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 2017  giugno 17 Sabato calendario

Tiger Woods (e gli altri) Erano tigri...

Due giorni dopo l’arresto da parte della polizia di Jupiter, in Florida, Tiger Woods è stato oggetto di un commento estremamente duro sul Guardian a firma Ewan Murray. La storia è nota: il grande campione di golf è stato fermato al volante della sua macchina (ferma) in evidente stato confusionale. In un primo tempo erano filtrate voci di ubriachezza, ma la prova dell’etilometro ha scagionato Tiger confermando la sua versione: a fargli perdere la brocca fino a non capirci più niente è stato un cocktail di farmaci, retaggio dell’ennesimo stop dovuto a un’operazione alla schiena. Ugualmente Murray, nel suo articolo, si scaglia contro il modo nel quale Tiger sta rovinando la sua immagine, e con lei le grandi memorie delle sue vittorie sui green più importanti. Il concetto è chiaro, estremo, e nasce probabilmente da un’antica ammirazione: per quanto possa essere in difficoltà una volta passati gli anni belli – e ovviamente viene ricordato il calvario di Woods, iniziato con la lite e la separazione dalla moglie Erin a causa dei continui tradimenti di lui – il campione non ha il diritto (ovviamente morale) di buttarsi via. Qualche giorno dopo Martin Kaymer, altro golfista di altissimo livello ed ex numero uno del mondo, è intervenuto con un video su Twitter sostenendo una tesi diametralmente opposta: quella che proprio in segno di gratitudine per tutto ciò che ha fatto per il suo sport nei giorni migliori, un campione in difficoltà come Woods abbia il diritto di non essere giudicato, semmai aiutato. Kaymer ricorda l’effetto che Tiger, primo grande campione nero e uno dei migliori nella storia di questo sport, ha avuto sull’accesso al golf degli afroamericani, segnala – probabilmente ai suoi colleghi – che senza il suo passaggio la popolarità della disciplina (e i conseguenti guadagni) sarebbe molto più bassa, e chiude ponendosi la grande domanda dell’età dei social: perché un sacco di gente cerca sollievo alla propria tristezza insultando i personaggi famosi? Sorry, non abbiamo la risposta.
Ma di chi è un personaggio famoso? È libero di comportarsi come meglio crede, anche autodistruggendosi se ne ha voglia, oppure ha il “dovere” di dare l’esempio in ogni circostanza? Il tema non è nuovo, per chi ama discutere di etica torna in ballo ogni volta che un big si lascia andare: Best aveva il diritto di morire col fegato distrutto dall’alcol? Pantani aveva il diritto di finire in quel modo? Che ricordo conserverà di Maradona chi si è perso la sua favolosa giovinezza? E di Gascoigne? E di Tiger Woods?
La linea di demarcazione è molto sottile, perché naturalmente – giova ribadirlo – ciascuno è libero di scegliere come mantenersi o come sfasciarsi. Ma il concetto che il campione in un certo senso appartenga a tutti nello sport è fondante, perché la memoria delle sue imprese fa parte del background di noi appassionati. Volendo usare una parola grossa, della cultura. In tanti casi sono stati i migliori momenti della nostra vita: gliene siamo grati e, per sdebitarci, a volte capita di averne compassione.
Paolo Condò

