Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  giugno 25 Domenica calendario


Pirandello, il figlio del Caos contro la gente perbene

Quando il 12 maggio 1934, inaugurando la nuova sede torinese della Stampa, in via Roma angolo via Bertola, Luigi Pirandello pronunciò il suo discorso sul teatro nuovo e il teatro vecchio, mancavano soltanto sei mesi alla consacrazione del premio Nobel. Il «figlio del Caos» – come si definiva emblematicamente, dal nome della contrada di Girgenti in cui aveva visto la luce il 28 giugno 1867 – era all’apice della fama, una celebrità internazionale contesa dai teatri di tutto il mondo e corteggiata dal cinema. Eppure la sua prosa era intrisa di pungente ironia contro «quella peste della società che è la così detta gente colta e perbene», la stolida «onesta borghesia» che fino a pochi anni prima lo aveva contestato sonoramente.
Anche se – come continuava il discorso – ormai era richiesta «un po’ dovunque una certa lente Pirandello a detta dei maligni diabolica, che fa veder doppio e triplo, e di sghimbescio, e insomma il mondo sottosopra», nelle orecchie dello scrittore dovevano ancora risuonare gli schiamazzi del pubblico che alla prima dei Sei personaggi, nel 1921 al Teatro Valle di Roma, lo aveva costretto alla fuga in carrozza con la figlia Lietta, fatto bersaglio di monetine, mentre alcuni giovani tra i quali Galeazzo Ciano e Orio Vergani (la cui sorella Vera recitava nei panni della Figliastra) avevano formato una nerboruta squadra in sua difesa (l’episodio fu rievocato da Lucio Ridenti sulla storica rivista Il dramma, da lui fondata e diretta fino al ’68).
Al teatro, Pirandello si era volto dal 1910, quando su sollecitazione di Nino Martoglio aveva composto Lumìe di Sicilia, subito realizzando che i proventi del palcoscenico superavano di gran lunga quelli della narrativa. A Torino, dove all’inizio del secolo l’editore Streglio gli aveva pubblicato le novelle di Quand’ero matto e di Bianche e nere, lo scrittore era di casa. Qui, il 27 novembre 1917, al Teatro Carignano, esordì in prima nazionale Il piacere dell’onestà, con la compagnia di Ruggero Ruggeri. Nelle pagine torinesi dell’Avanti! Antonio Gramsci lo recensì con favore, ben cogliendone la portata eversiva: «Luigi Pirandello è un “ardito” del teatro. Le sue commedie sono tante bombe a mano che scoppiano nei cervelli degli spettatori e producono crolli di banalità, rovine di sedimenti di pensiero». E ancora Torino, nel giro di un mese, nel 1929, ospitò la prima di due testi meno noti, O di uno o di nessuno e Lazzaro.
Ma nel frattempo, a partire dai Sei personaggi, il drammaturgo dinamitardo aveva fatto saltare anche l’invisibile «quarta parete» tra gli attori e il pubblico, e le elucubrazioni meta-drammaturgiche del palcoscenico avevano messo a dura prova le platee più tradizionaliste. E proprio la pièce conclusiva della trilogia del «teatro nel teatro», Questa sera si recita a soggetto, vide sotto la Mole la sua prima nazionale (dopo l’esordio a Königsberg), il 14 aprile 1930 al Teatro di Torino, con la compagnia appositamente costituita da Guido Salvini.
Nel bene e nel male, Pirandello incrocia più volte la strada per la capitale subalpina. Già vi era transitato nel 1901 (e se ne sarebbe ricordato tre anni dopo nel Fu Mattia Pascal, rievocando un tramonto sul Lungo Po), diretto a Coazze per un mese di villeggiatura. Nel paese della Val Sangone lo colpì il motto vergato sul campanile della chiesa, «Ognuno a suo modo», che nel 1924 gli ispirò il titolo della seconda commedia della trilogia, Ciascuno a suo modo. Ma da Torino, e proprio per questa pièce, gli venne quell’anno un dispiacere, quando dalle colonne della Gazzetta del Popolo Domenico Lanza, fondatore e direttore in città del primo Teatro Stabile italiano, fine critico singolarmente chiuso alle novità del lavoro pirandelliano, stroncò lo spettacolo prima ancora dell’esordio, il 22 maggio al Teatro dei Filodrammatici di Milano.
Già due giorni prima, tuttavia, in una lettera al Corriere della Sera, l’autore si era vendicato con uno sberleffo del «feroce e riveritissimo nemico», informandolo di avere provveduto a inserire la sua stroncatura «nel primo degli intermezzi corali della commedia», in cui «sono introdotti anche i critici drammatici a dare il loro parere». Così «il signor Domenico Lanza, di qua a venti giorni, allorché la commedia sarà rappresentata a Torino, potrà risparmiarsi di scriverne ancora sulla Gazzetta del Popolo, constatando con soddisfazione come io abbia dal palcoscenico reso noto il suo anticipato giudizio anche a quella parte del pubblico che per caso non avesse letto il giornale».