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 2017  giugno 18 Domenica calendario

«La mia educazione milanese mi porta in finale allo Strega». Intervista a Alberto Rollo In un palazzo a pochi passi dall’Arco della pace di Milano si sale con l’ascensore di legno al piano dell’appartamento della Baldini&Castoldi, di cui Alberto Rollo, 66 anni, è direttore editoriale dopo una vita a scegliere i libri da pubblicare per Feltrinelli. La casa editrice è stata appena acquisita da La nave di Teseo e lui per una volta si trova anche nel ruolo dello scrittore in finale al Premio Strega col romanzo autobiografico Un’educazione milanese (Manni).

La sua educazione milanese si rivela un’educazione operaia? 
«Sono partito da una necessità: come mai sento un’appartenenza a una città, alla sua storia, alla sua gente, alle sue forme? Ho scritto la biografia di Milano legata alla mia. Non è un libro di ricordi, ma di ricostruzione della mia ossessione. Ho conosciuto la classe operaia milanese tramite mio padre operaio metalmeccanico. Mi portava a fare dei giri in moto didattici a vedere i veri monumenti: la Falck, la Pirelli, l’Alfa Romeo e la Ceretti Tanfani. La classe operaia non esiste più, ma quella cultura operosa è filtrata fino a oggi». 
Tanti luoghi non ci sono più. Ora cosa vede? 
«Ho seguito lo spirito di questa città, che si è spostato. Credo di non aver scritto un libro nostalgico, ma di cambiamento. Ho raccontato i miei vagabondaggi, sono sempre stato un grande flaneur». 
E un appassionato di urbanistica e di architettura... 
«Amo le forme, sento che sono decisive per noi nel dire se sono belle o no, ma soprattutto nel capire se vengono abitate e come. Studio i sette scali merce, i ponti sulle ferrovie da cui si vede che è passato il tempo. Vedo desolazione e vitalità. Che Milano sia diventata una mappa a cielo aperto di nuove firme e forme e ci sia una città nuova è un fatto positivo». 
Parliamo della Feltrinelli, che si collega alla sua storia professionale e di sogno. 
«La gavetta l’ho fatta in un giornale, Vado e torno, della Pirelli. Poi gli Editori Riuniti, Mondadori e Rizzoli, le grandi opere De Agostini per le edicole. Infine Feltrinelli, dove ho passato 24 anni, prima come direttore dei tascabili e poi editoriale». 
Che Feltrinelli era? 
«Non era una grande casa editrice. Erano gli anni di Pennac e di Benni, dell’Allende. Il disegno era di fare un intrattenimento alto, sperimentale, cercare letteratura straniera d’impegno. Ricordo La sofferenza del Belgio di Hugo Klaus e la biografia di Nelson Mandela. E continuare una saggistica accademica importante». 
Negli ultimi anni era cambiata? 
«Per distruggere un disegno culturale così ci vogliono le bombe. Il progetto va avanti. La casa editrice è molto più potente. Le librerie sono cresciute, sono andate in crisi a causa dell’abbattimento del mercato del libro, ma restano un punto di riferimento. Anche nel rapporto tra cultura e città. La Feltrinelli è diventata toponomastica». 
Come sono cambiate le case editrici? 
«Forse sono più funzionali al mercato, ma che una casa editrice sia un’impresa e non sia un’impresa benefica lo sapevamo già nell’Ottocento». 
Si pubblicano più libri? 
«No, sempre tanti e troppi ma non nella singola casa editrice. Nella somma delle case editrici, che sono aumentate. Soprattutto quelle locali». 
Il suo mestiere è quello di scegliere i libri da pubblicare. Come lo fa? 
«Un libro deve avere una forza comunicativa. Ci si deve poter abitare». 
Doveva proprio fare l’architetto... 
«Può essere letteratura popolare o alta, ma lo scrittore deve costruire un mondo semplice o complesso dove far entrare il lettore. Vale anche per un saggio. E dove porta? Nella storia di una vita o di un concetto di cui devo vedere la traiettoria. Più gente scrive discretamente ora, per cui vado alla ricerca di un’idea di mondo, di uomini, di trasformazione». 
Non per forza un’idea originale di forma di romanzo. 
«Un’idea che abbia a che fare col nostro stare al mondo. Le presunte originalità che nessuno ha mai realizzato sono già state provate tutte. Non c’è niente da inventare, se non avvicinare tasselli noti e mai accostati». 
Tutte le proposte che arrivano vengono esaminate? 
«Ci sono dei lettori che guardano tutti i manoscritti che arrivano. Fanno il mestiere più bello e utile. Quello che consiglio a chiunque per approcciarsi al lavoro in una casa editrice. Una sinossi fatta bene è già critica. Anche se è negativa a volte stimola ad andare a vedere perché. Poi non è vero che non si capisce subito se un libro è buono». 
Bastano le prime righe? 
«Le prime dieci pagine». 
Un libro che l’ha colpita subito? 
«Il coraggio del pettirosso di Maurizio Maggiani. Uno scrittore che poi si è confermato. Altro caso notevole, La mennulara di Simonetta Agnello Hornby». 
Federico Moccia l’ha scoperto lei? 
«Certo, nel libro Tre metri sopra il cielo hanno abitato un milione e mezzo di ragazzi. Lui ha una capacità rara di cogliere i pensieri dei giovani. Fu la casa di produzione Cattleya a segnalarmi che veniva fotocopiato nelle copisterie romane. Ora ha scritto il seguito per l’editore Nord». 
Qualche sfondone l’avrà preso pure lei però. 
«Tanti, però sofferti perché ci credevo. Non ho mai pubblicato libri che non mi piacevano. Ho creduto tanto per esempio in un giovane Vanni Santoni, ora di successo grazie alla sua costanza, ma con Gli interessi in comune fu un flop». 
Non tutti i libri vengono lanciati allo stesso modo. 
«Di pubblicità se ne fa sempre meno. Puntare su un libro oggi significa stamparne tante copie per posizionarlo bene come spazi in libreria». 
Cosa porta al successo? 
«Una scintilla attacca l’altra. Una casa editrice non riesce a programmare un successo, ma può fare tutto perché sia possibile». 
Un libro che avrebbe voluto pubblicare lei? 
«La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano, perché non l’ho visto. E Le otto montagne di Paolo Cognetti, perché non sono riuscito ad acquisirlo». 
Un suo rivale al Premio Strega ora. 
«Per modo di dire, lui ha diritto ed è giusto che vinca». 
Tra lui e Teresa Ciabatti tiene per lui? 
«Non tengo, ho lottato per lui e credo vinca». 
Alla Baldini&Castoldi, acquisita da La nave di Teseo, cosa si propone? 
«Sono uscito da Feltrinelli per non diventare un monumento. Vorrei mettermi in gioco e provare nuove esperienze. Per questo ho scritto un libro e ho trovato un nuovo lavoro da direttore editoriale. Non vedo l’ora di mettere le mani sul catalogo della casa editrice e riordinare le nostre proposte, oltre a cercare nuovi scrittori italiani e scoprire narrativa straniera in particolare orientale. Penso in particolare all’Iran». 
Cosa consiglia di leggere a un ragazzo che non ha letto nulla? 
«Credo, insieme a Pennac che ha scritto quel meraviglioso Come un romanzo sulla lettura, che essa debba essere libera e appunto fare abitare e stare bene. Però un libro per cominciare ce l’ho: Oblomov di Ivan Goncarov». 
E un contemporaneo? 
«La pastorale americana di Philip Roth o a caso uno degli ultimi tre libri di Richard Ford».