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 2017  ottobre 03 Martedì calendario


Strage a Las Vegas, almeno 58 morti

Da ieri la bandiera a stelle e strisce degli Stati Uniti sventola sulla Casa Bianca mestamente a mezz’asta in memoria dei 58 morti e 515 feriti di Las Vegas, dove domenica sera un uomo ha sparato dalla finestra di un albergo su una folla di 40 mila persone che stava assistendo a un concerto di musica country. Il killer si è tolto la vita poco prima che la polizia facesse irruzione nella sua stanza. È il più grave fatto di sangue nella storia americana, dopo l’eccidio dell’11 settembre 2001.  

Terrorismo?
C’è una rivendicazione dell’Isis. L’agenzia di propaganda Amaq cita una fonte di sicurezza interna e sostiene che «l’esecutore è un soldato dello Stato islamico» che ha agito «rispondendo alla richiesta di colpire i Paesi della coalizione». Dopo la conversione avrebbe cambiato nome e assunto quello di Samir Al Hajib. La polizia per il momento non conferma la matrice terroristica dell’attentato, spiegando che di fatto, da questo punto di vista, «nulla risulta» e che la strage sarà etichettata come terroristica solo se risulteranno, a proposito, elementi inoppugnabili. Nella camera da cui il killer ha sparato sono stati trovati otto o secondo altre fonti dieci fucili automatici. Lo sparatore li ha portati su da sé, e nessuno si è accorto di niente. Forse non è così strano se si pensa che il Mandalay Bay Hotel, dove l’assassino era giunto giovedì scorso, è una struttura non solo di lusso, ma immensa: 43 piani, più di tremila camere, più di 20 ristoranti, un casinò, tre piscine, 120 dollari a notte per persona. Dunque l’assassino avrà potuto portare le armi in camera sua senza farsi troppo notare.  

Ma chi è?
Si chiamava Stephen Paddock. Ex revisore dei conti negli anni Ottanta anche per la Lockheed, aveva poi lavorato con la madre nella gestione di un complesso di appartamenti sparsi un po’ dappertutto negli Stati Uniti. Negli schedari della polizia su di lui non c’è assolutamente niente, neanche una multa stradale. Abitava a Sun City Mesquite, 20 mila abitanti, un centro di pensionati e di patiti del golf, un tipico posto dove si va a stare quando si smette di lavorare. Si trova a 120 chilometri da Las Vegas. La casa di Mesquite era di sua proprietà, e secondo la valutazione del catasto del Nevada valeva 400 mila dollari. Prima potrebbe aver vissuto alla periferia di Dallas. Insomma, il profilo di un uomo parecchio benestante, se non ricco. Giocava spesso d’azzardo, aveva una patente per pilotare aerei e due automobili, viveva con una donna di 62 anni, Marilou (o Mary Lou) Danley, che in questo momento non è negli Stati Uniti: Paddock aveva presentato alla reception del Mandalay anche un documento della sua compagna e per qualche ora la polizia ha creduto che la donna fosse sua complice. Poi l’ha rintracciata al telefono, l’ha interrogata e al momento sembra escludere che c’entri qualcosa. Ci sono per ora le testimonianze di due fratelli, Bruce che vive in California e non rivolgeva la parola a Stephen da una decina di anni, ed Eric che abita in California e alla notizia della strage è caduto dalle nuvole. «Ma Stephen conduceva una vita assolutamente ordinaria, dove avrà trovato armi di quel tipo?».  

Dove le avrà trovate?
Il Nevada è uno dei paesi dove è più facile caricarsi di pistole o fucili. La strage di Las Vegas ha naturalmente subito riacceso la discussione sulla facilità di procurarsi, negli Stati Uniti, questi strumenti di morte. Trump, nelle espressioni di condoglianze pronunciate ieri, non ne ha fatto cenno. Il presidente sta dove sta anche per il sicuro appoggio ricevuto dalla lobby dei fabbricanti e dei commercianti di armi.  

Ho sentito che il padre dell’assassino era però un rapinatore seriale.
Così risulta. Benjamin Hoskins Paddock nel 1969 finì nella lista dei «Most Wanted», cioè dei più ricercati dell’Fbi. Era evaso  dalla prigione federale del Texas, dove stava scontando una pena di 20 anni. Rimase nella lista dei Most Wanted per otto anni. L’agenzia federale aveva perso ogni speranza di mettergli le mani addosso, lo tolse dalla lista, e proprio allora lo arrestò all’esterno di una sala Bingo dell’Oregon. Era il 1978. Secondo l’Fbi Benjamin era uno psicopatico con tendenze suicide.  

Che cosa s’è capito, finora, della strage?
Paddock aveva una stanza al trentaduesimo piano dell’hotel. Domenica sera, verso le 22 (da noi più o meno le otto del mattino), ha spaccato il vetro di una finestra e da lì s’è messo a sparare contro la folla che stava assistendo alla terza e ultima serata del Route 91 Harvest, un appuntamento annuale per gli appassionati della musica country. In quel momento stava cantando Jason Aldean. Nei video diffusi poi, e che la polizia di Las Vegas prega di consegnare, si sente un crepitìo, presto sovrastato da qualche grido. Passano una decina di secondi, e ancora quel crepitìo. Quindi i corpi a terra, sono gli spettatori che tentano di scamparla. Pure, a guardarli, benché sappiamo quello che sta succedendo, non si riesce a cavarne un’impressione drammatica. Per rappresentare adeguatamente il terrore e l’orrore ci vuole la fiction.