La Stampa, 30 luglio 2017
Intervista al presidente della Consob Giuseppe Vegas: «Nella gestione della Telecom possibili problemi di trasparenza. La Consob vuole risposte»
Si comincia dalla fine, dall’attualità, dalla Telecom e dagli interrogativi romani sulla strategia che ispira i francesi nella conduzione del colosso delle Tlc. Giuseppe Vegas, a cinque mesi dalla fine del mandato da presidente della Consob, prende nota con qualche soddisfazione dei chiarimenti concessi da Vivendi sulla «direzione e controllo» da parte degli uomini di Bolloré, ma sottolinea che occorrono approfondimenti, perché potrebbe porsi ancora «un problema di trasparenza» di competenza della vigilanza italiana. L’indagine è in corso, spiega: «Vedremo».
È uno degli ultimi dossier dell’economista milanese al termine di una stagione che, riassumendo, gli è parsa scorrere fra troppe regole, troppe tasse, troppa fretta, qualche errore. Quando ragiona su mercati nel suo ufficio di piazza Verdi, Vegas ammette che per farli girare meglio «ci vorrebbero norme più facili che non imponessero costi aggiuntivi».
Aiuterebbe, dice, un fisco meno invadente e magari si potrebbe cominciare dal «sospendere la Tobin Tax». E anche una Bce che, nel perseguire giustamente la stabilità, pressasse un po’ meno le banche, soprattutto nel costringere a vendere «i nuovi mostri», cioè gli Npl, i crediti marci che pesano sui bilanci: «Vendere tutto e in massa non è necessariamente la soluzione migliore e, forse, sarebbe meglio concedere più tempo».
Poi c’è il fattore umano, chiamiamolo così, quello che ha reso rovente la poltrona al vertice della Commissione di Borsa. Durante la crisi delle banche italiane, dal Monte alle Venete, Vegas ha vissuto una bufera permanente, spesso in buona compagnia con la Bankitalia. «Essere sotto attacco fa parte dei rischi del mestiere – argomenta oggi -, ma quando è ingiustificato è davvero dura».
Avrete pur commesso degli errori, no?
«È sempre possibile quando si lavora. Nessuno è perfetto. Però nei limiti della legge vigente abbiamo fatto ciò che dovevamo. E ora qualche rimedio è in arrivo. La normativa Ue introduce ciò che Consob chiedeva da tempo: il potere di divieto sui prodotti finanziari complessi. Se non sono adeguati o pericolosi, dal 2018 li potremo vietare».
La vigilanza è stata contestata. Molto.
«Succede quando qualcuno che perde dei soldi e vuol capire perché. La nostra attività di controllo riguarda solo una parte del mercato. Bankitalia guarda l’altra, la stabilità. In caso di emissioni o aumenti di capitale, chiediamo informazioni a loro. Su tale base, controlliamo i prospetti e, se necessario, interveniamo. Un problema è però che la natura del prospetto ha senso dal punto di vista legale, ma ne ha meno da quello sostanziale. Anche se il documento è molto voluminoso e comprensivo, la gente compra indipendentemente dalle avvertenze».
La crisi si alimenta di regole troppo complesse?
«La regolamentazione che è seguita alla crisi, ha reso l’erogazione del credito più misurata, così si è ripresentato il problema di come finanziarsi sul mercato. Abbiamo accolto con favore l’Unione dei mercati di capitali profilata dall’Europa. Tuttavia, l’eccesso di regolamentazione a livello Ue, e dunque nazionale, costituisce un ostacolo. Un’impresa che deve sottoporsi a valutazioni esterne, a controlli – e non parlo solo dei costi di quotazione che non sono banali, ma anche dei costi di “compliance” – ci pensa due volte prima entrare sul mercato».
E allora?
«Vorremmo regole più semplici e più chiare. Il problema in Europa è che la normativa si accorpa, ma le attività di controllo no. Gli squilibri sono pertanto inevitabili».
Il risparmiatore che compra un prodotto tossico è un truffato. Ma ha una responsabilità perché non si è informato abbastanza?
