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 2017  giugno 18 Domenica calendario

Gli amori di Hockney. Dipingere, fumare e denaro a sufficienza

l prossimo 9 luglio a Los Angeles, per David Hockney sarà un giorno come un altro. Il grande maestro della Pop Art compirà ottant’anni ma ha già deciso: «Perché mai dovrei festeggiare? L’unica cosa che farò sarà dipingere, come faccio ormai ogni giorno da sessant’anni, perché solo così non penserò ai miei anni e al mio corpo». L’accento suona come uno strano intreccio tra quello del borgo di Bradford, cuore dello Yorkshire degli operai e delle industrie tessili dove è nato nel 1937, e la Los Angeles snob dei ricchi collezionisti e dei curator più raffinati che da trent’anni è diventata (tra Nichols Canyon, Santa Monica Boulevard e Malibu) la seconda patria di quest’uomo piccolo con lo sguardo azzurro chiaro da bambino molto dispettoso accentuato dalle lenti degli occhiali rotondi – azzurri sono anche la camicia e i suoi incredibili calzini corti. Hockney esibisce quel ciuffo, ancora folto, di capelli (oggi bianchi, un tempo biondi) che è uno dei suoi «marchi di fabbrica» e che, quando esce, ama nascondere sotto un cappelluccio bianco. Addosso porta un improbabile gessato grigio d’altri tempi. 
La suite con vista sui giardini delle Tuileries, al sesto piano del Le Meurice, è ingombra di cose: piatti con resti della colazione, altri già pronti per quella che verrà, un grande cesto con frutta, tanti giornali, un portacenere colmo di mozziconi, pacchetti di sigarette (con in bella evidenza la scritta Fumer Tue, il fumo uccide) e il bastone che lo aiuta a muoversi poggiato al bracciolo del piccolo divano damascato su cui è seduto. «Le spiace se fumo?», chiede immediatamente perché tre sono le passioni di Hockney, forse il più grande degli artisti viventi o quantomeno il più conosciuto (mezzo milione di visitatori della monografica appena chiusa alla Tate Britain di Londra). Nell’ordine: dipingere, fumare e money, i soldi, «ma non troppi, solo quelli che mi bastano per vivere bene». E precisa: «Non amo il denaro in maniera smodata, ma il denaro mi piace perché può aiutarmi a vivere meglio e mi permette di dipingere con tranquillità». In che modo? «Con i soldi posso comprare colori migliori, pennelli migliori, tele migliori: non vorrei mai che i miei dipinti diventassero meno brillanti». 
D’altra parte è difficile non pensare ai soldi quando il suo Building. Pershing Square, acrilico su tela del marzo 1964, è stato venduto da Sotheby’s New York il 18 maggio per 7.887.500 dollari. Così come è altrettanto difficile, se non impossibile, sfuggire alla intelligente ironia di certi suoi capolavori come Sunbather del 1966, Pool with two figures del 1972 o il doppio ritratto di Christopher Isherwood e Don Bachardy del 1968 dedicati alla comunità (camp) della California («Volevo prendere in giro tutto quel mondo») che aveva iniziato a frequentare molto assiduamente dal 1961, quando l’omosessualità (da Hockney mai nascosta senza però essere mai sbandierata) in Gran Bretagna era ancora un reato. La stessa ironia che lo spingerà a intitolare uno suoi ritratti-capolavoro dedicato alla multi-miliardaria e mecenate Betty Freeman, per molti «l’ultima dei Medici» e da Hockney definita invece, proprio nel titolo di quell’acrilico su tela del 1967 di quasi quattro metri di lunghezza e quasi due di altezza, una Beverly Hills Housewife, una casalinga di Beverly Hills. 
Durante questa intervista con «la Lettura» si rincorreranno più volte i nomi dei maestri di Hockney: Beato Angelico, il Brunelleschi, l’Alberti, Piero della Francesca, i francesi «fino agli impressionisti» («Perché poi gli stessi francesi hanno deciso che la pittura era morta»), Hopper, Jasper Johns, Dubuffet, ma anche Charlie Chaplin. Oltre a Picasso: per Hockney «il più grande di tutti, quello che riesce ogni volta a sorprendermi. Per questo tengo il catalogo delle sue opere accanto al mio letto, aprirlo è ogni volta un’emozione che si rinnova». A Picasso – quel Picasso con cui si era rappresentato in Artist and Model, un’acquaforte del 1974 – lo sperimentatore Hockney (capace di utilizzare per primo, o quasi, le possibilità artistiche dei collage su carta di giornale, delle polaroid, del computer, del fax, dell’iPad) si avvicina per un’altra passione: «Anche lui, ne sono sicuro, ne sarebbe entusiasta, passerebbe tutto il giorno con l’iPad in mano, come faccio io. È uno strumento incredibile perché ti permette di usare una tecnologia avanzatissima per disegnare all’antica». Tra i maestri non citati: il padre Kenneth (David è il quarto di cinque fratelli), aiuto-contabile con la passione dell’arte, mentre dalla madre Laura erediterà, almeno per un certo periodo, la passione per i cibi vegetariani. 
