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 2017  novembre 11 Sabato calendario

APPUNTI PER GAZZETTA - LE TASSE E LA MANOVRAINTERIVTA RUFFINI DI STAMATTINA A REPUBBLICAROMA - Per la fine della dichiarazione dei redditi è iniziato il conto alla rovescia

APPUNTI PER GAZZETTA - LE TASSE E LA MANOVRA

INTERIVTA RUFFINI DI STAMATTINA A REPUBBLICA
ROMA - Per la fine della dichiarazione dei redditi è iniziato il conto alla rovescia. Diventerà un residuato storico, come quello che il nuovo direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Ruffini conserva quasi con tenerezza: è il modello 740 che un quarto di secolo fa veniva definito fin troppo bonariamente "lunare". La copia che tiene sul tavolo, però, è speciale. Si tratta del fac simile distribuito allora dal settimanale satirico Cuore, che conteneva anche il Quadro H "per tutti coloro che non fanno il cocchiere " e il Quadro T "solo per i possessori di minareto ", nonché il "Quadro Bartezzaghi".

C’era scritto "destinato ai solutori più abili". Una parodia indimenticabile: peccato che non fosse così lontano dalla realtà.
"Per fortuna siamo in un Paese diverso. Oggi c’è la dichiarazione precompilata. Ma mi piace pensare che sia soltanto un passaggio intermedio fra come eravamo e come saremo. Lunedì ho convocato da Sogei tutti gli intermediari, commercialisti, consulenti del lavoro e gli altri professionisti perché bisogna partire col piede giusto nel tempo giusto per arrivare agli appuntamenti con proposte il più possibile condivise. Il Fisco deve ascoltare, confrontarsi. E cambiare".

Ma come cambierà?
"Accumulando sempre più dati ed evitando naturalmente di chiedere quelli che già abbiamo, deve venir meno il concetto stesso di dichiarazione dei redditi. Nel momento in cui il Fisco possiede tutti i dati, ti presenta l’elaborazione di quegli stessi dati e tu da controllato diventi controllore del fisco. Ti fornisco un servizio e hai il diritto di vedere se ho lavorato bene".

Abolire la dichiarazione dei redditi: questa sì che è lunare. A quando lo sbarco?
"Direi 5 anni. Trattandosi di un’operazione complessa ritengo che l’orizzonte possibile per l’entrata a regime sia questo".

Attenzione con le promesse: finora si è andati sempre in senso contrario. Confartigianato dice che ci sono 210 scadenze fiscali l’anno. Per non parlare della giungla di norme incomprensibili e contraddittorie.
"L’Italia ha, senza dubbio, un numero di imposte superiore alla media europea. In Svizzera ci sono 25 leggi fiscali, la Germania ha 35 testi unici. Noi abbiamo 388 leggi e 396 decreti attuativi. Solo il testo unico delle imposte sui redditi ha 76 mila parole. Dal 1994 il numero di caratteri è più che raddoppiato. Dal 1986 ha subito 1.200 modifiche. Ma tutti i Paesi, Stati Uniti compresi, lamentano gli stessi problemi".

Tasse sulle bandiere, tasse perfino sull’ombra. Più di 240 ore l’anno per pagare le imposte, il doppio della media europea. Come si evita tutto questo e si diventa un Paese normale, almeno fiscalmente?
"Dobbiamo diminuire drasticamente il tempo. Quando il Fisco commette un errore, può e deve restituire i soldi con gli interessi. Quest’anno, per esempio, abbiamo già restituito 10 miliardi di Iva e 2 di imposte sui redditi. Ma il tempo sottratto non lo si può restituire alle imprese e ai cittadini. Né a chi lavora qui dentro. E il tempo ha una sua sacralità".

Ma come? Si ha la sensazione che la burocrazia viva in una dimensione diversa da quella reale, e funzioni solo per giustificare la propria esistenza in vita. Né le cose sembrano migliorare. Dieci anni fa nella classifica della Banca mondiale sulla facilità di fare impresa l’Italia occupava per il fisco il posto numero 117. Oggi è al 126.
"Quando sono arrivato, prima in Equitalia e poi qui, ho avvertito che la macchina non vuole essere percepita come un peso per l’economia, per il Paese, per gli investimenti esteri. Ma per poter governare una macchina serve un motore e quattro ruote, e io le vorrei far diventare tutte motrici. La burocrazia a volte è un serio ostacolo, ma le donne e gli uomini che lavorano qui dentro vogliono essere percepiti come persone che possono dare un contributo allo sviluppo del Paese. Un Fisco efficiente è un motore di crescita per il Paese. È chiaro che per questo è necessario un cambiamento culturale e di prospettiva, anche qui dentro".

