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 2017  giugno 18 Domenica calendario

Ci vuole un welfare bestiale

Mi capita sovente di incrociare coppie di nonnini/ e che vanno a spasso, oppure duetti in cui un/una giovane accompagna un/una anziano/a. Talvolta uno dei due è leggermente claudicante o deve fermarsi per riprendere fiato, ma l’altro/ a l’aspetta paziente e riprende a muoversi in perfetta sincronia, al rallentatore.
Non si tratta di sposini giunti alle nozze di platino o ultranovantenni che vogliono stare un po’ all’aperto, ma di coppie di ominidi e cani, in varie formazioni.
A volte il più malconcio e acciaccato è il cane, a volte capita il contrario, a volte sono entrambi traballanti matusa.Non era una scena comune, sino a pochi anni fa.
Gli animali erano cuccioli o adulti, la loro vecchiaia concepibile, ma raramente visibile; mentre i gatti più longevi – diciottenni o ventenni – invecchiavano con discrezione, era rarissimo incontrare un cane che a diciassette anni zampettasse per strada o sollevasse la gambetta per una pipì d’annata senza stramazzare a terra.
Oggi accade sempre più spesso perché anche i pets hanno scoperto le gioie e i dolori della vecchiaia: come ha recentemente osservato David Grimm su Science, l’aspettativa di vita di cani e gatti è raddoppiata negli ultimi quattro decenni e il progressivo allungamento della longevità è destinato a non arrestarsi: tutti i pets, indistintamente, vivono molto più a lungo che in passato (anche pesci, conigli, roditori, rettili, sauri e uccelletti) ed entro vent’anni non sarà raro celebrare i compleanni di cani venticinquenni e gatti trentacinquenni, attorniati da figli, nipoti, pronipoti e trisnipoti, con sorrisoni a tutta dentiera da pubblicare sui quotidiani locali e postare sui social di famiglia (delle loro, beninteso).
Questa nuova condizione, frutto di un netto miglioramento delle condizioni di vita materiali, sta modificando fatalmente la natura dei nostri rapporti, poiché, come accade nelle relazioni interpersonali, c’è una sostanziale differenza nell’intensità dei sentimenti che connota un filarino di un anno e una convivenza di dieci, un’amicizia biennale e delle nozze d’argento. Siamo accomunati da un medesimo destino, acciaccato e un po’ sdentato, ma ricco di buoni sentimenti, sebbene l’esistenza casalinga esponga i pets ai medesimi rischi di diventare obesi, diabetici, malati di cancro o depressi.
Poltrire da soli in divano fa malissimo anche a loro: secondo una ricerca pubblicata nel 2015 dall’Ordine dei veterinari inglesi l’ottanta per cento dei cani domestici soffre di disturbi ossessivi/compulsivi legati a patologie depressive o a cronici stati ansiosi, mentre negli Stati Uniti già nel 2007 si vociferava con preoccupazione della “new Prozac nation” a quattro/ due zampe, con milioni di cani, gatti, cavalli e pappagalli strafatti di amitriptilina, clomipramina e fluoxetina (studi serissimi riferiscono che i cani impasticcati sarebbero settanta milioni), a dispetto delle critiche espresse dai veterinari.
Il lato oscuro dell’umanizzazione è infatti nascosto dall’esplosione del welfare animalesco (i veterinari nel mondo sono più di settecentocinquantamila e crescono in doppia cifra), con l’avvento di case di cura, diete personalizzate, integratori anti- età e farmaci specifici, con cui tentiamo comprensibilmente di allungare quanto possibile le nostre convivenze, mentre i processi di antropomorfizzazione si sono spinti ben oltre i confini della ragionevolezza, con l’esplosione della chirurgia plastica per pets, in alcuni casi curativa, in altri ricostruttiva, in altri meramente estetica, praticata nelle medesime capitali mondiali di quella per bipedi: Rio de Janeiro, Los Angeles, Shanghai, Seul...