A Hockney sono dedicate due grandi mostre che, quasi in contemporanea, si apriranno la prossima settimana. Una, quella alla Galleria d’arte moderna di Ca’ Pesaro, Venezia (dal 24 giugno al 22 ottobre), propone 82 ritratti e una natura morta ed è la prima monografica di Hockney in Italia (la mostra nasce nel 2016 per la Royal Academy): tutto merito di Gabriella Belli, direttrice della Fondazione Musei Civici di Venezia, che aveva conosciuto Hockney a Londra e che lo aveva a lungo inseguito per portarlo a Ca’ Pesaro. L’altra a Parigi al Centre Pompidou (dal 21 giugno al 23 ottobre), rappresenta invece la seconda tappa (la più cospicua) di un tour iniziato alla Tate Modern di Londra e che si chiuderà a ottobre al Met di New York, con circa trecento opere (dalle sue swimming pool degli anni Settanta ai recentissimi grandi paesaggi con alberi). 
L’uomo che ha letteralmente cambiato e reso in qualche modo eterna la Pop Art (con i suoi colori, con le sue atmosfere così irreali) non sfigurerebbe tra i protagonisti dei suoi dipinti, con quella sua aria impertinente nonostante l’età. In certi momenti sembra addirittura il personaggio di un comics e, certo, questo non gli spiacerebbe: lui stesso si è più volte ritratto in maniera ben poco convenzionale: con il papillon oppure in mutande, da adolescente come da vecchio signore dall’aria British. 
Ma, in fondo, che cosa pensa dell’arte Hockney? 
«Che non vuol dire sempre e solo progresso. Perché, se così fosse, quella contemporanea dovrebbe essere bellissima, ma purtroppo non lo è. La fotografia ha finito per prendere il suo posto, tutti hanno una macchina fotografica, tutti sono capaci di fare fotografie. Però la fotografia è noiosa. Condivido in pieno quello che diceva Edvard Munch: “Non potrà mai competere con l’arte perché non sarà mai in grado di dipingere l’Inferno e nemmeno il Paradiso”». 
Una convinzione che in qualche modo «cancella» i suoi incredibili «Photocollage» degli anni Ottanta (le piscine di Los Angeles, i giardini zen a Kyoto, la madre sotto la pioggia nel cimitero accanto alla Bolton Abbey...) e che si intreccia con i ricordi personali... 
«Nel 2002 sono andato a visitare la mostra di Picasso e Matisse alla Tate di Londra, con me c’erano Lucian Freud, Frank Auerbach e il curatore John Golding. Bellissima! Quando però siamo usciti ci siamo trovati davanti tre grandi fotografie-manifesto. E mi sono detto, ma credo fosse anche l’opinione dei miei compagni: Picasso e Matisse hanno fatto sembrare il mondo migliore, più bello e più eccitante, ma la fotografia l’ha fatto subito ritornare noioso, opaco». 
Un rischio che non corre chi, come lei, usa oggi l’iPad per fare anche arte (lo screensaver del suo iPad, coloratissimo, è già un dipinto)... 
«Qui c’è davvero arte, perché con l’iPad posso anche disegnare, una delle cose che so fare meglio, una delle prime cose che ho imparato». 
Mentre l’arte contemporanea... 
«...per molti è diventata ormai solo una professione da fare senza inspirazione». 
Mentre le grandi mostre, i grandi eventi... 
«...sono esposizioni enormi in cui c’è sempre spazio anche per la mediocrità e per i cattivi artisti. E questo può ingannare i visitatori, costringendoli ad accettare come buono e bello tutto ciò che vedono. Meglio, allora, le piccole esposizioni dove il pubblico può sentirsi più vicino. Io, oltretutto, mi sento molto più avanti di certe cose che vengono proposte in alcune maxi-mostre dei giorni nostri». 
Piccolo meglio che grande, dunque. Un concetto che, per lei, vale anche in materia di religione... 
«Nella grandiosità della Basilica di San Pietro Dio è vicino, ma nella bellissima intimità del chiostro di San Carlo alle Quattro Fontane (progettato dal Borromini, uno dei luoghi di Roma più amati da Hockney, ndr) Dio è sicuramente ancora più vicino che in San Pietro». 
Che cosa la appassiona oggi dell’arte? 
