Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 1977  maggio 17 Martedì calendario

Guido è libero il padre racconta

Se c’è un senso da ricavare da questa storia del figlio di Francesco De Martino è che si è realizzata l’eguaglianza assoluta degli italiani di fronte al terrorismo. Adesso che anche un leader politico come De Martino ha dovuto pagare un riscatto per riavere il figlio sano e salvo, che differenza c’è tra la sua vicenda e quelle di altri rapimenti, riscatti e liberazioni? Se c’è una superstite differenza, sta proprio nel fatto che siamo qui, nella sua casa di via Aniello Falcone, e gli chiediamo di rispondere a domande che non si possono porre alle altre famiglie dei sequestrati. 
Come ha risolto il conflitto tra i suoi affetti umani e le responsabilità politiche? Con la sua decisione di pagare, e in qualche modo coinvolgere un intero partito, non si è ulteriormente abbassata la guardia della democrazia italiana di fronte ai terroristi e ai criminali?
«Quaranta giorni sono tanti, con l’angoscia e la paura di perdere Guido», dice Francesco De Martino. «E con questa lunga riflessione sugli aspetti politici e sulle conseguenze delle mie decisioni. Quante volte l’ho pensato morto. Giorni neri, e i più amari quelli dell’ultima settimana, dopo che era stato pagato il riscatto. Ero sveglio ieri mattina alle 5 e pensavo che non l’avrei visto più, che tutto era perduto. Ma so che ho il dovere di dire di più. Anzitutto una cosa, molto generale: lo scopo della nostra lotta contro il terrorismo dev’essere di non lasciare soli gli uomini, i cittadini di fronte a tragiche alternative: salvare una vita e pagare un prezzo politico, oppure perderla, una vita, in nome dei principi».
Così avete scelto di pagare.
«Abbiamo pagato, non ho deciso da solo, e non potevo farlo. Siamo una famiglia, tanti ad essere coinvolti. Abbiamo deciso insieme. Ma c’è per un uomo politico la questione di principio. È l’aspetto più delicato. A prescindere dal mio caso, sono per la salvezza delle vite umane. In Germania, dove pure l’organizzazione statale è più forte, hanno liberato i detenuti (1). Ma riconosco che è questione discutibile. Meno grave però il pagamento di un riscatto che non uno scambio con detenuti».
Ecco un punto cruciale. Anche adesso che Guido De Martino è tornato, si raccolgono fino alla soglia del palazzo i dubbi e le incredulità di molte persone. Voci che sussurrano. Insomma, è stato pagato veramente il riscatto oppure c’è stata una diversa contropartita? La banda Vallanzasca che esce da San Vittore placida e indisturbata è forse il prezzo che è stato pagato (2)?
«Mi rendo conto che queste voci possano circolare. Ma la verità è quella del riscatto. Richieste di scambi con fascisti o brigatisti, non ricordo bene, ci furono subito dopo il sequestro. Ma erano messaggi apocrifi, che non ebbero seguito. Ci fu invece un messaggio dei Nap, che la polizia giudicò autentico, che era soprattutto rivolto al’interno della organizzazione, quando diffidavano a servirsi della loro etichetta per coprire un gesto che non riconoscevano. Quasi che pensassero all’azione autonoma di un gruppo slegato dal centro dirigente. Poi è cominciata la storia del riscatto».
Quando avete deciso di pagare?
«Quando ci siamo resi conto che, politico o non politico che fosse il rapimento – ma io sono convinto che dietro tutta questa storia c’è una mente politica – la questione era diventata di vita o di morte».
E gli obiettivi politici?
«Ci ho pensato a lungo. Anzitutto per allargare l’incertezza e la paura. Adesso, nella società italiana, non ci sono più aree non colpite. Poi si è voluto attaccare il partito socialista e me stesso. È politico il momento scelto per il rapimento, mentre si dispiegava l’iniziativa politica del Psi. È politico il bersaglio: me stesso e quello di mio figlio che ha una carica di partito.
Dicevano a Guido: i politici sono tutti corrotti, sappiamo che voi siete una famiglia onesta, ma a noi i politici non piacciono. Dicevano ancora: sappiamo che non avete soldi ma lui troverà il modo».
Allora come avete trovato il miliardo?
«Attraverso l’aiuto di compagni singoli, non del partito in quanto tale. Ho ricevuto offerte anche da estranei, anche da povera gente».
È vero che il petroliere Rovelli ha garantito il prestito di una banca a vostro favore?
«È assolutamente inesatto e infondato. Non posso dire di più. Non ho cercato direttamente il denaro. Lo hanno fatto amici e compagni. Ma posso escludere il nome di Rovelli. Fra qualche tempo si potrà dire di più».
È una cambiale che lei dovrà pagare in termini politici?
«Rispondo nettamente: mi sento libero, tranne che in un punto, che è un fatto di carattere morale: ho dovuto pagare per salvare una vita».
Ma la storia dei delinquenti comuni che ricevono un ordine dei Nap e poi fanno di testa loro non è molto credibile.
«Che posso dire? È un fatto che nessun gruppo di terroristi politici ha mai rivendicato un sequestro a scopo di estorsione. Il collegamento è stato trovato dopo dalla polizia in diversi casi».
