la Repubblica, 17 giugno 2017
Il sistema Raiola. Estate rovente. I casi Donnarumma e Ronaldo infiammano il mercato del calcio
ROMA Alla commissione procuratori sportivi della Federcalcio nel 2015 è stato depositato un documento. Con cui un grande club italiano riconosce una commissione di 8 milioni di euro a una cuoca brasiliana per l’acquisto di giocatore dal valore di un milione. Indovinate chi fosse l’agente del calciatore.
Oggi Donnarumma, ieri Pogba, domani magari il 17enne Kean. Se vivranno tutti felici e ricchissimi non è solo merito del loro talento. Ma di un sistema. Che vive e si alimenta anche grazie al burattinaio dei loro contratti a sei o sette zeri: Mino Raiola. Di lui si sa tutto o quasi: parla sette lingue, ha iniziato gestendo il ristorante dello zio ad Amsterdam, conquistò Ibra mostrandogli le statistiche di chi segnava più di lui. Il mistero riguarda come riesca a entrare nella testa dei migliori calciatori del mondo e a dirigerne i “mal di pancia” per portarli dove vuole lui. Esempio più recente: in 6 mesi Donnaruma è passato dai baci alla maglia del Milan allo schiaffo a Mirabelli e Fassone e all’offerta da 25 milioni per 5 anni: «Non rinnovo». C’è dietro un accordo sulla parola con il Real che gliene garantirà più di 6. Ma, soprattutto, garantirà una super commissione al suo manager. Che un anno fa firmò il mega-affare Pogba: dalla Juve allo United per 105 milioni. Raiola prese soldi da tutti: 27 milioni dalla Juve, altri 19,4 spalmati su 5 anni dallo United e i 2,6 che doveva il calciatore ma che pagarono gli inglesi. In tutto: 49 milioni.
Al punto da allarmare la Fifa, che indaga per valutare se l’agente non abbia agito da “terza parte”, come se possedesse parte del cartellino. Ma Pogba gli aveva già fruttato tanto: 8,165 milioni solo negli anni bianconeri, per un totale di 57 da quando lo gestisce. E chissà quanto Balotelli, Matuidi, Lukaku, tutti in scuderia. Secondo Forbes, Raiola è il quinto procuratore più ricco al mondo con 35 milioni di dollari fatturati nel 2016. A fine anno, però, se ne era garantiti di più, grazie alle solite mega commissioni (esempio: 8 milioni per Mkhitaryan). E a ogni trasferimento, il conto aumenta.
«Funziona così ormai», spiega Dario Canovi, agente storico che ha conosciuto Raiola negli anni 90: «L’avvocato Rob Jansen, figlio della presidente dell’Assocalciatori olandese, ci portò a pranzo in un ristorante di Amsterdam dove andava sempre: il direttore era Raiola. Iniziò facendo da interprete a Jansen. Una volta venne con lui a Torino per vedere Moggi, quello li fece aspettare tre ore e Mino se ne andò giurando di non fare mai più affari con lui. Invece...». Invece, è proprio con Moggi che Raiola diventa grande. È il 2001: Cragnotti vende Nedved alla Juventus per 75 miliardi di lire, dopo le firme però Nedved decide di rinnovare con la Lazio e Cragnotti chiede a Moggi di distruggere quel contratto. A quel punto entra in scena Raiola: la Juve gli promette una cifra a 9 zeri per convincere Nedved a ripensarci. Mino va in pressing sul ceco e il fuoriclasse cede: lui firma con la Juve, Moggi tira fuori dal cassetto il contratto di cessione già firmato da Cragnotti (e mai distrutto). E Raiola incassa. È la prima applicazione del “sistema”, che privilegia il trasferimento ai rinnovi. Cancellando le bandiere per arricchire gli agenti: «Ora i soldi li fai con le intermediazioni», aggiunge Canovi. «Se Donnarumma resta al Milan, a 5 milioni per cinque anni, la provvigione di Raiola è di 500mila euro all’anno, 2,5 milioni totali. Se va al Real, Raiola si mette in tasca il quadruplo tutto insieme più la commissione sullo stipendio più alto. Ma così quei soldi non restano nel calcio, vanno nelle tasche di un privato». Che si tratti di un agente oppure di una cuoca brasiliana.