Dieci anni di Repubblica, 29 giugno 1977
Nella notte l’intesa è vicina
Con enorme fatica, tra polemiche, contrasti, tensioni e informazioni contraddittorie, va profilandosi nella notte un accordo tra i partiti che hanno partecipato alla trattativa per una nuova intesa programmatica, e che da ieri pomeriggio sono riuniti in un’auletta di Montecitorio.
A mezzanotte passata si è avuta una prima sospensione dei lavori del «vertice»: era stato raggiunto un accordo sul testo di una sorta di premessa politica, presentata da Galloni e con la quale si afferma che «i partiti danno una comune valutazione della gravità della situazione del paese, del pericolo di logoramento delle istituzioni democratiche, esprimono la loro preoccupazione per lo stato dell’economia, riconoscono la necessità di adottare adeguate misure per la ripresa. Una serie di dichiarazioni abbastanza ovvie, cui facevano seguito il riconoscimento delle questioni giovanile e femminile come questioni emergenti, l’elenco dei problemi già affrontati nel corso della trattativa, e, per concludere, l’ammissione che «tra i partiti permangono visioni diverse sulle prospettive politiche del paese».
Assieme a questo preambolo, vincendo le lunghe resistenze dei repubblicani, è stato anche siglato l’accordo già pronto venerdì scorso, e sulla cui parte economica La Malfa aveva espresso il suo più ampio dissenso. Ieri sera, «per riaffermare la volontà di contribuire allo sforzo comune dei partiti», i repubblicani hanno deciso di firmare l’accordo, mantenendo tuttavia le loro riserve.
La decisione dei repubblicani, che di fatto isolava i liberali, veniva dopo molte ore di discussione. L’incontro era stato aperto da Galloni che aveva illustrato il documento preparato dal comitato ristretto e sottolineato i nuovi punti d’accordo raggiunti (sulla Montedison e sulla sistemazione della finanza degli enti locali) (1).
Romita aveva posto subito il problema del quadro politico, delle garanzie che dovevano sorreggere la realizzazione del programma. Ma Moro, abbastanza seccamente, aveva reagito: «È già importante che i 6 partiti siano riuniti assieme: già questo è un fatto di notevole significato politico. Al di là di questo non possiamo andare». Il successivo intervento di Craxi era pesantemente polemico: «Moro ci ha riproposto quanto ci ha già detto nel nostro primo incontro del 23 marzo, esattamente più di tre mesi fa. Ne terremo conto nel determinare la nostra futura condotta politica».
Poi era stata la volta di Berlinguer, un intervento drammatico: «Sarebbe stato necessario un governo di unità e di solidarietà democratica con i comunisti per lo meno nella maggioranza. Questo, per ritardi e problemi degli altri partiti non è stato possibile. Ma l’accordo programmatico contiene un nucleo importante positivo e significativo che sarebbe sbagliato sottovalutare. I partiti debbono dare il loro apporto. Da questo accordo, se verrà sottoscritto, potranno venire frutti positivi per il paese, anche se per resistenze della Dc non potremmo trarne tutte le conseguenze politiche».
Era quasi l’una di notte quando le cinque delegazioni, della Dc, del Pci, del Psi, del Psdi, del Pri emettevano un comunicato congiunto col quale si affermava che si «impegnavano di proporre agli organi dirigenti dei loro partiti l’approvazione della premessa al documento programmatico e del documento medesimo, fatte salve le riserve espresse dai vari partiti su singoli punti o su alcuni parti del programma e sugli aspetti politici. La delegazione del Pli», proseguiva il comunicato, «fa riserva di portare all’esame della direzione il contenuto del documento, la sua premessa e la conclusione della trattativa».
L’accordo sarà quindi sottoposto agli organi dirigenti dei partiti: domani si riunisce il comitato centrale del Psi, la direzione comunista e quella socialdemocratica; venerdì la direzione liberale e repubblicana, sabato la direzione della Dc.
Per ore ed ore i partecipanti all’incontro hanno discusso di come l’accordo dovesse venire trasferito in sede governativa e parlamentare. Si sono scontrate qui, molto duramente, due tesi. La prima è quella che sostiene la opportunità della presentazione di una mozione riassuntiva dell’accordo che guidi il dibattito parlamentare, dal quale il governo «dovrà trarre», ha detto Spadolini, «le conseguenze concrete». La seconda è quella che prevede l’assegnazione al governo di tutto il materiale raccolto affinché si faccia promotore di provvedimenti legislativi che lo stesso accordo ritiene necessari.
Le due tesi non hanno solo un valore procedurale, naturalmente. La prima tesi infatti, quella della mozione comune, tende a sottolineare la valenza politica dell’accordo tra i partiti; la seconda tende a sminuirne il valore. Sulla base di queste considerazioni (e di altre più complesse e legate al gioco interno della Dc, ed ai contrasti tra Moro e Andreotti) si sono formati, ad un certo punto, due diversi schieramenti tra i partecipanti al vertice: Moro e La Malfa si trovavano concordi nel proporre la mozione; socialisti e socialdemocratici sollevavano alcune obiezioni alla definizione di una procedura che avrebbe sancito l’accordo sul programma lasciando impregiudicato il problema del quadro politico.
I socialisti insomma preferivano lasciare aperti ambedue i problemi, avendo ancorato la loro strategia fin dall’inizio del dibattito ad una prospettiva che portasse avanti ambedue gli obiettivi: intesa sul programma e modifica del quadro politico.
I comunisti sono sembrati a lungo incerti sulla eventualità o meno di presentare una mozione, tanto che a un certo punto si era sparsa la voce che all’interno della delegazione esistessero, su questo problema, opinioni divergenti. Alla fine tuttavia si sono espressi a favore della presentazione della mozione, a condizione però che dello stesso avviso fossero i socialisti.
La posizione comunista tendeva a ricucire quel margine di contrasto che su tutte le questioni del «quadro politico», nel corso delle passate settimane, era apparso evidente tra comunisti e socialisti. È stato a questo punto che il «vertice» è stato sospeso per dar modo alle delegazioni di ridefinire il loro atteggiamento.
Note: (1) Per la Montedison, però, non era stato raggiunto l’accordo sul punto più spinoso, e cioè sul nome dell’uomo che doveva succedere a Eugenio Cefis (a metà aprile Cefis s’era dimesso dalla carica di presidente «per ragioni personali»). I papabili, al momento, parevano Alberto Grandi, vicepresidente della società, e Leopoldo Medugno, presidente del Banco di Roma. Ma uno era bloccato dal ministro delle Partecipazioni statali Antonio Bisaglia, l’altro dall’amministratore delegato di Mediobanca Enrico Cuccia. La carica era stata offerta anche al presidente della Confindustria Guido Carli, che aveva giudicato la proposta «di cattivo gusto» (come è noto, presidente della Montedison, dopo Cefis, diventerà poi Giuseppe Medici).