... E guarda che fine hanno fatto
È un verso de La locomotiva, la canzone di Francesco Guerini: “Gli eroi son tutti giovani e belli”. Figurarsi quelli dello sport, che tengono testa (quando non li hanno già ampiamente superati) ad attori, cantanti e compagnia simile. Ma gli eroi degli stadi, delle strade, dei palazzetti, inevitabilmente invecchiano, sbagliano, si fanno del male. Va a finire che alcuni non sono più così giovani e non sono più così belli, soprattutto quando vengono ritratti nelle foto segnaletiche delle polizie di questo mondo. Succede a loro, come agli stessi artisti, agli imprenditori, a molti personaggi famosi. Ma la caduta degli sportivi è più rumorosa, di sicuro più inattesa. Come se si trattasse di un settore della società che non deve regalare il male, le brutture.
Tiger Woods è l’ultimo, finora. Ma il golfista statunitense arriva, e stavolta per motivi non così drammatici come successo ad altri, dopo una lunghissima serie di predecessori. Banale riflessione: quando sei stato in cima al mondo, idolatrato, riverito, privilegiato, spesso isolato dai comuni mortali, salutare e abbandonare il palcoscenico diventa la cosa più difficile in assoluto. Con raggravante che, per salire in cima, sono servite dosi di grinta, di “cattiveria”, eccezionali. Non tutti, dopo, le sanno gestire: a volte, quando subentra la depressione, trovano sfogo in comportamenti al limite. Nella violenza, di fatto. Non si parla di guida in stato di ebbrezza, qualche canna, un furtarello. Quelle, nel tempo, sono diventate note di cronaca cui in qualche modo abbiamo fatto l’abitudine. Non sono le immagini tristi di un Paul Gascoigne che fruga in accappatoio nei bidoni dell’immondizia in cerca di una bottiglia, di un George Best irrecuperabilmente alcolizzato, di qualche incidente d’auto in cui viene disfatta una Ferrari, di un possesso non autorizzato di arma da fuoco. No. Qui si parla di omicidi, droga, baratri profondissimi. Si parla di campioni finiti male.
Non è stato il primo, purtroppo non sarà l’ultimo. Ma OJ Simpson, grande giocatore di football americano e poi rimasto sulla crésta dell’onda come attore, è forse l’ex campione che ha toccato il punto più basso e orribile. Un doppio omicidio, nel giugno 1994, costato la vita all’ex moglie Nicole e a un giovane amico di lei. Assolto nel processo penale, condizionato da questioni razziali ed errori della Procura, ma riconosciuto colpevole subito dopo in quello civile, OJ è passato da idolo a reietto e comunque, successivamente, in carcere c’è finito lo stesso per rapina e sequestro di persona. Molti, nel suo sport, sono stati coinvolti in omicidi.
Ma lui resta il personaggio che ha fatto il salto in basso più fragoroso.
Carlos Monzon, pugile argentino. Viene da un’ infanzia poverissima e vissuta ai limiti della legalità. Nel 1970 da semisconosciuto toglie il titolo di campione del mondo dei medi al nostro Nino Benvenuti. Di colpo diventa un fuoriclasse famoso, lo resta a lungo e a lungo frequenta anche quello che allora si chiamava il jet-set: Alain Delon e altra gente dello spettacolo, donne bellissime. Poi l’addio al ring e il crollo. Relazioni tormentate, varie compagne che spesso aggredisce e tradisce. La prima moglie, Mercedes, gli spara quando lui confessa un legame con Susana Giménez. Con la quale poi si fidanza e che picchia ripetutamente. Poi arriva Alicia Muniz, modella uruguaiana. La notte di San Valentino del 1988 i due litigano, lei resta uccisa per strangolamento e cade anche dal balcone. Monzon si becca 11 anni, ha ancora amici influenti, e dopo sette ottiene la libertà vigilata. L’8 gennaio 1995, mentre sta tornando nel carcere in cui ha l’obbligo di passare la notte si schianta in auto e muore. Ha 52 anni.
Ancora Argentina. Un appartamento di calle Franklin, a Buenos Aires. Sono le tre del pomeriggio del 26 aprile 1991. La polizia fa irruzione, in casa trova mezzo chilo di cocaina e arresta tre persone tra cui Diego Armando Maradona. Che le telecamere degli operatori tv mostrano con lo sguardo completamente perso, chiaramente sotto effetto degli stupefacenti. Si sapeva di certi suoi vizi, ma la scena è inconfutabile e impietosa. Si tratta del più grande calciatore della storia, nessuno vorrebbe vederlo ridotto in questo modo. Perso, indifeso. Riuscirà a uscire, Diego, dal periodo buio. Ma non è stata una passeggiata e non lo è tuttora. In alcuni casi nella caduta il campione è vittima, non certo colpevole. Un esempio è italiano, un nome che ha esaltato la gente ai bordi delle strade del ciclismo, al Giro d’Italia e al Tour de France. Marco Pantani nella sua carriera ha vissuto alti e bassi enormi. Ma dall’esclusione alla corsa rosa del 1999, per l’ematocrito oltre il limite consentito, non si riprende più. Una discesa dolorosa, sofferta, che si conclude il 14 febbraio 2004 quando viene trovato morto nella stanza di un residence di Rimini: edema polmonare e cerebrale seguente a un’overdose di cocaina. Processi, inchieste, riaperture di indagini, archiviazioni. Niente potrà comunque restituirci il Pirata.
Ce ne sono altri, meno conosciuti. Il rugbista Marc Cécillon fu anche capitano della Francia in cui giocò dal 1988 al 1995: in una festa nell’agosto del 2004 – da ubriaco – spara alla moglie e la uccide. Lo skater statunitense Mark Rogowski che nel 1991 sequestra, violenta e ammazza la 22enne Jessica Bergsten. È ancora in carcere. In qualche modo anche Oscar Pistorius, che per la sua storia si era guadagnato un affetto e un credito enormi: il 14 febbraio 2013 viene arrestato per aver sparato alla fidanzata, Reeva Steenkamp, uccidendola. Dice di aver fatto fuoco scambiandola per un intruso, un ladro. Omicidio colposo: 6 anni di condanna. C’è un’incredibile coincidenza, tra l’altro, in tre di questi eventi drammatici. Accomuna Monzon, Pantani, Pistorius. Il 14 febbraio, giorno di San Valentino, quello degli innamorati. Suona ancora più triste, fa ancora più male. Niente più eroi. Davvero poteva finire meglio.
Gianluca Gasparini