«Fidarsi è bene, ma per il risparmiatore un minimo di cautela in più è sempre necessaria. Deve essere attento. Quando compri un nuovo telefonino si perdono ore a valutarne le prestazioni. Perché non fare lo stesso con i risparmi?»
Chi vende dovrebbe essere più onesto, anche.
«Certo. Bisogna offrire il prodotto giusto. Abbiamo diffuso una comunicazione sui prodotti complessi, dicendo che sono a rischio e si possono vendere solo a certe categorie. All’ultimo aumento di capitale delle banche venete, abbiamo imposto una dichiarazione olografa del sottoscrittore. Il problema esiste. Va esaminato a fondo. E, nel caso, di comportamenti scorretti, va sanzionato».
A proposito. Avete in canna nuove ammende?
«Dopo Mps, Veneto banca e Vicenza, sono in dirittura d’arrivo anche le sanzioni a Banca Etruria».
Il vostro comportamento sull’Etruria è stato uno dei più contestati. Rifareste tutto allo stesso modo?
«Era una banca sotto controllo. Banca d’Italia la voleva maritare con le Venete. Abbiamo monitorato la situazione. Quello che ha acceso il faro è stato – nel gennaio 2015, dopo la riforma delle popolari – quando abbiamo evidenziato l’esistenza di movimenti sui titoli dell’istituto. Poi, quando è stata commissariata, le negoziazioni sono state sospese. Era abbastanza ovvio che la banca fosse gestita con criteri di “amicizia”. Ci sono stati anche comportamenti illegittimi. Ma in passato questo sistema di banche si reggeva su economie locali floride. Con la crisi, gli abusi che prima venivano quasi tollerati, sono emersi con chiarezza».
Fintech e il mondo degli algoritmi. Rivoluzioneranno la finanza?
«Tutto cambierà radicalmente nel giro di cinque-dieci anni. Le banche si trovano in una difficile posizione competitiva. Si delinea uno scenario in cui avremo i grandi social network in concorrenza con le banche grazie ai big data. È un patrimonio che consente di profilare gratis milioni di persone, acquisendo informazioni preziose per l’offerta di servizi finanziari. Si scatenerà la corsa al ribasso sui prezzi. Sarà una sfida durissima».
Poi c’è il «mostro» delle sofferenze.
«Sono preoccupato. Gli Npl sono cresciuti quando la crisi si è riflettuta sull’economia reale. Recentemente una grande banca ne ha venduti 17 miliardi al 13% del valore facciale. Può darsi che ci siano cose che valgono zero e cose che valgono di più».
Cosa propone?
«Mi chiedo se non sia meglio lavorarseli in casa. E, anziché licenziare cinquemila persone, metterne qualcuna a controllare veramente la qualità degli Npl. È un business potenzialmente interessante. Non bisognerebbe fare di ogni erba un fascio».
Sta dicendo che non bisogna avere fretta.
«La fretta la mette la Bce. È comprensibile e ragionevole. Però se mi impongono di vendere la mia auto entro stasera, è chiaro che non posso spuntare il prezzo migliore. Rischio di regalarla».
E gli indicatori di rischio?
«Mi hanno bombardato su questo. Adesso, finalmente, a livello europeo è stata trovata la pietra filosofale: il Kid, il Documento con le informazioni-chiave. Dal prossimo anno sono previsti sette livelli di rischio, facilmente comprensibili. Per ora vale solo per i fondi. La rappresentazione dei rischi sarà più chiara. Se si considera anche il potere di divieto dei prodotti complessi, è un altro mondo».
Parliamo di Tim. Indagate sulla natura del controllo. Giovedì hanno ammesso la direzione e coordinamento. Buona nuova?
«C’erano delle cose da capire. Siamo andati in ispezione. Potrà anche essere una coincidenza, ma il fatto che abbiano dichiarato la “direzione e il coordinamento” di Vivendi su Telecom mi fa pensare che, forse, senza la nostra ispezione, non lo avrebbero fatto. Hanno detto che la valutazione sull’eventuale consolidamento del debito riguarda la Consob francese. Ma se la “direzione e il coordinamento” c’erano anche prima, allora si pone un problema di trasparenza che riguarda anche noi. Vedremo».