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 2017  luglio 30 Domenica calendario

Così imparai a leggere un gelato

Di quell’estate che scoprii quanto possa essere una maledizione saper leggere. 

Mio padre aveva una seicento multipla in comproprietà con certi colleghi dell’ufficio. La usavano a volte a turno, ognuno per le proprie esigenze, a volte in gruppo per andare a pescare o in campagna. Quella macchina ci era già vecchia nei primi anni settanta, quelli che poi la Storia avrebbe chiamato «anni di piombo». Ma nell’estate del 1965, era relativamente nuova. Io vivevo in Barbagia; c’era l’Anonima sequestri. E con quella seicento multipla, mio padre, mia madre e alcuni dei miei cugini, andammo per la prima volta ad Agrustos.

Agrustos era un posto ai confini del mondo, ci si arrivava col carro a buoi da Budoni attraverso il letto secco di un rivo. Mio padre parcheggiava la macchina in paese. Le vettovaglie venivano trasferite sul carro e si procedeva verso la meta finale delle nostre selvatiche vacanze. Attraversare quel letto secco, risalire la china fino al cucuzzolo quattro, cinquecento metri sopra il mare, significava salire sulla macchina del tempo.
A me bambino, avevo cinque anni, quel percorso non pareva tuttavia un indietreggiare, ma uno stranissimo modo di andare avanti. Certo non è che fossi in grado di concepire e formalizzare il paradosso di vivere in un posto dove l’estremamente arcaico e l’estremamente contemporaneo finivano per convivere e persino per combaciare, ma potevo sentire tutto il fascino di quel paradosso. Potevo cioè concepire l’idea che ero stato fortunato a nascere e crescere in una terra dove si era abbracciata in tutto la modernità senza però abbandonare le proprie radici. Nel tempo, molte vacanze dopo, ho dovuto imparare ad emendare quel sentimento. Ma allora avevo cinque anni, avrei fatto la primina di lì a poco, ero diventato, molto precocemente, un lettore consapevole. Ma tenevo quella capacità, quella cioè di leggere, come un segreto importantissimo, direi vitale, dentro di me. Mi ero convinto che saper decodificare scritte, saper leggere titoli di giornale, cartelli, insegne e così via, poteva diventare un vantaggio solo se avessi potuto esercitare quelle capacità senza che nessuno lo sapesse.
Le due TTutti dicevano che sarei diventato dottore, che era esattamente quella parola con due T di Torre. Tutte le parole con due T di Torre mi facevano l’effetto di sostantivi definitivi. Fare il dottore era una cosa importantissima, come fare l’Attore o lo Scrittore. La differenza consisteva nel fatto che queste ultime due professioni non erano per niente viste di buon occhio da mio padre. Il che mi convinse che il principio di autorevolezza delle due T non è valido sempre, né estensibile a tutto.
Comunque è l’estate del 1965, siamo arrivati ad Agrustos, frazione di Budoni. Siamo affittuari nell’unica casa con standard urbani dell’intero territorio. L’ha fatta costruire un agrustese che ha fatto qualche soldo in anni di duro lavoro in Germania. È emigrato lì da ragazzo, ha imparato l’arte del ferro lavorando come operaio in un’industria siderurgica, ha messo da parte un gruzzolo appositamente per costruire, nel centro del borgo in cui è nato, la casa, dove noi, cittadini, passiamo le vacanze. Da queste parte ci chiamano «i nuaresi», quelli di Nùoro. C’è una sospensione generale del principio di identità. La faccenda di essere entrambi sardi conta assai poco.
Ad Agrustos c’è un unico emporio, si tratta di un magazzino di frontiera come quelli che si vedono nel nulla estremo di certi film western. Lì si vende di tutto, dalle scarpe ai chiodi, dalle sementi al bestiame vivo. Si vendono le sigarette sfuse, la pasta sfusa, la conserva sfusa, le alici sfuse impilate nel barilotto sotto sale. È una stagione in cui i soldi, le monete, non sono tanto apprezzati. In quell’angolo di mondo si fa fatica a concepirne l’uso quotidiano. Certo si sa che servono, ma non si capisce esattamente a cosa. Nemmeno dopo che il «ricchissimo» fabbro dalla Germania fa costruire quella modesta casa dove noi siamo accolti e che ai più sembra un castello con pavimenti e impianti. Gli altri vivono in casette linde di pietra e tetti di giunchi. Sono monolocali Al suolo la terra battuta, ma talmente battuta che oramai è diventata un’argilla compatta. Alcuni hanno una specie di pavimentazione su cui insiste il grande letto matrimoniale. Si pulisce in casa inumidendo la terra battuta e passandogli sopra consistenti bracciate di scopa in saggina. Là dentro è tutto fresco e pulito. Tutto disposto con la cura di chi tiene agli oggetti e alle persone. Poco distante da casa, ai confini della foresta di fichi d’india, una fossa contiene un maiale in allevamento. Gli si buttano resti di cibo e bucce d’anguria. Io adoro dar da mangiare al maiale da una grossa latta dove sta scritto CIRIO che dovrebbe essere un nome proprio di persona, visto che non corrisponde ad alcun oggetto a cui io possa fare riferimento. I bambini della mia generazione avevano competenze scarsissime di marche. Comunque siamo sempre ad Agrustos, tutti i bambini della casa vengono lasciati al pascolo brado. Io nella casa del fabbro ci sto bene, posso starmene tranquillo, sfogliare stranissime riviste scritte in una lingua impossibile, posso considerare la faccenda delle due T di Torre, ma senza troppa ansia da prospettiva.
Al mattino di buonora, mio padre, che in quella particolare stagione della sua vita è magrissimo e scuro di capelli, ci porta tutti al mare. Per arrivarci bisogna fare un po’ di strada a piedi e attraversare qualche podere recintato. La spiaggia è immensa, gli amici locali di mio padre hanno costruito una specie di capanno di canne, dove mangeremo e passeremo le ore di canicola, perché la regola è che quando si «scende» in spiaggia ci si rimane per tutto il giorno. Dentro al capanno, pavimentato con vecchie coperte militari grigio verdi, ci sono i viveri per la giornata: acqua, pane, fichi, formaggio, salumi, anguria e persino un thermos di caffè.
L’oggetto misteriosoNoi bambini abbiamo a disposizione tutto quanto si possa sognare: sabbia candida, ampie zone invase dalle alghe che fanno montagne da scalare, un mare inimmaginabile, e persino una piccola mandria di mucche bianche che ci guardano scettiche. Ci sono gigli di mare e giunchi con cui fare frecce e spade. Ci sfiniscono per farci andare a letto presto. E in effetti, quando, a sera inoltrata ci depositano a casa siamo di pezza, non ci reggiamo in piedi.
Ma una particolare sera proprio mentre si tornava verso casa intravediamo un mezzo stratosferico, una specie di imponente trattore, ancora le due T, che sta trasportando un oggetto tecnologico straordinario. Si tratta di un frigo per gelati. Il che vuol dire che all’emporio saranno disponibili ben presto anche il Camillino, il ghiacciolo ed il pinguino… Gioisco, mio padre mi guarda. In effetti tranne una scritta verde che dice GELATI quell’oggetto è assolutamente misterioso. Preso in contropiede dallo sguardo paterno commento con noncuranza che un gelato non ci starebbe male. Gli altri mi prendono in giro: «Che c’entrano i gelati?» mi chiedono. Mio padre mi guarda: «Che c’entrano?» mi provoca. Gli altri ridono. Così l’orgoglio ha la meglio, indico l’oggetto misterioso: «Là c’è scritto Gelati» annuncio. Fregato.