Certe lettere che arrivano ai contribuenti dall’Agenzia sono semplicemente inaccettabili. A uno che chiedeva un chiarimento hanno risposto: "Lo deve sapere lei".
"Non dimentichiamo mai che dobbiamo rispettare le norme. Poi esiste il buon senso. In Equitalia abbiamo fatto dei gruppi di cittadini per esaminare le lettere, riscriverle e renderle comprensibili. La stessa cosa stiamo per fare qui, perché non c’è nulla di più frustrante di una comunicazione incomprensibile. Costerà fatica e impegno".

Questo nuovo Fisco "amico" non rischia di rivelarsi un boomerang in un Paese che ha una forte propensione all’evasione?
"Il termine ’Fisco amico’ non mi piace. Gli amici si scelgono. Il Fisco può essere al massimo un parente, visto che i parenti non si scelgono. Ma a patto che non sia indigesto né invadente. Il recupero dell’evasione è uno degli ambiti operativi dell’Agenzia, ma non l’unico. Centinaia di miliardi entrano spontaneamente: poi, certo, ce n’è anche una parte che entra grazie ai recuperi. Dobbiamo cambiare visione: l’interlocutore di Agenzia non dovrà essere un codice fiscale, ma il cittadino. Con la C maiuscola".

Dicevamo questo anche perché ora si sta per fare una seconda rottamazione delle cartelle, ovvero una specie di condono. Non rischia di far capire alla gente che può continuare a evadere, tanto ci sarà sempre il modo di sistemare le cose?
"Rottamazione, lo dico da tributarista, non è tecnicamente un condono. L’Agenzia delle entrate - Riscossione non riscuote solo le imposte evase e non sempre chi riceve le cartelle si può definire evasore. A Bologna mi è capitato un signore con una cartella di 6 mila euro di mense scolastiche non pagate, multe dell’autobus e dell’autostrada: aveva perso il lavoro. Era un evasore? Il 53% ha debiti non superiori a 1.000 euro. Credo che dare ai cittadini la possibilità di mettersi in regola senza un salasso di sanzioni e interessi non sia sbagliato".

Ci faccia capire: è contrario o favorevole ai condoni?
"La prima che avete detto".

Resta il fatto che il Fisco incassa comunque le briciole. Su 817 miliardi di euro accertati si prevede di aggredirne al massimo il 10 per cento. Assurdo, no?
"Non c’è un Paese che abbia un magazzino così vasto, soprattutto per il tempo, 17 anni. Non sono solo crediti fiscali ma molto di più. Ad esempio multe e contributi previdenziali, calcolati dal 2000 al 2017, che per una serie di motivi non sono mai né recuperati né restituiti agli enti creditori. Imprese fallite, persone scomparse o senza reddito. Il paradosso è la sommatoria degli anni".

Per non parlare del contenzioso...
"Quello per fortuna va meglio. Nel 2016 abbiamo vinto sette cause su dieci. Il problema è anche lì quanto si incassa dopo aver vinto".

E veniamo ai controlli. Ricorda il criticato blitz di Cortina? Vedremo ancora quelle scene, mediaticamente assai redditizie, o si darà la caccia ai grandi evasori?
"Il ruolo di Agenzia è come il tutor in autostrada. Non serve a fare multe, ma a far rispettare i limiti. Le tasse dobbiamo pagarle tutti. Il giusto. L’attività dell’Agenzia è valutare i profili di rischio. La riorganizzazione interna varata pochi giorni fa, che ora è nelle sapienti mani del ministro Pier Carlo Padoan, prevede un meccanismo tale da individuare le tipologie di contribuenti con particolare attenzione al rischio. Per capire qual è il settore dove più facilmente si può nascondere l’evasione. Il nuovo modello guarda alla realtà fuori da questa porta e pone al centro i servizi ai cittadini".

È plausibile che appena l’1% degli italiani denunci più di 200 mila euro?
"Non è verosimile. Ma quello che voglio rivendicare è che se andiamo verso un sistema che rende tutto più semplice, deve aumentare il dato della compliance spontanea rispetto al recupero di evasione".

