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 1977  maggio 26 Giovedì calendario

Signor ministro, provi a difendersi

Signor ministro, com’era la piazza ai tempi di Scelba (1)? E oggi? Com’è oggi? Molto cambiata?
«Oh, sì, molto cambiata».
Più pericolosa?
«Molto più pericolosa. Non c’è confronto con quanto succedeva allora».
Il ministro dell’Interno, Francesco Cossiga, purtroppo per lui e soprattutto per noi, in compagnia del terrorismo e della criminalità politica e comune, passa ormai l’intera giornata. Passa le ore a studiare i testi delle Brigate Rosse e dei Nap, legge tutta la «letteratura» della sinistra rivoluzionaria, si aggiorna su come sono organizzati i servizi di «intelligence» negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Francia, in Urss, in Germania, elabora gli organici, prepara piani d’emergenza, discute l’armamento della pubblica sicurezza. Insomma, una vita d’inferno. Ma lui se la prende abbastanza con calma. Capelli e basette gli si stanno imbiancando, dietro le lenti gli occhi sono acuti e un po’ ironici. 
Fouché sta diventando il suo modello?
«Ai tempi di Scelba» dice Cossiga «c’erano grandi manifestazioni di massa, lavoratori, studenti, popolo, inquadrati dal Pci e dai sindacati; dimostravano per affermare una linea politica. Dimostravano contro il governo, contro la Dc, contro la Nato, contro i «padroni». C’erano scontri con la polizia, ma la polizia non era il nemico, non era l’obbiettivo della manifestazione: era un ostacolo da superare, punto e basta. Le masse che intervenivano a quelle manifestazioni erano disarmate, lo scontro era fisico: quantità contro quantità. Perciò per disperdere i cortei la polizia si serviva dei manganelli, dei calci dei fucili, caricava con le camionette. Era insomma, da una parte e dall’altra, una violenza di altra specie. Se si vuole, una violenza paesana».
E adesso?
«Adesso è tutto diverso. Lo scontro fisico di massa non c’è più, il manganello non serve più quasi a niente. E per i «pistoleros» della P38 la polizia non è un ostacolo di percorso ma è l’obiettivo, il solo obbiettivo. Lo scopo del corteo, per loro, è di sparare sulla polizia e di fare in modo che anche la polizia spari. Questo è il massimo risultato che si propongono di raggiungere».
E la polizia spara.
«Per forza. Quando è aggredita risponde. Che può fare? Di solito usiamo i lacrimogeni, ma non sono di grande efficacia. Fanno un gran fumo, al riparo del quale i «pistoleros» si nascondono anche meglio e portano anche meglio a termine le loro imprese criminali. Ora si sta studiando un gas lacrimogeno senza fumo. Spero che tra poco sarà in dotazione».
E poi avete le squadre in borghese...
«Nessuna squadra in borghese. Quando ci sono problemi di ordine pubblico la squadra mobile e la squadra politica mandano alcuni agenti in borghese per individuare i reati e i rei, cosa che i reparti in divisa non possono fare perchè debbono pensare a sostenere lo scontro o a impedirlo. Squadre speciali non esistono nella polizia italiana».
Lei afferma che gli agenti in borghese debbono limitarsi ad un’attività investigativa. È così?
«Esattamente così».
Recenti documenti fotografici provano il contrario. Quegli agenti in borghese caricano, pistola in pugno, insieme ai reparti. Lei comprende, signor ministro, quali incidenti tragici ne possono derivare.
«È vero. Possono esser stati commessi errori. Per esempio l’esperienza c’insegna che mandare agenti della squadra mobile in occasioni del genere è un errore. Perciò non li manderemo più. Un altro errore, di natura tattica, è d’impiegare, in quelle occasioni, le auto della «Volante». Sono auto isolate, spesso vengono accerchiate, gli uomini s’intimoriscono e possono commettere eccessi di legittima difesa. Non impiegheremo più neanche le «Volanti» nei momenti caldi dell’ordine pubblico».
Signor ministro, il 12 maggio a Roma, quando ci fu la manifestazione dei radicali che poi degenerò in scontri con gli autonomi, la polizia fu molto dura «a freddo». A questo punto tutte le testimonianze sono concordi...
