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 2017  novembre 14 Martedì calendario


I galletti di Pirandello per una cena letteraria

«Fin dalla sua comparsa, l’uomo riceve dallo stomaco l’ordine di mangiare almeno tre volte al giorno per recuperare le forze che il lavoro e più spesso l’ozio gli tolgono», scriveva Alexandre Dumas, teorico del terzo appetito, quello che «si eccita, dopo un piatto gustato a metà pranzo, per una deliziosa portata servita a fine pasto, quando il parco commensale è ormai sul punto di alzarsi senza rimpianto da tavola e vi viene trattenuto da quest’ultima tentazione della sensualità».
MOGLI E CURATI
In A tavola. Storie di cibi e vini (Einaudi, pp. 286, 16), Andrea Mattacheo porta bella gente e grandi pagine di letteratura: da Anton Pavlovi echov con le sue ostriche alla torta di zucca, ai distillatori di arance di Horacio Quiroga, passando per Un pezzo di carne di Edgar Allan Poe e la Dissertazione sul maialino arrosto, di Charles Lamb, senza dimenticare il pugile affamato di Jack London. Diciotto racconti e diciotto portate di un ricco menú letterario che soddisfa le esigenze di ogni palato goloso di storie. Tra mogli furbe e curati che vanno di fretta, da incorniciare I galletti e il bottaio di Luigi Pirandello, e Una cena particolare di Fernando Pessoa, lasciandosi quindi condurre ai piaceri di fine pasto, con il Trattato degli eccitanti moderni di Honoré de Balzac, che racconta la potenza del caffè e la seduzione del tabacco. E se, come scriveva il vecchio Alceo, il miglior farmaco è il vino, non perdetevi le pagine di Pier Vittorio Tondelli sulla cultura e la bellezza anche relazionale che può donare il frutto della vite.
VERSO L’INFERNO
«Oggi a bollire l’acqua siamo più o meno tutti capaci, ma sembriamo un po’ averne smarrito il senso», scrive Mattacheo. Eppure, «davanti al cibo, al vino e agli spiriti alla fine si ritrovano sempre gli uomini. Istinto di sopravvivenza e desiderio. Ecco perché la letteratura si accomoda volentieri attorno a un tavolo». E il desiderio, per quanto evoluto, è sempre a un passo dall’ossessione che trasforma il gourmand in un assassino, come in Pessoa, e rende l’enofilo, di cui racconta Poe, tanto cieco da seguire il bouquet di un vino raro fino al cuore dell’inferno, forse perché per una botte di Amontillado ne valeva la pena.
«Uno stomaco pieno è un grande aiuto per la poesia. A dire il vero, nessun sentimento potrebbe reggersi su uno stomco vuoto», spiegava Jerome K. Jerome, che sapeva come catturare lettori e commensali: «Noi possiamo fare i sentimentali quanto vogliamo, ma in questo mondo la vera sede della felicità è nello stomaco. La cucina è il tempio supremo dove ci rechiamo in pellegrinaggio, il suo fuoco scoppiettante è la nostra fiamma vestale, il cuoco è il nostro sommo sacerdote, un mago potente e benevolo che placa tutti i dolori e le pene. Il nostro Dio è grande, e il cuoco è il suo profeta. Beviamo e stiamo allegri».
La conclusione? È in un passaggio della Meditazione VII. Teoria della frittura, di Anthelme Brillat-Savarin: «Andate, continuate a lavorare con intelligenza e non dimenticate che, dal momento in cui gli invitati mettono piede nel mio salotto, tocca a noi occuparci della loro felicità».