Libero, 18 giugno 2017
Piccoli missini crescono. E tornano a Campo hobbit
Intanto l’abc. Cos’è un hobbit? È il protagonista della saga fantasy di John R. R. Tolkien, Il Signore degli Anelli. Bene, cosa c’entra con la destra? Quella giovanile degli anni Settanta ne fece la propria bandiera anti-modernista. Della lotta contro il male; del rifiuto del potere; del vivere in sintonia con la natura e secondo regole ancestrali. Nacque così il primo Campo Hobbit. A Montesarchio (Benevento), l’11 e il 12 giugno 1977. «Questo mondo», scrisse sul Secolo Generoso Simeone, dirigente beneventano del Fronte della Gioventù e organizzatore del primo Campo, «non ci piace e non lo accettiamo». Così i giovani missini, esclusi da altri contesti perché fascisti, si fecero un festival musicale tutto loro. Arrivarono in 1.500 da tutta Italia. L’iniziativa era partita da un gruppetto di rautiani, ma parteciparono anche i dirigenti giovanili fedeli ad Almirante. C’era pure Gianfranco Fini, eletto pochi giorni prima presidente del Fronte della Gioventù. E fa sorridere il fatto che l’inizio e la fine della carriera finiana sia tutta racchiusa in questa allitterazione: da Montesarchio a Montecarlo.
Sul palco si diedero il cambio 16 gruppi. Facevano musica identitaria. Con contenuti di destra. Ogni li chiameremmo Indie. Furono, tra gli altri, gli Amici del vento, La Compagnia dell’Anello, Janus. Due dirigenti padovani del Fronte proposero una cover di Tomorrow belong to me di John Kander e Fred Ebb. Tradotta, fu Il domani appartiene a noi. Divenne l’inno del Campo. Così come la celtica venne adottata come simbolo del festival al posto delle insegne classiche del Msi. Cosa che fece infuriare Almirante. Tanto che il segretario diramò una circolare per vietare l’esposizione del cerchio crociato «nelle manifestazioni ufficiali del partito» e «nelle sedi missine». L’anno successivo l’organizzazione del Campo Hobbit passò nelle mani dei dirigenti almirantiani. Testimonianza di un scontro correntizio atavico. Si fece a Fonte Romana, in Abruzzo, a pochi chilometri da Sulmona. Stavolta con un rigoroso regolamento da rispettare che venne pubblicato su Dissenso, la rivista ufficiale dei giovani camerati. Oltre ai concerti, come si legge nell’articolo di presentazione del Campo Hobbit 2 datato giugno 1978, ci sarebbero stati anche i dibattiti politici: «Quando oltre mille camerati si ritrovano da ogni parte d’Italia bisogna cogliere l’occasione per scambiare idee e impressioni». Chi si aspettava una Woodstock in camicia nera, rimase deluso. Il capitolo divieti bandì dal Campo «comportamenti e abbigliamenti folkloristici», falò e schiamazzi notturni. Vietate le bevande al coliche. Acqua e idrolitina. I giovani vicini a Pino Rauti polemizzarono contro questo decalogo da caserma. E l’anno successivo ripresero in mano l’organizzazione dell’evento. Il Campo Hobbit 3 si tenne a Castelcamponeschi, in un paesino medievale abbandonato. Ora, è esagerato dire che i dissidi nella destra moderna siano nati intorno a un whisky and cola negato. Però sì, gli scazzi tra colonnelli hanno quarant’anni di storia. Probabilmente di più. Risalgono a quando non erano neanche ancora caporal maggiori. Eppure oggi c’è chi ha nostalgia di quelle pagine di storia minore. E ha voglia di ripercorrerle. Forse perché, tolta la memoria, della destra rimane poco.
I camerati si ritroveranno quarant’anni dopo a Montesarchio dal 23 al 25 giugno. Sarà, spiegano gli organizzatori, «un incontro culturale che torna a far riflettere sui Campi Hobbit e i suoi protagonisti, ma indirettamente anche la sintesi dei riferimenti culturali di un mondo di destra che nel tempo è andato sgretolandosi». Dibattiti, pranzi comunitari, mostre fotografiche, video di repertorio. E musica, ovviamente.