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 1977  aprile 07 Giovedì calendario

«Adesso pagano i nostri figli»

Questa volta i rapitori hanno puntato alto. Il sequestro di Guido De Martino coinvolge, tutta intera, quella che giornali o opinione pubblica, talvolta con insofferenza chiamano «la classe politica». Se queste erano le intenzioni, il messaggio è arrivato ed è stato decifrato con correttezza. «É la prima volta che si sequestra un uomo politico» ha detto, sbagliando, il sindaco comunista di Napoli Maurizio Valenzi. L’errore è comprensibile. Si intuì subito che il rapimento di Pietro Riccio (novembre 1975), deputato democristiano della Sardegna, era legato più a motivi locali e personali che non a ragioni politiche. Con la stessa rapidità si è capito che il caso di De Martino è diverso. Infatti le dichiarazioni di tutti sottolineano lo sgomento, la strategia provocatoria che ha ispirato il gesto, la degradazione civile che ne conseguirà, un altro passo avanti verso il disordine, la prossimità sempre maggiore di fantasmi evocati a lungo sottovoce: l’Argentina, il Cile.
Almeno nella deprecazione e nella condanna c’è stata concordia. Per quel che può servire. Ma il vecchio Ferruccio Parri ci ha voluto ricordare che sono otto anni, da piazza Fontana in poi, che ad ogni nuova bomba, ad ogni nuovo morto, lo Stato digrigna i denti e promette inflessibile giustizia. «Noi vecchi», ci ha detto Parri, «possiamo più guardare indietro che avanti, possiamo ricordare più che prevedere. La Liberazione può anche essere giudicata una nota a pie’ di pagina dalla storiografia internazionale, ma per noi italiani è stato uno dei fatti più importanti del secolo. Dispiace ai vecchi vedere disfarsi lentamente una cosa grande come quella».
Più o meno la stessa diagnosi l’ha tracciata Ugo La Malfa, ripetendosi ancora una volta, condannato ormai al ruolo di chi, inutilmente aveva visto giusto da molto tempo: «Siamo in una situazione che rasenta lo stato di guerra e le forze disgregatrici rischiano ormai di avere il sopravvento. O troviamo una formula di solidarietà nazionale per difendere l’avvenire del paese o precipiteremo in una situazione di tipo sudamericano».
Per la prima volta nelle dichiarazioni di chi non ha calcolato unicamente i possibili effetti politici delle sue parole, corre un brivido di allarme reale. Nenni si è detto «stanco, sconvolto» e anche Francesco De Martino ha rotto per un attimo l’autocontrollo che si è imposto e abbracciando Sandro Pertini ha esclamato: «Abbiamo sempre pagato di persona, ora pagano i nostri figli». E Pertini di rimando «durante la Resistenza avevamo di fronte nemici identificabili: i nazisti e i repubblichini. Ora invece non si sa più da che parte verrà il prossimo attacco, a chi toccherà domani».
Per Enrico Berlinguer, «una risposta vi deve essere» all’infame aggressione. «Facciamo sentire ai responsabili di queste imprese che i loro piani non fanno vacillare la fermezza delle organizzazioni dei lavoratori e dei partiti democratici».
Logorata da otto inutili anni d’impiego, la formula «strategia della tensione» a molti non è sembrata più sufficiente. I riferimenti immediati sono andati spesso a date che parevano destinate solo ai libri: il 25 aprile, la guerra in montagna.
E la diagnosi politica? Questa l’hanno espressa per l’intero giorno, le parole e i gesti. Pietro Ingrao è partito nel pomeriggio per Napoli, atto più eloquente delle parole, rigorose ma assai attente con cui aveva aperto, al mattino, la seduta. Se il presidente della Camera si sposta lo fa per portare di persona la sua solidarietà ma anche per indicare al paese la soglia critica che s’è raggiunta. E, a Napoli, Ingrao ha detto: «È tempo di passare dalle parole ai fatti», cioè «dai burattini a chi tira i fili delle centrali eversive» e dalle promesse «alle riforme che devono trasformare l’immagine civile ed economica del paese».
Da parte sua Giorgio Napolitano ci ha detto: «Non è più ammissibile nessuna debolezza verso chiunque teorizzi, pratichi o giustifichi la violenza, la sopraffazione o il ricorso alle armi proprie e improprie. Politici, sindacalisti giornalisti intellettuali hanno il dovere di comprendere l’estrema gravità dei pericoli che incombono sul paese. Lo dico perché nelle scorse settimane c’è stato chi ha mostrato perfino interesse culturale per i balbettii nichilisti di certi gruppi. La seconda cosa da dire è che non si può perdere altro tempo per arrivare a una seria intesa di governo tra tutte le forze democratiche».
Quasi esattamente il contrario, almeno nella logica della politica, del commento di Flaminio Piccoli: «Bisogna trovare tutte le forme necessarie per aggredire i covi, per intervenire immediatamente, dare efficacia alle forze dell’ordine, richiamare la magistratura ad essere sollecita nel colpire e nel punire». Al presidente dei deputati democristiani non è accaduto di rammentare né la Resistenza, né il 25 aprile, né la strategia della tensione. Il problema, per Piccoli, continua a riguardare soltanto la polizia.