Così crescono gli interventi, sino a diecimila euro, per raddrizzare orecchie pendule, rifare setti nasali (ufficialmente per facilitare la respirazione), rimuovere borse palpebrali e stirare rughe ( le foto degli sharpei tirati fanno un certo effetto), cavare la pelle in eccesso in cui possono annidarsi fastidiosi parassiti, in un delirio di umanizzazione post- human che ha spinto le associazioni veterinarie ad assumere una ferma posizione di condanna.
Del pari si comprendono le ragioni della recente mania per il benessere fisico, di cui appaiono, come noi, più che mai bisognosi: secondo l’ultima National Pet Obesity Survey del 2015, in America il 29,8 per cento dei gatti è in sovrappeso e il 28,1 per cento obeso, mentre il 35,1 per cento dei cani è in sovrappeso e il 17,6 per cento obeso, laddove la People’s Dispensary for Sick Animals ( Pdsa) britannica ha constatato che un terzo dei cani e un quarto dei gatti soffre di obesità, osservando altresì che la patologia sta rapidamente contagiando anche conigli, criceti e porcellini d’India (d’altronde, con quel nome...).
La situazione è così grave che per sensibilizzare il pubblico sulla necessità di adottare regimi alimentari e stili di vita più salubri anche a quattro zampe la sopra menzionata Pdsa cura dal 2005 un seguitissimo programma televisivo, Pet Fit Club, che mette a confronto una dozzina di concorrenti: gli animali domestici più obesi del Regno Unito, con il gatto Tom di Glasgow che sa aprirsi da solo il frigorifero, il jack russell con l’insanabile passione per i doner kebab, il coniglio gigante Poppy in astinenza da popcorn, Tity il chihuahua sferico e via di seguito.
Costoro, seguiti da un team di veterinari, nutrizionisti, psicologi e trainer medico- sportivi, hanno sei mesi di tempo per tentare di dimagrire e cambiare vita, coinvolgendo anche i proprietari/ genitori, che quasi sempre condividono l’insana passione per snacchini, appetizer, pisolini e divani: negli umani un’ora di carezze, bacetti e grattatine provoca il consumo di circa cinquanta calorie, contro le duecento di un’ora di camminata al guinzaglio.
Ma non tutti i pets possono superare severi casting televisivi e in ogni angolo del mondo sono apparse cliniche dove vengono messi a stecchetto, in un tripudio di farmaci dimagranti, cibi ipocalorici, integratori con rare erbe amazzoniche, affiancati da corse da mezzimaratoneti e percorsi da marine propinate in durissimi camp degni di Full Metal Jacket.
Grazie a questi affettuosi rimedi invecchiamo nel medesimo modo, con l’apparizione di badanti, carrozzine e trolley per quattro zampe con problemi di mobilità o emiparesi, tutori per giunture pericolanti, scarpette antiscivolo, impermeabili e tutine dry- fit contro i reumatismi ecc.; veniamo sottoposti ai medesimi esami (sanguigni, ecografici, tomografici, istologici...), subiamo interventi chirurgici egualmente complessi, seguiamo analoghi protocolli post- operatori e non saltiamo una seduta di riabilitazione, con fisioterapisti per cani e per gatti non meno competenti di quelli che ci seguono dopo un intervento all’anca o alla spalla.
Non li abbandoniamo quasi mai, facendo il possibile per garantire sino all’ultimo quella che gli oncologi chiamano pudicamente la “qualità della vita” residua. Un cambiamento notevole rispetto agli anni, non lontani, in cui i pets venivano portati dal veterinario per essere vaccinati o soppressi: pochissimi animali hanno conosciuto la morte “naturale”, essendo quasi sempre violenta o indotta.
Sebbene le opinioni siano controverse, considero tale evoluzione un segno di civiltà, il riconoscimento di diritti negati per secoli a chi non aveva scelta tra lavorare “come una bestia” o essere mangiato, sovente dopo un’esistenza di sofferenze e privazioni.
Non c’è alcun egoismo o insensibilità in tutto questo; la ricerca scientifica ha dimostrato che gli esseri umani che amano gli animali sono di norma più sereni, aperti, tolleranti e pacifici di quelli che li disprezzano, odiano e maltrattano. Non mi pare poco.