Perchè volevano colpire politicamente proprio lei?
«Forse si capirà dagli sviluppi della lotta politica. Certo che se volevano soltanto soldi, potevano sequestrare anche a Napoli uomini di altri partiti e avrebbero potuto ottenere riscatti più sostanziosi».
C’è di mezzo la sua candidatura al Quirinale?
«Una mia candidatura al Quirinale c’è stata anni fa e io non la volevo, come non la voleva mia moglie. Se c’entra anche questo, non posso dirlo io».
È vero che lei voleva fare un appello per la raccolta dei fondi?
«Ci ho pensato, ma poi è parso più saggio procedere in modo discreto e riservato».
Aprirete adesso una sottoscrizione? Ci sono somme che dovete restituire?
«Non sono obbligato, verrei farlo, ma è una cosa da valutare e decidere con altri, con i compagni. Però sempre senza coinvolgere il partito, solo rivolgendomi singolarmente ad amici e compagni, come ho già fatto. Non si deve creare un precedente, quello di far pagare un partito. Se l’idea fosse questa, bisogna contrastarla».
Ma, sia pure con queste distinzioni, lo scopo di coinvolgere un partito non è stato raggiunto? Non si tratta di una sconfitta?
«In qualche modo sì. Noi politici siamo indifesi come gli altri cittadini. Ma come politici possiamo fare qualcosa per rompere questa drammatica spirale e guadagnare qualche punto nella lotta contro l’eversione e la criminalità. Possiamo creare un clima diverso, attraverso quell’intesa politica che stiamo perseguendo, e che è nata appunto da un’iniziativa del partito socialista. Possiamo far operare le forze di polizia in un modo migliore, e anche la magistratura, si può governare in maniera più efficace. In questo senso possiamo aiutare tutti i cittadini. Aiutarli prima che vengano a trovarsi in certe drammatiche circostanze».
Lei ha pagato e non è stato ostacolato, mentre i conti in banca di alcuni sequestrati sono stati bloccati dal magistrato.
«Non è un obbligo fare questo né una regola generale. Sono iniziative che prendono alcuni magistrati, altri non lo fanno. Ma non hanno mai dato risultati. Nel mio caso, con dodici milioni in banca, che cosa potevano bloccare?».
Lei ha parlato di una mente politica. Pensa a professionisti del crimine o della destabilizzazione politica?
«Le due cose sono ormai intrecciate. Penso, sì, a professionisti, non solo per i sequestri ma per gli scontri armati, le provocazioni, le uccisioni».
La mente politica di cui parla sta in Italia?
«La mente politica forse non sta in Italia, ma qui ci sono gli strumenti operativi».
Lei andò al governo subito dopo la strage di piazza Fontana nel 1969...
«Fummo costretti. In quel periodo pensavo che il Psi non dovesse stare al governo. Ma la tragedia pose i termini della lotta politica in modo diverso».
Lei ha avuto funzioni elevate nel governo. È stato vice-presidente del Consiglio (3). Possibile che anche a quel livello non si sia afferrata la verità della strategia della tensione?
«Mai riuscito a sapere qualcosa. Del golpe Borghese lessi sui giornali. Me ne dolsi con il ministro dell’Interno di allora, con Restivo (4)».
Ma nei Consigli dei ministri non se ne parlava?
«Varie volte ho posto questioni e domande, ma senza risultato. I democristiani dicevano di essere all’oscuro di tutto».
Adesso tra i partiti si parla nuovamente di servizi segreti stranieri; come vicepresidente del Consiglio ha potuto accertare se il trattato Nato contiene clausole segrete?
«Mai saputo, mai potuto accertare. I democristiani fornivano spiegazioni. Dicevano che le deviazioni dei nostri servizi segreti non erano proprio deviazioni, ma misure prese o predisposte per il caso di movimenti insurrezionali. Non più di questo. E ritengo che molti democristiani siano nelle mie stesse condizioni. Ci sono molti misteri in Italia, troppi misteri».
Note: (1) Allude sicuramente a Peter Lorenz un democristiano tedesco rapito dai terroristi del «Movimento 2 giugno» alla fine di febbraio del 1975. Per ottenerne il riscatto le autorità tedesche liberarono cinque detenuti politici. (2) Il 3 maggio sei detenuti erano evasi – in piena tranquillità – dal carcere di San Vittore. Cinque di questi appartenevano alla banda Vallanzasca. In quei giorni era anche forte la polemica sui permessi di libera uscita. Il 18 marzo il Consiglio superiore della magistratura aveva rivelato che il 3,4% dei detenuti in libera uscita (940 casi) non era rientrato in cella. (3) Francesco De Martino è stato vicepresidente del Consiglio dal 27 marzo 1970 al 17 febbraio 1972 (III governo Rumor, I governo Colombo). (4) Il democristiano Restivo (1911-1976) fu ministro dell’interno dal 24 giugno 1968 al 5 agosto 1969 (II governo Leone, I governo Rumor) e poi ancora nell’unico governo presieduto da Emilio Colombo (6 agosto 1971-17 febbraio 1972).