C’è chi sostiene che sarebbe essenziale ridurre drasticamente l’uso del contante.
"Negli anni passati non ha determinato un calo dell’evasione. Il problema è la sua tracciabilità. Per esempio, introducendo una norma che esclude dalle detrazioni i pagamenti in contanti se non sono tracciati. Molto più efficace è la fattura elettronica".

E magari copiare quello che di buono fanno gli altri Paesi.
"Ci sono molte buone pratiche in tutto il mondo. Ma anche qui. Abbiamo degli accordi col sistema bancario, in cui vorremmo coinvolgere positivamente anche Poste, grazie ai quali si può andare al bancomat e vedere se ci sono cartelle da pagare. L’sms per avere le comunicazioni sulle cartelle. Sembravo un matto: chi avrebbe dato il numero di telefono al Fisco? In un anno si sono registrati 130 mila utenti".

Perché non si è mai fatta una campagna pubblicitaria per spiegare che cosa significa evadere e quali danni sociali causa?
"Vediamoci fra un anno".

Significa che avete un’idea?
"È all’interno di un progetto più ampio che abbiamo in cantiere per il 2018. Il Fisco dev’essere compreso, nella sua utilità al servizio di tutti".

Le tasse sono bellissime, diceva Tommaso Padoa Schioppa...
"La bellezza non è una categoria applicabile alle tasse. Le tasse sono il prezzo che paghiamo per vivere in questa società. E vorrei che quando arriva una lettera dell’Agenzia non sia un momento di scompenso cardiaco, perché noi lavoriamo a recuperare risorse per dare concretezza ai diritti dei cittadini: allo studio, alla salute, ai servizi".

Bisognerebbe spiegarlo anche ai colossi del web che eludono abilmente le imposte. Eppure dovrebbe essere semplice: chi produce reddito in un certo Paese, paga le tasse in quel Paese. Non crede?
"Anche di più, secondo me. Va riconosciuto ai governi Renzi e Gentiloni di aver tenuto alto il nome dell’Italia. Ai tavoli internazionali il ministro Padoan ha posto fortemente questo problema. Ma la cosa che mi rende orgoglioso come cittadino è che c’è un’assunzione di responsabilità verso le generazioni future. Perché l’economia digitale rappresenta l’economia del futuro e se non si pone ora il problema, prima o poi non avremo più niente da tassare".

La vulgata dice che Ruffini è arrivato fin qui grazie alla sua partecipazione alla Leopolda di Matteo Renzi con quel libro sulla semplificazione fiscale.
"Era il 7 novembre del 2010, lo ricordo bene perché era una data storica".

La rivoluzione d’ottobre?
"Il mio onomastico, più modestamente ".

LA TARI RADDOPPIATA ILLEGITTIMAMENTE
Negli ultimi cinque anni almeno, diversi Comuni avrebbero sbagliato il calcolo della Tari: un errore nel computo della quota variabile del tributo che ha fatto lievitare a dismisura il prelievo, a spese di milioni di famiglie. Anche fino al doppio del dovuto. A svelare la grave irregolarità è il sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta, nel corso di un question time a Montecitorio. Il Movimento Difesa del Cittadino grida alla truffa ai danni dei contribuenti: l’associazione dei consumatori ha lanciato la campagna ’SOS Tari’ per chiedere i rimborsi ai Comuni che avrebbero applicato la tassa rifiuti ingiustamente maggiorata.  

L’errore. I contribuenti-vittime si sono così trovati una bolletta in cui, oltre alla quota fissa (legata ai metri quadri della casa), c’è una quota variabile (legata al numero degli abitanti della casa) moltiplicata tante volte quante sono le pertinenze. Ad esempio: chi ha una casa con 125 metri quadrati complessivi, di cui 100 di casa, 15 di garage e 10 di cantina ha pagato la quota variabile non una (come dovrebbe essere) ma tre volte. Il risultato? Bolletta quasi raddoppiata.

L’ammissione del Mef. A far scoppiare la bufera un’interrogazione parlamentare rivolta dal deputato pugliese Giuseppe L’Abbate, (M5S), al sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta per chiedere lumi su una serie di segnalazioni giunte da varie città della penisola. La richiesta cita come fonte un articolo del Sole24ore del 2014 che già tre anni fa denunciava un’inesattezza nel calcolo della Tari. L’errore sarebbe stato commesso, tra i tanti, dai Comuni di Milano, Genova, Ancona, Napoli, Catanzaro e Cagliari.

