la Repubblica, 18 giugno 2017
Salvataggio venete, una bad bank con i fondi dell’ex Banco di Napoli
MILANO La data room, per avere informazioni riservate sui numeri delle due banche venete che il governo sta provando a salvare, s’è aperta. La gestisce la banca d’affari Rothschild, che per conto del Tesoro ha invitato a guardare i numeri pochi colossi in salute come Intesa Sanpaolo, Credit Agricole in Italia, Bnl (Bnp Paribas), Unicredit. Servono 1,25 miliardi di euro di investimenti privati nei due istituti in crisi, per consentire l’accesso alla ricapitalizzazione “precauzionale” di Stato per altri 3,4 miliardi (e 1,2 miliardi verranno dal coinvolgimento dei bond subordinati). Malgrado il potenziale affiancamento di altri operatori in cordata come Poste, Unipol Banca, Mediolanum, Iccrea, solo i primi tre nomi hanno dimensioni, esperienza e capacità per condurre la complessa ristrutturazione bancaria allo studio, e che tra l’altro dovrebbe portare alla riduzione di organici da 11.100 a 7.200 persone, anche grazie a ulteriori contributi del governo al Fondo esuberi, che pure sono allo studio.
Il dossier rimane complesso, e i tempi di esecuzione molto brevi: il governo e il management delle ex popolari venete vorrebbero giungere a una soluzione entro la fine della prossima settimana. Per questo fonti bancarie notano come sembra difficile che un gruppo internazionale possa intervenire. Unicredit, l’altro pivot italiano bancario, sembra invece essersi sfilata nei giorni scorsi, a causa dello scarso interesse a crescere in una zona – il Triveneto – in cui ha una storica, fitta copertura. Per questo gli occhi restano puntati su Intesa Sanpaolo, anche se finora Ca’ de Sass ha solo dato disponibilità a un intervento pro quota a patto che tutti gli altri operatori lo facessero; quell’ipotesi è tramontata da giorni, e il management ha più volte ribadito l’impegno a non diluire i 3,4 miliardi di euro in cedole 2017.
La palla, insomma, resta a centrocampo; anche se il decreto varato dal governo venerdì che oltre a congelare i bond subordinati di Veneto banca in scadenza il 21 ha avviato un processo accelerato che trovi i potenziali investitori – ha almeno allontanato il guaio procedurale rappresentato dall’eventuale rimborso di un titolo tra i più rischiosi, e che sarà coinvolto nel ripianamento delle perdite. Una decisione gradita anche alla Commissione europea, perché «può contribuire a ridurre gli aiuti pubblici», ha notato un portavoce a Bruxelles.
Uno dei nodi da sciogliere riguarda anche la pulizia dei 9 miliardi di euro di crediti in sofferenza dai libri di Vicenza e Veneto banca. Un dossier studiato e rifinito da Atlante 2, a corollario dell’investimento da 3,5 miliardi di Atlante 1 nel capitale delle venete. Ma gli ultimi sviluppi fanno supporre che a intestarsi le sofferenze delle due venete possa essere un veicolo diverso, a matrice pubblica e in cui potrebbe rientrare anche la Sga (la bad bank del Banco di Napoli). Due ragioni avrebbero portato il Tesoro a pensare percorsi alternativi per le sofferenze venete: il primo riguarda il probabile azzeramento dell’investimento di Atlante 1 nelle due banche, per l’impossibilità di seguirne la prossima ricapitalizzazione; il secondo riguarda il fatto che Atlante 2, deve focalizzarsi sulla cartolarizzazione da 26 miliardi delle sofferenze di Mps, di cui è perno e ha un’esclusiva per chiudere entro il 28 giugno. Lo schema su Siena prevedeva l’esborso di 1,7 miliardi metà in capo ad Atlante 2, il resto ai fondi specializzati Fortress, Elliott e Credito Fondiario. Ma la trattativa sulle condizioni rischia di far abbandonare il tavolo Mps ai fondi, per cui Atlante 2 potrebbe dover dirottare lì i 450 milioni messi in preventivo per le sofferenze di Vicenza e Veneto banca.