la Repubblica, 17 giugno 2017
Il mistero Al Baghdadi. I russi annunciano: “Forse lo abbiamo ucciso”. I dubbi degli Usa
BEIRUT Sarà almeno la quarta o quinta volta, da quando, nel luglio del 2014, si è rivelato al mondo dal pulpito di marmo scolpito dell’antica moschea Nuri di Mosul, che Abu Bakr Al Baghdadi, l’autoproclamatosi Califfo dei musulmani, o successore di Maometto, viene dato per morto. La novità sta nel fatto che a rivendicarne l’uccisione in un bombardamento lanciato nei pressi di Raqqa, la capitale siriana del Califfato, nella notte tra il 28 e il 29 maggio, è adesso la Russia, una delle forze direttamente presenti sul terreno cui non si può negare una certa credibilità. E la Russia aggiunge di aver informato del raid gli Stati Uniti, ma Washington, scettica, si dice «non in grado di confermare».
Dal momento che nessuno, finora, ha presentato prove inoppugnabili che il Califfo sia stato ucciso, soltanto una cosa può sciogliere il mistero: una dichiarazione dell’organizzazione terrorista, attraverso la sua ben collaudata rete mediatica, in assenza della quale questo nuovo giallo sulla sorte dell’uomo più braccato del mondo (assieme al suo principale concorrente in jihadismo, l’egiziano Ayman al Zawahiri, successore di Bin Laden e capo di Al Qaeda) è destinato a continuare.
Ma, in fondo, tutto questo fa parte di quell’alone quasi sacrale di intangibilità di cui Al Baghdadi ha circondato il suo personaggio. “Lo Sceicco invisibile” lo chiamavano quando, nel 2010 prese il posto di un altro al Baghdadi, Omar, come Emiro, comandante militare, dello Stato Islamico dell’Iraq, la formazione nata da una costola di Al Qaeda, per mano del giordano Abu Mussab al Zarqawi. Ora per i seguaci in armi il Califfo è “al Shabah”, il fantasma.
Sarà pure stato un essere “insignificante”, come lo descrive un suo collega all’università “Saddam Hussein” di Bagdad, dove si sarebbe laureato, ma anche questo è piuttosto incerto, in Scienze Coraniche. Sarà pure stato un “prigioniero di basso livello”, come lo hanno dipinto i comandanti americani di Camp Bucca, la prigione dove Al Baghdadi, allora noto soltanto come Ibrahim Awwad Ibrahim al Badri al Samarri (perché originario di Samarra), fatto sta che quando il futuro Califfo prende lo scettro di Al Qaeda in Iraq la violenza terroristica a Bagdad raggiunge livelli fino allora inusitati.
Nel mirino, non soltanto le forze di sicurezza irachene, fedeli al governo dello sciita Nuri al Maliki, ma anche i “crociati” miscredenti, vale a dire i cristiani, e gli apostati sciiti, che la dottrina di cui è imbevuto Al Baghdadi, il radicalismo del predicatore saudita Muhammed ibn Abdel Wahab (da cui il termine wahabita) giudica passibili di essere uccisi.
Migliaia di morti. Le tribù sunnite che sono state emarginate dal nuovo potere sciita, provano a prendere le distanze dalle sirene della rivolta orchestrata dai reduci dell’esercito di Saddam in combutta con Al Baghdadi. Ma “il risveglio sunnita”, come ottimisticamente l’avevano definito gli americani, dura poco. Nel 2013 Al Baghdadi lancia la sua campagna per prendersi l’Iraq. E quasi ci riesce. Quando, il 29 giugno del 2014, da Mosul, proclama la nascita del Califfato, l’armata di Al Baghdadi ha conquistato un territorio, tra Siria e Iraq, grande come l’Inghilterra; le avanguardie sono a meno di cento chilometri dalla capitale, che si aspetta cadrà rapidamente.
Da quell’antico pulpito, Al Baghdadi ricorda ai musulmani che il loro primo dovere è giurare obbedienza al Califfo. Seppur ignorato dalle grandi masse e dalle istituzioni islamiche mondiali, al suo appello accorrono decine di migliaia di giovani musulmani che formano la forza d’urto del suo esercito, i combattenti destinati a morire e a dare la morte, e non solo sui campi di battaglia iracheni e siriani. Nelle grandi capitali dell’Occidente, Parigi, Londra, Berlino giovani seguaci del Califfato, anche se spesso soli e disorganizzati, s’incaricano di dimostrare che lo stato Islamico è in grado di seminare il terrore nelle nostre vite di tutti i giorni.
Le sconfitte subite in Iraq e in Siria, che vogliono il Califfo in fuga e il territorio dello Stato Islamico ridotto ai minimi termini non allentano la paura. Perché, come hanno scritto sulle colonne di Palmira, persa e riconquistata due volte, “siamo venuti per restare”.