La tassa rifiuti. Ma procediamo per ordine. La Tari, introdotta nel 2014 (dalla L.147/13) serve a finanziare il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti. È tenuto a versarla chiunque possieda o detenga a qualsiasi titolo locali o aree scoperte che possono produrre immondizia (dunque in caso d’immobili, anche l’inquilino, non solo il proprietario). Insieme all’Imu e alla Tasi costituisce la Iuc, l’Imposta unica comunale. La Tari ha preso il posto della Tares, in vigore nel solo 2013, che a sua volta sostituiva i vecchi prelievi relativi alla gestione dei rifiuti urbani (Tarsu, Tia1 e Tia2). Le scadenze di pagamento della Tari sono fissate da ciascun Comune. Di norma è scaglionata in almeno due rate, ogni sei mesi.

Come si applica. La tassa comprende una quota fissa e una variabile. La parte fissa dipende da quanto è grande la casa: è in proporzione ai metri quadrati dell’abitazione. Mentre quella variabile, che di fatto serve ad adeguare il prelievo ai rifiuti prodotti, cresce secondo il numero dei membri della famiglia. Ed ecco l’errore: la quota variabile andrebbe calcolata una sola volta sull’insieme di casa e pertinenze immobiliari (ovvero posti auto, cantine, soffitte, box), tenuto conto del numero dei familiari. L’esistenza di svariate pertinenze infatti, non accresce la quantità d’immondizia prodotta dal nucleo familiare. Mentre i Comuni accusati di averla maggiorata l’avrebbero applicata tante volte quante sono le pertinenze dell’abitazione, come se l’immondizia lievitasse in presenza di più pertinenze.

Riportando l’esempio discusso alla Camera: per un appartamento in cui vive una famiglia di 4 persone, con superficie complessiva di 150 mq., di cui 100 di casa, 30 di garage e 20 di cantina, la parte variabile della tariffa relativa ad autorimessa e cantina (come precisato dal punto 4.2 dell’allegato 1 al DPR n. 158/99) "va computata solo una volta, considerando l’intera superficie dell’utenza composta sia dalla parte abitativa che dalle pertinenze site nello stesso comune". Pertanto l’importo da versare si otterrà sommando: tutte le quote fisse rispettivamente di casa, garage e cantina, a cui si aggiungerà una, e solo una volta, l’importo della quota variabile.

La regola generale, chiarisce Baretta, si deduce da un regolamento (articolo 17, comma 4, del Prototipo di Regolamento per l’istituzione e l’applicazione della Tares) applicabile anche alla Tari con riferimento ai fruitori delle utenze domestiche. La norma stabilisce che "le cantine, le autorimesse o altri simili luoghi di deposito, si considerano utenze domestiche condotte da un occupante, se persona fisica priva nel comune di utenze abitative. In difetto di tale condizione i medesimi luoghi si considerano utenze non domestiche". In parole povere, sulle pertinenze si applica la Tari come se fossero case, se chi le usa non risiede nel Comune. Se è residente, si considerano locali accessori all’appartamento stesso.

Consumatori sul piede di guerra. I consumatori sono subito scesi in campo per rivendicare gli esborsi immotivati: il Movimento difesa del cittadino - che da tempo denunciava irregolarità nell’applicazione del tributo -  ha deciso di lanciare attraverso i suoi sportelli territoriali la campagna ’SOS Tari’ per chiedere ai Comuni di indennizzare i contribuenti per le somme illegittimamente versate. Per aderire basta inviare una mail alle sedi locali: l’associazione si occuperà di verificare gli avvisi di pagamento e inviare l’istanza di rimborso al municipio competente.

