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 1977  aprile 29 Venerdì calendario

Chiacchierando con Berlinguer

A Botteghe Oscure sanno che il momento del «passaggio stretto» è arrivato. Quella famosa porta, socchiusa fin dal 21 giugno dell’anno scorso senza che mai si riuscisse ad aprirla completamente, sta cigolando sui cardini. Zaccagnini ha diramato ieri ai segretari di tutti i partiti costituzionali il tanto atteso documento programmatico che dovrebbe servir di base all’accordo; Moro dichiara ormai pubblicamente che il contributo delle sinistre per realizzare «alcuni punti» è indispensabile; La Malfa, le stesse cose le ripete da un pezzo e perfino i socialdemocratici fanno buon viso a cattiva sorte.
La porta si sta dischiudendo. Adesso bisgona passarci in mezzo ed entrare e a Botteghe Oscure la preoccupazione è almeno altrettanto forte quanto la decisione di andare avanti sulla linea prefissa. Ho chiesto ad Enrico Berlinguer un incontro per capir bene, conversando con lui, quale sia lo stato d’animo del leader del partito comunista in un momento che non è esagerato definire «storico». Ha accettato con molta cortesia «purché non si tratti d’un’intervista» ha detto «perché questo non è il momento».
Infatti non è un’intervista che può servire a cogliere uno stato d’animo, una tensione politica e morale, il senso delle difficoltà da superare, dei mali del Paese, della gravità della crisi. Le domande di sempre, come «che farete, onorevole Berlinguer, se ci fosse un conflitto tra l’Urss e i Paesi della Nato?». «Qual è la vostra posizione di fronte al dissenso interno nei Paesi dell’Est europeo?». E ancora: «Siete favorevoli o contrari al fermo di polizia?». «Vi basta un accordo su alcuni punti programmatici oppure volete un accordo politico e la crisi di governo?», e non servirebbero a molto per chiarire i termini reali della situazione.
Il problema di oggi per il partito comunista e per il suo gruppo dirigente è un altro. Assumendo, sia pure in forme caute e graduali, responsabilità di governo, il partito della classe operaia italiana resterà eguale a come la tradizione ce l’ha fatto conoscere, nel bene e nel male, o cambierà natura? Resterà il punto di raccolta di quanti vogliono mutare la società, di quanti protestano per le ingiustizie del potere, o sarà inevitabilmente coinvolto dal gioco degli interessi, dei negoziati, della gestione? E che succederà alla sua sinistra, nel momento in cui il dissenso rimane privo d’una rappresentanza istituzionale e d’uno sbocco politico costituzionale?
Berlinguer con queste domande fa i conti da mesi, tutti i giorni. «Non creda che andiamo a cuor leggero all’appuntamento» mi dice. «Non creda che questo sia un partito che si possa portare per mano dove si vuole. Chi guarda da fuori il partito comunista senza conoscerlo pensa che i dirigenti decidono e i militanti seguono alla cieca. Ma niente è più falso. Noi non facciamo un passo se la base del partito non è d’accorao, se non sentiamo d’averne il consenso. Perciò, quando abbiamo preso una strada sulla quale il partito ha discusso e alla fine ha deciso, farci cambiare direzione è impossibile».
La strada l’hanno presa e il ragionamento che ha guidato la decisione è, ridotto all’osso, questo: «Il paese nella fase attuale non è in grado di sopportare che uno dei grandi partiti si schieri all’opposizione. Ci sono problemi gravissimi da risolvere, tensioni antiche e recenti, diseguaglianze da colmare e un quadro democratico assai fragile. Se il Pci o la Dc decidessero di mettersi all’opposizione, il quadro democratico si romperebbe».
È un giudizio grave, pessimistico, ma è su di esso che il gruppo dirigente ha chiamato il partito a discutere nei mesi scorsi. Alla fine la decisione è stata comune. E adesso indietro non si torna.
L’esperienza non brillante del centro-sinistra l’hanno guardata e riguardata da tutti i lati, perché il timore di ripetere quegli errori era forte. È forte. «C’è però una differenza essenziale» dice Berlinguer. «Allora i socialisti ci provarono da soli. Adesso la sinistra si presenta tutta insieme all’appuntamento ed è indispensabile che si presenti tutta insieme. Infatti chi vuole bloccare questo processo sta giocando due carte: dividere la sinistra, spaventare i ceti intermedi. Sono questi i due ostacoli da superare».
Il primo non presenta grandi difficoltà, perché i socialisti sono consapevoli quanto i comunisti dell’importanza di non dividere le forze e di non cadere nella trappola delle discordie e delle rivalità. La distinzione dei ruoli tra i due partiti non è in discussione, ma la necessità di muoversi in sintonia in un momento come questo è sentita da tutti.
Ma comunisti e socialisti sono tutta la sinistra? Berlinguer sa che sotto alle organizzazioni politiche ci sono le forze sociali. La sinistra è la classe operaia, i lavoratori, i ceti intermedi che si liberano dai pregiudizi antichi. Perfino la borghesia produttiva, in un paese che ha vissuto tanto sulle clientele e sul parassitismo, fa oggettivamente parte della sinistra. Il problema è che ne diventi consapevole, che non arretri e non ceda di fronte all’ondata di violenza.
«C’è un bisogno di sicurezza, una domanda collettiva di sicurezza che sale dalla pubblica opinione» dice Berlinguer «e noi dobbiamo corrispondere a questo bisogno. Senza cedere su nessuna delle conquiste costituzionali, senza piegarci a nessuna suggestione repressiva, ma dandoci carico dei problemi dell’ordine democratico. E con la stessa intensità dobbiamo corrispondere ad un’altra domanda che sale dal paese, ed è la domanda di giustizia. Ci sono dei momenti decisivi. Uno di essi è stato quello del dibattito sulla Lockheed, la decisione di votare per il rinvio degli ex ministri imputati dinanzi all’Alta Corte di giustizia. Ci abbiamo pensato a lungo. Sapevamo che quella decisione avrebbe potuto irrigidire la Democrazia cristiana e far saltare l’intera linea politica sulla quale ci stavamo muovendo. Ma abbiamo ritenuto che quello fosse un punto fermo sul quale non si poteva transigere. Noi arriviamo all’appuntamento per rinnovare, non per gestire la vecchia Italia. Perciò il senso del rinnovamento dev’essere sempre presente in noi e in chi tratta con noi».
La speranza e al tempo stesso il dramma del Pci e del suo leader è tutto qui: entrare nel Palazzo oggi non vuol dire più nulla, le famose stanze dei bottoni non esistono da tempo, i vecchi muri stanno crollando. «Bisogna riuscire a costruire una casa nuova col contributo di tutti» dice Berlinguer «ma il tempo disponibile non è molto. La gente deve sapere che per ricostruire economicamente e moralmente il paese i sacrifici da fare e i doveri da compiere sono grandi. Noi chiamiamo gli italiani a quest’opera di ricostruzione economica e morale. Questo è il senso con cui ci muoviamo».