«Gli uomini erano inaspriti...».
Capisco, gli uomini erano inaspriti, i capi non fecero nulla per ricondurli ad atteggiamenti più responsabili.
«Non è vero. Ho seguito minuto per minuto quanto avveniva nella sala operativa della questura; posso confermare che il questore in persona dette più volte disposizioni di lasciar defluire i dimostranti senza chiuderli nei vicoli del centro. E poi, questa pretesa durezza non ebbe alcuna conseguenza drammatica, fino a quando gli autonomi cominciarono a sparare su ponte Garibaldi».
Non sarebbe stato meglio consentire la manifestazione a Pannella? Magari non a piazza Navona?
«La richiesta di farla a piazza Navona era perentoria. Non c’erano alternative. Quanto a noi, sapevamo positivamente che gli autonomi sarebbero intervenuti con intenzioni aggressive. In quelle condizioni era impossibile derogare al divieto».
Lei ha visto che il 19 maggio il movimento studentesco ha disdetto la manifestazione e anche gli autonomi vi hanno rinunciato. Come giudica questo comportamento? È subentrata una fase di riflessione e di maggiore responsabilità? Si può sperare in una diminuzione della violenza?
«Nessuno se lo augura più di me, ma non mi faccio illusioni. Può darsi, anzi è probabile, che gli studenti si stiano rendendo conto del vicolo cieco in cui il movimento si è cacciato per colpa delle frange violente. Ma che ci sia un ripensamento da parto degli autonomi, lo escludo. Il 19 maggio a Roma hanno solo capito che non potevano tendere ancora la corda senza spezzarla. D’altra parte, proprio quello stesso giorno ci furono incidenti assai gravi a Padova e le bombe al metrò di Milano. Ciò significa che questi gruppi si muovono ormai secondo una strategia nazionale. Sapevano che la nostra maggior attenzione e il nostro maggior impegno erano concentrati su Roma e hanno cercato di colpire a Padova. Ripeto: c’è una strategia nazionale, ci sono collegamenti nazionali».
Ne avete le prove?
«Sappiamo che gruppi di autonomi si spostano nelle varie città quando sono previste manifestazioni di piazza. Sì, ne abbiamo le prove».
Ci sono collegamenti tra i gruppi dell’estrema sinistra e i gruppi clandestini? Avete una mappa del «partito armato»?
«Ci sono tre diversi livelli d’organizzazione. C’è un centro direttivo, rigorosamente clandestino, ci sono le squadre d’azione e c’è la «massa vulnerabile». Quest’ultima è composta da movimenti che, inizialmente, quando Nokyo, la più grande associazione di agricoltori giapponesi, ha avuto bisogno di soluzioni informatiche avanzate per assistere tecnicamente e commercialmente 5.700.000 membri di 4.373 cooperative ha scelto la tecnologia Olivetti.
Questa scelta, operata nel paese dove l’informatica è un punto di forza nella ricerca e nella produzione, ha consentito di automatizzare 18 grandi centri circoscrizionali attraverso apparecchiature e sistemi collegati on-line per i quali Olivetti ha proposto le soluzioni più avanzate. Questo è solo uno dei casi in cui Olivetti si muove con successo sui mercati internazionali.
Mercati affollati di prodotti altamente competitivi, che accolgono solo chi possiede know-how ai massimi livelli. Mercati contraddistinti da grandi numeri e quindi aperti solo a chi dimostra le più forti capacità produttive, sia per quantità che per elevata qualità. È questa la dimensione in cui si muove Olivetti «problem solver» completo, capace di fornire prodotti, programmi, tecnologie e architetture; capace di operare salvaguardando gli investimenti già realizzati.
Tutto ciò ha contribuito a fare di Olivetti un’azienda in espansione, che investe, cresce ed assume: un’azienda che produce ricchezza per sé e per gli altri.
Che ha contribuito a collocare l’Italia nel ruolo di leader dell’informatica europea. Non hanno legami con gli altri due livelli e spesso dissentono dai loro programmi e dai loro obiettivi. La tattica del centro direttivo e delle squadre d’azione è di coinvolgere la massa vulnerabile. Purtroppo, spesso ci riescono».
