Congresso sull’outlook dell’economia, di quell’economia che con la accorta gestione prima di politiche ultra-accomodanti e poi del loro rientro ha aiutato a ritrovare solidità e crescita. Ma il presidente uscente della Fed ha trattato l’appuntamento con la sobrietà di sempre. Un tributo indiretto a parole le era già venuto dal successore Jerome Powell, che aveva testimoniato in Parlamento martedì promettendo soprattutto continuità. A parlare, per Yellen, sono però oggi anzitutto le cifre: raccontano di un’espansione con sfide ancora aperte, diseguaglianza e bassi salari, ma tra le più longeve della storia, fuori dalle secche di crisi e venata di crescente ottimismo. Nelle ore precedenti il suo discorso, il Dipartimento del Commercio aveva portato in dono l’ultimo responso: la seconda stima del Pil per il terzo trimestre dell’anno, una marcia del 3,3% anziché del 3%, che ha rispettato le attese e che è la benvenuta dopo anni parsi inchiodati ad un magro, per gli Stati Uniti, 2 per cento.
Yellen ha messo in riga con fare quasi accademico quanto lascia in eredità. Ha parlato dei 17 milioni di posti di lavoro netti creati nell’era post-recessione. E di un tasso di disoccupazione sceso al 4,1%, più che dimezzato rispetto ai picchi di oltre il 10 per cento. Soprattutto, ha aggiunto, «l’espansione è sempre più diffusa in diversi settori e sul palcoscenico globale». Ancora: «Mi aspetto che grazie a graduali aggiustamenti di politica monetaria l’economia continuerà a espandersi e il mercato del lavoro a rafforzarsi, sostenendo una più veloce crescita anche di stipendi e reddito».
Yellen ha così delineato senza remore una rotta futura stabile, che passa per un cauto ridimensionamento degli stimoli di politica monetaria sia tradizionali – vale a dire i rialzi dei tassi d’interesse, il prossimo, quarto in due anni, a dicembre – che non convenzionali, cioè il portafoglio titoli gonfiato dal Qe e adesso in fase calante.
Mai elegiaca, Yellen non ha tuttavia evitato le tematiche d’urto. Ha offerto rassicurazioni su alcuni nodi irrisolti. Sulla fragilità dell’inflazione, che nei primi nove mesi dell’anno stando agli indicatori “core” preferiti dalla Fed è lievitata solo dell’1,3% e non del desiderato 2 per cento. Yellen ha ribadito che i prezzi scontano debolezze temporanee e che nel medio termine si muoveranno verso il target ideale. Di più: sul fronte finanziario, dove molti temono bolle speculative e instabilità per le corse record di Wall Street, ha sfoggiato flemma: «Se le valutazioni degli asset sono elevate a fronte degli standard storici – ha sentenziato – la vulnerabilità complessiva del settore finanziario appare moderata, con un sistema bancario ben capitalizzato e contenuti livelli di indebitamento e crescita del credito». Un giudizio che è anche un monito a Donald Trump: Yellen è stata tra i grandi fautori della stretta di regole e supervisione nell’alta finanza che l’amministrazione sta erodendo come eccessiva.
Maggior urgenza la stessa Yellen ha invece espresso al cospetto delle sperequazioni e tensioni sociali che tuttora tormentano la ripresa. «La crescita salariale è relativamente modesta», ha denunciato. E ha chiamato in causa, esplicitamente, il legislatore: quel che serve qui non è la Fed ma, ha detto, interventi per allargare la forza lavoro e incoraggiare la produttività. «Il Congresso deve considerare politiche che aiutino investimenti di business e formazione di capitale». L’appello, sintomo delle vitrioliche polemiche a Washington, ha poco a che fare con l’ambiziosa riforma delle tasse messa a fuoco dalla maggioranza repubblicana. Secondo Yellen una delle preoccupazioni sull’outlook è proprio il debito pubblico che la riforma farebbe aumentare di 1.400 miliardi di dollari in dieci anni. Il Senato ha approvato la propria versione in Commissione Finanze e, dopo un voto per aprire il dibattito atteso ieri notte, dovrebbe esprimersi in aula forse entro la settimana. In seguito dovrà riconciliarla con il testo della Camera. Ma per l’economia il rischio è che il progetto alla fine sia più che una rivoluzione un confuso amalgama di provvedimenti, necessario ai conservatori per mostrare risultati finora latitanti: sgravi permanenti per le aziende, con aliquote al 20 dal 35%, e per i redditi alti. Riduzioni con scadenza decennale per i ceti medi.