la Repubblica, 30 luglio 2017
L’amaca
La ricostruzione dell’“attacco terrorista” di Amburgo è molto istruttiva. Ci conferma che basta un singolo farabutto che strilla Allah e maneggia un coltello per versare sangue innocente. Ma ci dice anche che bastano tre o quattro clienti di supermercato, armati delle sedie prelevate da un bar, per neutralizzarlo e tenerlo a bada, il farabutto, mentre arriva – lemme lemme, all’apparenza – la polizia, in questo caso non molto tempestiva e abbastanza incongrua mentre avanza a ranghi serrati, come una coorte romana, lungo un marciapiede già presidiato da normali cittadini. La violenza c’è, il turbamento per la comunità anche, ma l’esiguità dell’attacco, neutralizzabile a sediate, non merita quella sorta di promozione sul campo che è riconoscerle lo status di vero e proprio atto di guerra. Se ogni atto efferato o scervellato commesso da invasati religiosi, o da altro genere di frustrati o sadici o disturbati, viene attribuito “al terrorismo islamico” (ben lieto di attribuirselo), si ingigantisce a dismisura il potere di nuocere di quell’accolita. Il terrorismo, lo dice il nome stesso, punta tutto sul terrore degli inermi. Non diamogli questo vantaggio immeritato, e prendiamo confidenza, nei ritagli di tempo, su come si rotea una sedia.