Negli ultimi tempi però, questa che lei definisce la massa vulnerabile ha dimostrato di sapersi liberare dai coinvolgimenti e dalle provocazioni. È in atto un’operazione d’isolamento dei violenti.
«È vero, pare anche a me che ci sia un processo di questo genere».
Quindi c’è la speranza che i violenti, una volta isolati, si riducano a più miti consigli.
«Non ci spero affatto. Tutto al più cambieranno tattica e tecniche di scontro. Finché riescono a farsi coprire dalla massa, continueranno ad operare come finora hanno fatto: se la massa li isolerà, adotteranno la tattica dei raids».
Che vuol dire?
«Colpi esplosi da auto o moto in corsa. Insomma, attentati veri e propri, con le forme dell’attentato e non più dello scontro di piazza».
Quindi una tattica ancora più pericolosa.
«Certamente».
Signor ministro, sembra di capire che lei consideri le Brigate Rosse come il vero cervello dei «partito armato». È cosi?
«Sì. credo cne il centro direttivo siano le Br».
Avevate detto tempo fa, lo disse il generale Dalla Chiesa, che le Br erano state distrutte. Fu dopo l’arresto di Curcio.
«Evidentemente erano assai più ramificate di quanto pensassimo. Le Br sono organizzate su due linee, una linea politica discute i programmi e la strategia, funziona con riunioni di base che alla fine esprimono una decisione comune. La linea militare invece dirama gli ordini dal vertice».
La clandestinità riguarda l’intera organizzazione?
«Sì, ma è rigorosissima nella linea militare».
Quanti sono i brigatisti in carcere attualmente?
«Più o meno un centinaio, tutti provenienti dalla clandestinità e tutti facenti parte dell’organizzazione militare».
Sia Zaccagnini che Berlinguer hanno accennato recentemente alla possibilità che queste organizzazioni siano guidate o appoggiate da servizi segreti stranieri. Qual è il suo pensiero in materia?
«Penso che è un’ipotesi molto verosimile».
Soltanto un’ipotesi? Zaccagnini e Berlinguer si sono spinti così avanti solo in via d’ipotesi?
«Diciamo che abbiamo degli elementi per formulare questa ipotesi. Intendiamoci: non sono in grado di stabilire quale sia il ruolo di servizi segreti stranieri in queste vicende: direi che non è stato un ruolo essenziale, i gruppi di guerriglia sono nati per germinazione spontanea. I servizi stranieri possono averli appoggiati, possono averli infiltrati».
Possono o l’hanno fatto?
«Ho già detto: abbiamo elementi per prendere in considerazione questa ipotesi, non come pura ipotesi di studio».
Sapete di quali servizi si tratta?
«Questa materia è in corso di accertamento. E poi, ovviamente, non si tratta di questioni delle quali il ministro dell’Interno possa parlare in un’intervista ad un giornale».
E i nostri servizi segreti, signor ministro, funzionano? Si ha l’impressione che fino a qualche anno fa si occupassero più di sovvertire lo Stato che di difenderlo e che ora siano in completo letargo.
«Effettivamente fino a qualche anno fa ci furono, diciamo così, alcune deviazioni e degenerazioni. Ed ora mi pare che si trovino in difficoltà nell’operare. Credo che la classe politica avrebbe dovuto avere il coraggio, quando furono accertate le deviazioni, di sciogliere i servizi e di ricreare un’organizzazione nuova da capo a fondo. Invece si preferì un’altra via: si amputarono alcuni settori, si mandarono a casa alcuni personaggi, lasciando però intatta la struttura. È stato un errore».
Lei s’è occupato a lungo di queste questioni. Come dovrebb’essere organizzato il servizio segreto?
«Su una base rigorosamente segreta. Sembra una cosa ovvia, ma è bene dirla. Un servizio segreto dev’essere totalmente fuori della organizzazione ordinaria della pubblica amministrazione, i suoi capi debbono essere noti soltanto al ministro che ne risponde politicamente. Ogni altro tipo d’organizzazione è un non senso. I servizi di sicurezza e di Intelligence inglesi funzionano esattamente così».
Onorevole Cossiga, questo sindacato di polizia si farà? Sarà autonomo o federato con i sindacati dei lavoratori?
