La Lettura, 30 luglio 2017
Manny Pacquiao, il pugile-nababbo che vuole essere re
Il nababbo Manny Pacquiao è nato poverissimo in una cittadina dell’isola di Mindanao, nel sud delle Filippine. I genitori si separano quando lui ha dodici anni e già da due, precoce nella vocazione che si trasformerà in lavoro, raccoglie qualche soldo combattendo sui marciapiedi contro i coetanei del quartiere. Quando la madre Dionesia lascia la famiglia – il padre Rosalio, incauto, s’è fatto beccare con l’amante – decide di trasferirsi a Manila, dove inseguirà il suo sogno di diventare pugile alloggiando per strada e vivendo di espedienti. Questo per dire che la vita di Manny – all’anagrafe Emmanuel Dapidran Pacquiao, data di nascita 17 dicembre 1978, quarto di sei fratelli, famiglia notevolmente al di sotto della soglia di povertà – è la classica storia da film dove il protagonista, sull’orlo del precipizio, trova dentro di sé la forza e la volontà per reagire agli sberloni del destino. E destino vuole che Manny, qualche decennio dopo, a furia di prendere a cazzotti la malasorte, sia diventato, nell’ordine: il pugile strapagato in grado di vincere titoli mondiali in otto categorie diverse (dai pesi mosca, 51 chili, ai medi junior, 69,8); l’atleta che, sfidando le leggi della fisica (è alto 166 centimetri), è riuscito a giocare in una squadra professionistica filippina di basket; il cantante e attore di album, film e serie tv francamente dimenticabili; il politico talmente tenace da farsi eleggere nel Senato del suo Paese, maggio 2016, con un bottino di 16 milioni di voti (il primo ne prese 18).
Facile, si dirà: da almeno vent’anni la popolarità di Pacquiao è ai massimi livelli. Certo non significa automatica vittoria in caso di elezioni, però aiuta. Infatti nel radar c’è anche la scalata alla presidenza della Repubblica, ora nelle salde mani del suo amico Rodrigo Duterte detto «il castigatore» (copyright «Time Magazine»), primo mindanaoense a ricoprire la carica. Manny, che vorrebbe essere il secondo, si è fatto le ossa al Congresso come rappresentante della provincia di Sarangani, dove è nata la madre dei suoi cinque figli, Maria Geraldine «Jinkee» Jamora. Anche la signora Pacquiao è in politica: per tre anni, quando si dice la coincidenza, è stata vicegovernatore regionale proprio a Sarangani. Da congressman, Manny si è distinto per essere stato il politico con il più alto tasso di assenteismo per tre anni consecutivi (la scusa è che il pugilato lo teneva lontano dal Paese).
Il partito che lo sostiene, l’Alleanza nazionalista unita, ultimo approdo dopo un funambolico ondivagare nell’area del centrodestra populista e conservatore, ha avuto il suo daffare a difenderlo quando lo scorso anno, in piena campagna elettorale, se ne uscì con questa frase sugli omosessuali: «Se gli uomini vanno con gli uomini e le donne vanno con le donne, allora sono peggio degli animali. Lo dice la Bibbia». Troppo anche per i più scalmanati ultraconservatori cattolici filippini. L’opposizione gli levò la pelle. Seguì filmato riparatore postato su tutte le sue piattaforme social seguite da milioni di fan.
Manny è fatto così: generoso al limite dell’irruenza, spericolato sul ring e nella vita, un tipo insomma deciso. Fino al 2012, ha raccontato, scialacquava denari in mondanità sfrenata e gioco d’azzardo. Poi, la svolta: cresciuto nel solco della dottrina cattolica, ha scoperto l’evangelicalismo grazie a un’apparizione divina avuta durante il sonno. Il seguace evangelicale, per definizione, è «born again». Infatti il rinato Manny, archiviate lussuria e gola, è diventato un’altra persona, più mite e consapevole: attualmente è il filippino che più spende in attività di beneficenza – leggi generose donazioni alle popolazioni colpite dai ricorrenti tifoni che spazzano le Filippine.
E poi c’è il pugilato. Sulla boxe Pacquiao ha costruito il credito grazie al quale ha potuto essere tante altre cose. Fare a pugni è l’esercizio nel quale riesce meglio, una specie di talento naturale che gli consente di stare sul ring come un re seduto sul trono: è il suo mondo, la sua casa. È vero, non è passato neppure un mese dalla sconfitta inattesa subita contro il semi-sconosciuto australiano Jeff Horn che gli è costata il titolo mondiale Wbo dei welter. Ma è altrettanto vero che la carriera di Manny va giudicata nel suo complesso: ed è stata, pugilisticamente parlando, una carriera da mille e una notte. Nelle Filippine lo hanno soprannominato «il pugno nazionale» ( pambansang kamao, in cebuano), nel resto del mondo è conosciuto come Pac-Man, l’antenato dei videogiochi. Le sue qualità – mancino naturale, grande mobilità di gambe e tronco, rapidità di pensiero e di pugno – lo hanno proiettato nell’Olimpo attraverso alcune tappe fondamentali, come la trilogia di match disputati contro il messicano Erik Morales, gloria del «boxeo tricolor», e i quattro combattuti contro Juan Manuel Márquez, altro mito del pugilato messicano. E se è stato il suo sinistro a chiudere la carriera di Oscar De La Hoya, tra i pianti della boxe americana, lunga è la lista di avversari di altissimo profilo da lui regolarmente battuti. Resterà incompiuto, invece, l’assalto a Floyd «Money» Mayweather (Las Vegas, 2 maggio 2015), presunto «match del secolo» da derubricare a flop inguardabile: dodici noiosissime riprese dominate dal pugile americano. Pac-Man, insolitamente remissivo, dimostrò di aver combattuto con un problema alla spalla, ma poco conta ai fini della storia. Contano invece i quasi 100 milioni di dollari incassati come «borsa» per quel solo combattimento, ciliegina su una torta alta un miliardo guadagnata in 22 stagioni di professionismo.
Oggi, a 38 anni suonati e con 68 combattimenti alle spalle (59 vinti), Manny non ha ancora deciso se ritirarsi. Ci ha già abituati ad annunci di abbandono puntualmente smentiti dai fatti, anche se ora sono in molti a suggerirgli un’uscita definitiva. I match contro il tempo che passa finiscono sempre per essere i peggiori.