Corriere della Sera, 30 luglio 2017
80. Gli anni oggi non mi pesano. A 30 fu un colpo. Intervista a Dustin Hoffman
Dustin Hoffman l’8 agosto compie 80 anni. I suoi film hanno definito un’epoca: Il laureato, Un uomo da marciapiede, Tutti gli uomini del presidente, Cane di paglia, Tootsie … La publicist ci avverte che il tempo è scaduto. Lui sorridendo le risponde: «Sto per compiere 80 anni e faccio come mi pare. Andiamo avanti». Complice l’Italia, Paese che lui ama, dice le poche parole che sa nella nostra lingua, parolacce comprese.
Come festeggerà?
«Mia moglie mi ha promesso che non aprirò la porta di casa con la sorpresa di trovare gli amici. Non sono il tipo che organizza party. Siamo una piccola famiglia».
Che effetto le fa la cifra tonda?
«Non ho ancora realizzato. Il contraccolpo psicologico più forte l’ho avuto a 30 anni, lì capisci che sei definitivamente adulto e non puoi tornare indietro. Un contraccolpo che non ho avuto quando ho compiuto 40 o 50 anni. Certo mi fa impressione pensare di aver doppiato i 40 anni. Mi capita di pensare alle tante persone che ho conosciuto e sono morte. Non ho un sentimento negativo sul fatto che siamo di passaggio».
Al Festival di Cannes sul tappeto rosso lei si è commosso.
«È vero, c’è stata una manifestazione di affetto incredibile, ho guardato Emma Thompson, mia partner in The Meyerowitz Stories e mi è scappata una lacrima».
Lei ha vinto due Oscar: «Kramer contro Kramer» e «Rain Man».
«L’industria di Hollywood è diventata un circo. Si vota online, il voto non è segreto. Se la tua preferenza non va a un film degli Studios ti boicottano, non ti fanno lavorare. Sei out».
In «The Meyerowitz Stories» lei è uno scultore e un patriarca un po’ irascibile.
«Che cambia spesso moglie. L’età media si è allungata, viviamo molto più che in passato, come fai a dividere l’intera esistenza con una sola persona? È un atto contro natura. Oggi le relazioni sono più brevi in ogni cosa».
Lei ha tanti ricordi italiani.
«Stavo promuovendo Tootsie nel vostro paese, i produttori mi chiedono chi avrei voluto incontrare fra i cineasti italiani. Fellini! Ricordo le sue malinconiche previsioni: il tramonto della sala cinematografica, i giovani che si isolano con la musica nelle cuffie… Si è avverato tutto».
Possiamo parlare dei suoi inizi?
«Ok, anche se mi piace vivere nel presente. Diciamo la verità: ero un outsider. Il laureato mi lanciò: l’incertezza dei giovani americani sul loro futuro, il Paese immerso nella guerra in Vietnam. Quel film dovrebbe essere un monito a Hollywood, che ha smesso di raccontare la vita vera delle persone. Un film di cui sono orgoglioso è Tootsie : il ruolo dell’attore costretto a cambiare identità per recitare in una soap, affinò la mia consapevolezza sulle cause femminili».
«Il laureato» la consacrò star.
«Eppure ci furono alcune critiche negative. C’è chi mi rimproverò il naso grosso, l’altezza, la voce nasale. Quella era una parte su misura per Robert Redford, non per me. Mike Nichols, il regista, fu molto coraggioso nel volermi».
Lei è nato a Los Angeles, la città del cinema, ma è diventato attore a New York.
«A Los Angeles soffiava un certo venticello antisemita, per un ebreo come me non era il top. Mio padre era attrezzista a Hollywood e fu licenziato in un batter d’occhio. L’iniquità fa parte del mestiere dell’attore. Avere un bell’aspetto, essere bianco protestante, è sempre stato un vantaggio. Mi trasferii a New York, una delle prime cose che vidi era un uomo che urinava contro un muro. Ecco, in questa città potrai lavorare, mi sono detto. Non fu una passeggiata. Venni rifiutato più volte all’Actors Studio. Gene Hackman mi sistemò un letto in cucina, dormivo a casa sua. Pensare che abbiamo recitato insieme un’unica volta, nel 2003 in L a giuria... Da giovane mi arrangiavo con tanti lavoretti, anche Robert Duvall era dei nostri: aspirante attore e impiegato alle Poste. Gene temeva che quello sarebbe stato il suo ultimo film, era preoccupato di non essere più chiamato a recitare… parliamo di Gene Hackman».