«Posso dire che attualmente una elevatissima percentuale degli agenti di polizia avrebbe manifestato il desiderio di essere rappresentata da un sindacato. La cifra è altissima. Di gran lunga superiore per esempio a quella dei metalmeccanici. Perché avviene questo. Perché l’agente di Ps sente il bisogno d’una maggior tutela, d’un ruolo sociale, d’una difesa non solo economica, ma di «status». Questa spinta che viene dal basso non può esser disattesa. So bene che ci sono idee differenti sulla formula sindacale da adottare, ma un sindacato, secondo me, si deve fare. Sa qual è lo stipendio d’un agente in Gran Bretagna? Un agente di prima nomina prende uno stipendio eguale a quello che da noi è lo stipendio di un sottotenente, cioè il doppio esatto di quanto noi diamo alle semplici guardie».
Quali fini politici persegue il terrorismo. A chi giova?
«Ah, attenzione. Il «cui prodest» in questa materia non ha senso. Uno degli effetti del terrorismo può essere quello di far ritenere necessari governi di larga coalizione e quindi di innescare un processo d’avvicinamento del Pci all’area della maggioranza e del governo. Possiamo ricavare da questo che le Br prendano ordini da Berlinguer? Un altro effetto è di spostare consensi verso lo Dc. Possiamo dedurne che le Br sono state create da Moro e da me? Dunque il «cui prodest» è un metro che non vale, almeno in questo caso. La mia convinzione l’ho già detta: il terrorismo delle Br si propone di colpire lo Stato affinchè lo Stato a sua volta colpisca il più duramente possibile. In tal modo lo scontro diventerebbe molto duro, lo spazio delle libertà costituzionali risulterebbe ristretto e almeno una parte delle masse che confluiscono nel partito comunista e taluni settori della classe operaia organizzata rifluirebbero su posizioni di estrema sinistra. Questo è il piano dei terroristi».
Quindi è un piano anticomunista?
«È un piano che, se non soggettivamente, è oggettivamente contro l’attuale gruppo dirigente del Pci e contro la sua politica che sono accusati di trascurare una prospettiva di lotta violenta se non addirittura armata».
Vi si rimprovera di non essere abbastanza rigorosi con i «pistoleros», di lasciarli liberamente in circolazione, quasi per incoraggiarne le iniziative.
«Chi lo rimprovera? Stiamo facendo tutto quanto è umanamente possibile. Le notizia che vengono da Milano lo provano: i criminali che hanno sparato contro la polizia il giorno in cui morì l’agente Custrà sono stati arrestati e uno di loro ha confessato d’aver sparato (2)».
Onorevole Cossiga, secondo lei c’è dunque un nesso tra il calendario politico e il terrorismo?
«Credo di sì».
Dunque bisogna sbrigarsi, bisogna che: se accordi politici ci debbono essere tra i partiti, siano conclusi presto e siano efficaci? Questo è un modo di scoraggiare il terrorismo facendogli toccar con mano la sua inutilità?
«Questo è il mio pensiero. Vorrei aggiungere che i fenomeni di criminalità, politica e comune, sono indirettamente ma fortemente alimentati anche dalla situazione economica. Un paese col 20 per cento d’inflazione ne subisce le conseguenze anche sul piano dell’ordine pubblico e della criminalità. Se invece del 20 scendessimo al 5 per cento, anche il terrorismo diminuirebbe d’intensità. Queste malattie sociali, non si combattono soltanto con la polizia».
Note: (1) Mario Sceiba, democristiano, è stato ministro dell’Interno dal 6 febbraio 1947 al 15 luglio 1953 (tutti governi presieduti da Alcide De Gasperi). (2) Scontri assai gravi nel corso dei quali era rimasto ucciso il vicebrigadiere di Ps Antonino Custrà, erano accaduti a Milano, in via De Amicis, il 14 maggio. Di questi incidenti vennero scattate alcune foto, agghiaccianti e famose, che mostravano un giovane, pistola in pugno, teso a sparare contro le forze dell’ordine. Identificato, processato e condannato, il giovane è stato alla fine riconosciuto innocente dell’omicidio Custrà.