Come far valere i propri diritti. E se invece volessimo agire da soli per la restituzione dei surplus ingiusti, come potremmo muoverci? Lo abbiamo chiesto ad Antonio Damascelli, presidente dell’Uncat, organismo di categoria degli avvocati tributaristi. "I contribuenti possono impugnare l’avviso di accertamento del tributo, notificato loro dal Comune, presentando ricorso alla Commissione tributaria provinciale, in cui denunciano la cattiva applicazione della normativa" spiega il legale. "Il ricorso va effettuato entro 60 giorni dalla notifica dell’avviso. Non è sempre facile capire se la tariffa è stata applicata nel modo giusto. Dunque, si può procedere con una richiesta al Comune di accesso agli atti amministrativi (come previsto dalla L.241/90). In questo modo si potrà consultare il proprio fascicolo e verificare i criteri adottati per il calcolo del tributo. Un’altra strada, sarebbe inoltre impugnare dinanzi al Tar l’intero regolamento comunale relativo alla Tari. I Comuni, dal canto loro, potrebbero già da ora correre ai ripari modificando in autotutela i propri regolamenti se risultano illegittimi, e le proprie tariffe".

Una tassa, troppi disservizi. La tassa sui rifiuti è spesso oggetto di pronunce della magistratura che ne chiariscono le modalità di corretta applicazione. Un’ordinanza recente della Corte di Cassazione (22531/2017) ha chiarito, ad esempio, che in caso di disservizio grave e perdurante nel tempo nella raccolta dei rifiuti, come accaduto a Napoli nel 2008, la Tarsu (secondo la denominazione dell’epoca), deve essere ridotta al 40%. Secondo gli ermellini se la raccolta dei rifiuti non avviene o si dimostra inefficiente, il cittadino ha diritto a uno ’sconto’ sull’importo da versare, purché il disagio sia certificato dal tribunale.

Appena due mesi fa anche il Consiglio di Stato si era pronunciato sulla Tari (sentenza 4223/2017). Il secondo grado della giustizia amministrativa ha affermato che la tassa sui rifiuti non può essere più onerosa per i cittadini privi di residenza nel Comune. Dunque, sarebbe illegittimo anche il criterio che penalizza chi viene da fuori. Nonostante le varie pronunce in merito, per l’anno che viene la Tari potrebbe subire dei rincari, previsti nel disegno della legge di bilancio 2018.

PROPOSTA DEI CINQUESTELLE
ROMA
Dopo il voto siciliano e quel 34,7% conquistato da Giancarlo Cancelleri, il M5S affina la strategia economica muovendosi oltre il cavallo di battaglia del reddito di cittadinanza, che fa presa soprattutto al Sud. È in dirittura d’arrivo una proposta di riforma dell’Irpef che punta alla revisione di scaglioni e aliquote per sgravare il ceto medio senza aumentare le tasse per i più abbienti. Una partita che vale qualche miliardo e che secondo i pentastellati sarebbe compensata da una revisione «chirurgica» delle tax expenditures. 
L’idea del Movimento - nei focus group che lavorano sul dossier economico, sotto la supervisione del candidato premier Luigi Di Maio - è quella di fornire risposte ai lavoratori dipendenti, ma anche agli autonomi sotto Irpef, ammiccando alla platea rimasta da ultimo delusa dal rinvio dell’Iri (l’imposta sul reddito imprenditoriale) nella legge di bilancio. Lo scopo è «abbattere il cuneo fiscale a favore del lavoratore». Ricetta rischiosa: l’annunciata revisione della giungla di agevolazioni e detrazioni è sempre fallita. Ma i Cinque Stelle ostentano sicurezza: «Abbiamo le mani libere rispetto a quella stratificazione di aiuti a microsettori che i vari Governi hanno messo in piedi da anni a questa parte». 
La riforma fiscale non sarà l’unica leva con cui il M5S inseguirà l’elettorato, specie al Centro-Nord, dove spaventa la competizione con il centrodestra unito. Il pacchetto imprese, anticipato alla kermesse di Rimini dal consigliere lombardo Stefano Buffagni (astro nascente proiettato verso Roma), guarda al bacino Pmi: in cantiere la “company box” per semplificare i rapporti con le Pa e l’abolizione graduale dell’Irap.

