Libero, 17 giugno 2017
A Roma l’immondizia batte la Raggi
Questa volta l’emergenza rifiuti è davvero scoppiata alle porte di Roma. Non tocca ancora la capitale guidata da Virginia Raggi, ma lambisce quasi tutta la cintura e da ieri ha messo ko altre province con una situazione davvero drammatica a Latina e dintorni. Si è fermata da circa 24 ore la raccolta rifiuti nel comune laziale, e da ieri si rimpallano le colpe l’amministrazione di Latina e la Regione Lazio. L’emergenza è stata causata dalla chiusura dei cancelli della Rida ambiente, la società che gestisce uno dei più importanti impianti di smaltimento di rifiuti del Lazio, la Tmb di Aprilia. Lì conferiscono i loro rifiuti il comune di Latina, e molti altri comuni di quella provincia e della provincia di Roma. Di fronte al fax ricevuto da quella azienda con cui veniva comunicata la chiusura degli impianti e la richiesta di una verifica sugli stessi dell’Arpa, l’agenzia ambientale regionale, le società municipalizzate hanno sospeso la raccolta. Prima fra tutti la Latina Ambiente, che già stava in condizioni societarie difficili, essendo amministrata dal tribunale attraverso i curatori fallimentari. Sono nei guai anche i comuni della provincia di Viterbo, perché giusto una decina di giorni fa è restato distrutto da un incendio probabilmente doloso l’impianto Tmb di Casale dei Bussi nei dintorni di Viterbo: lì veniva smaltita parte della spazzatura di Latina oltre a quella dei comuni locali. La situazione era critica, anche perché una parte non rilevantissima della differenziata di Roma veniva smaltita nell’impianto che improvvisamente ha chiuso, e i pochi restati in funzione non bastano per tutti. Il guaio questa volta è stato provocato dalla Regione Lazio che ha contestato la regolarità di alcune procedure seguite nello smaltimento dalla Rida ambiente. Causata una evidente emergenza nel momento più sbagliato di tutti (in tutte le province laziali le temperature di questi giorni superano abbondantemente i 30 gradi), con il rischio di provocare in poco tempo una emergenza sanitaria ben più grave, la stessa Regione che ha fatto il guaio ha intimato alla società che aveva chiuso per i suoi rilievi di riaprire gli impianti. Questi sono ora stretti fra l’incudine e il martello, perché se li riaprono senza avere posto rimedio alle criticità segnalate dalla Regione, rischiano multe altissime. Se li tengono chiusi invece sono passibili di azioni penali per interruzione di pubblico servizio, così come la società di raccolta rifiuti che hanno sospeso la loro attività. Spiega un tecnico consultato da Libero: «Stiamo assistendo ad un vero braccio di ferro tra Regione e Rida e il contendere é l’autorizzazione alla discarica di proprietà Rida. Alla fine la mancata programmazione della chiusura del ciclo dei rifiuti danneggia i cittadini che però devono sempre e comunque pagare la Tari...». Il rischio, secondo lo stesso esperto, è che l’emergenza possa allargarsi e coinvolgere anche il comune di Roma, in cui la situazione è già critica per altre scelte gestionali di assessorato e Ama: «i Tmb Ama sono stracolmi. Il caldo fa la sua parte, ma tra poco come sempre assisteremo agli incendi dei cassonetti oltre a quelli del verde non tagliato...». Per la capitale la soluzione più immediata era stata suggerita dagli stessi lavoratori dell’Ama, ed era quella della creazione immediata di micro isole ecologiche che avrebbero alleggerito di molto il peso dello smaltimento della indifferenziata. Ma è stata scartata dall’amministrazione perché il sistema ha costi molto alti (300 euro a tonnellata).
Incendi, guerre trasversali fra amministrazioni, il dramma rifiuti che scoppia in piena estate sono anche lo specchio sia delle contese che delle mire di alcuni imprenditori privati che si contendono lo smaltimento dei rifiuti nel resto del Lazio, una delle regioni prive di impianti di smaltimento pubblici che nel Nord Italia sono quasi la regola.