ROMA
Un rafforzamento della web tax transitoria prevista dalla manovrina correttiva di primavera con strumenti ad hoc a disposizione del Fisco per verificare i presupposti che inducono i big del web, e non solo, a dichiarare l’assenza di una stabile organizzazione nel nostro Paese ai fini fiscali. E l’introduzione di un’imposta sulle attività digitali del 6% sui ricavi «per la cessione di servizi pienamente dematerializzati da parte di soggetti non residenti a soggetti residenti in Italia» (si veda il Sole 24 Ore dell’8 ottobre). 
A dare maggiore forza alle misure già adottate dal decreto sulla correzione dei conti è uno dei quasi 4mila emendamenti (3.954 per la precisione) al disegno di legge di bilancio, firmato da Massimo Mucchetti (Pd), che dovrebbe fungere da apripista all’introduzione di una vera e propria web tax, su cui da tempo spinge molto il presidente della commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia (Pd). Che però sul versante transazioni mette in guardia dal rischio che il meccanismo possa costringere anche le imprese italiane a pagare più tasse. Tra gli altri ritocchi presentati al Senato dai gruppi parlamentari, anche versione trasversale o bipartisan, il prolungamento al 2019 della sperimentazione dell’Ape social (con allargamento della platea), il rifinanziamento del bonus bebé, e la tassa sul fumo per destinare 500 milioni al “Fondo oncologici”. Il tutto mentre il governo apre sulla riduzione graduale del super-ticket sanitario per il quale Mdp chiede però la totale soppressione.
Web tax rafforzata 
Il governo e la maggioranza stanno valutando per le modifiche in Parlamento un percorso in due tempi: rafforzare con ritocchi al Senato, dove è all’esame il Ddl di bilancio, il dispositivo già in vigore e completare l’intervento nel passaggio della manovra alla Camera con il recepimento dell’eventuale accordo a livello europeo (al quale sta lavorando il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan) per tassare il flusso o le transazioni delle internet company. Con l’emendamento Mucchetti verrebbe tassata la base imponibile dichiarata da giganti e non del web, che sarebbe poi verificata dall’agenzia delle Entrate attraverso un meccanismo che prevederà l’attribuzione di un codice fiscale. Questo, afferma Mucchetti, è «il frutto del lavoro di un anno delle commissioni Industria e Finanze del Senato sul disegno di legge che avevo presentato. L’emendamento dà forma giuridica anche agli orientamenti espressi dai quattro principali paesi dell’Ue».
Proroga Ape social 
Dal Pd sono arrivati 410 emendamenti (di cui circa 200 “vidimati” dal gruppo, gli altri a titolo personale) al Ddl di bilancio, su cui la commissione Bilancio del Senato comincerà a votare tra la fine della prossima settimana e l’inizio di quella successiva dopo il via libera dell’Aula di Palazzo Madama al decreto fiscale. Tra i ritocchi Dem, come ha sottolineato il capogruppo Pd in Commissione, Giorgio Santini, c’è quello che punta a prorogare al 2019 l’Ape social allargandone e fluidificandone i criteri. Si tratta, sottolinea Santini, di un «contenitore pronto a recepire» l’eventuale «intesa governo-sindacati» sull’esenzione dei lavori gravosi dall’aumento automatico a 67 anni nel 2019 dell’età pensionabile. Mdp propone invece di estendere a tutti l’opzione donna per uscire prima.
Aumento tassa fumo 
Dalla commissione Sanità di Palazzo Madama arriva un correttivo, condiviso da Pd e Ap, per finanziare l’acquisto di farmaci oncologici innovativi e potenziare le reti delle cure palliative, in particolare pediatriche, facendo leva su un aumento delle tasse sui tabacchi (gettito atteso 500 milioni).
Super-ticket sanitari 
In commissione Bilancio al Senato il viceministro dell’Economia Enrico Morando conferma che è «necessario» un intervento sui superticket, a fronte delle «difficoltà per i cittadini di usufruire delle prestazioni sanitarie anche nelle Regioni più virtuose». Il Governo punta a una riduzione graduale, ma Cgil e Mdp, con un emendamento ad hoc, premono per un’immediata e totale abolizione della “maggiorazione”.
Bonus bebè 
Ap, che ha depositato 550 emendamenti in Commissione, punta su un pacchetto famiglia imperniato su una card per i nuclei numerosi e sul rifinanziamento del bonus bebè, senza il quale Alternativa popolare minaccia di non votare la manovra. Anche il Pd ha presentato ritocchi per “ripristinare” il bonus bebè e alzare l’attuale tetto di 2.840 euro sopra il quale i figli non sono più considerati a carico dei nuclei per beneficiare delle detrazioni.
Estensione della cedolare 
Il Pd propone di introdurre la cedolare secca anche sugli affitti dei negozi non locati da tempo per contrastare il fenomeno delle “saracinesche chiuse”.
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Giovanni Parente
Marco Rogari