«La prospettiva. O meglio: la ricerca di una nuova prospettiva. Vede questi? Sono i bozzetti di cinque dipinti che ho terminato appena un mese fa nel mio studio di Los Angeles e che porterò alla mostra del Beaubourg. Vede che ho tagliato gli angoli? L’ho fatto proprio per allargare la prospettiva, per farla diventare assoluta e universale, più moderna. E non limitata, per quanto perfetta, alla maniera di Brunelleschi o di Leon Battista Alberti. Mi è sembrata una buona idea, ma non è del tutto mia, ho solo messo in pratica le teorie di questo vecchio saggio del 1919 di Pavel Florenski (filosofo, matematico, presbitero russo, scienziato, ingegnere vissuto tra il 1882 e il 1937, ndr): per me lui è come Leonardo. Si chiama La perspective inverse, nessuno lo conosce. Non l’ha letto? Glielo regalo. Vedrà, è dinamite, molto più di certa arte contemporanea. Nel nuovo trittico ho riletto gli affreschi del Beato Angelico nel convento di San Marco a Firenze secondo la “prospettiva inversa”, ne è venuto fuori qualcosa di ancora più universale». 
Quando ha scoperto Beato Angelico? 
«Me ne sono innamorato quando avevo undici anni e ho visto, appeso su un muro della Bradford School dove andavo, una riproduzione dell’Annunciazione. Non me ne sono più liberato». 
Lei è anche l’uomo dei ritratti, i famosi «doppi» come quello di Mr. e Mrs. Clark con il loro gatto bianco Percy e quelli di amici e conoscenti, a cominciare da John Baldessari, immortalati nella stessa posa... 
«A Venezia, a Ca’ Pesaro, porterò proprio questi 82 ritratti che avrebbero dovuto essere una Commedia umana alla maniera di Balzac. Tanti, tantissimi, in qualche modo anche troppi. Ma c’è un trucco per apprezzarli: non guardarli come un unico grande gruppo, ma cercare di capire la storia che c’è dietro ogni singolo personaggio. Ho fatto ogni ritratto in tre giorni al massimo, lavorando sette ore al giorno; per qualcuno, come Larry Gagosian o Frank Gehry, ho dovuto accontentarmi solo di due giorni, perché ognuno di questi personaggi aveva comunque un lavoro, un’occupazione, altro da fare. Ma per me sono stati ritratti importanti, realizzati dopo un periodo difficile. E ancora una volta ho preso ispirazione da uno dei miei modelli, il van Gogh dell’Uomo anziano nel dispiacere: la posizione in cui vede Jean-Pierre, il mio assistente che compare nel primo ritratto della serie, è proprio quella dell’Uomo anziano nel dispiacere di van Gogh e sempre da van Gogh arriva la sedia». 
Lei è un maestro della luce. Che cosa pensa di un altro maestro della luce, all’apparenza così diverso da lei, come Caravaggio? 
«La luce di Caravaggio è bellissima, ma innaturale. La sua è una luce in qualche modo hollywoodiana». 
Quando ha deciso di diventare artista? 
«Quando avevo otto anni. Così, dopo aver lasciato la grammar school sono passato a una scuola dove l’arte si insegnava. Questa è stata la mia fortuna: aver avuto qualcuno che mi ha insegnato a disegnare. Oggi, invece, i giovani artisti non sanno più disegnare e questo è un problema». 
Tornerebbe mai ai tempi gloriosi della Royal College Art e della Brit Art, quella che l’ha resa celebre? 
«La Brit Art è stata bella ma è finita, così come sono finiti i gloriosi anni Sessanta. Sono stati tutti momenti bellissimi ed eccitanti, ma a questo punto non vorrei davvero riviverli». 
Le sue passioni di oggi? 
«Ho ottant’anni, non mi interessa più quello che fanno gli altri, ma quello che sto facendo io. E io ho ancora voglia di esplorare. E quando dipingo mi sento ancora un trentenne. Purtroppo però quando smetto di dipingere mi ricordo della mia età e del mio corpo. “Vuoi fumare o diventare immortale?”: in California si usa questa domanda ridicola per convincere qualcuno a smettere. Preferisco fumare, rispondo sempre, tanto so che immortale non potrò mai diventarlo». 
A questo punto Hockney, per spiegare l’assurdità di questa richiesta di abbandonare il fumo cita a memoria, senza nessuna esitazione, i versi dell’amatissimo Auden e del suo Give me a doctor, dove si parla di un medico simile a «una grassa pernice», «con gambe tozze e chiappe larghe», «che non faccia mai assurde domande» e «che non chieda di rinunciare a ogni vizio». E poi conclude: «Non è forse meglio il tabacco delle pillole per combattere l’ansia?». A proposito di poesia, un altro dei suoi grandi amori, aggiunge ancora: «Mi piacciono i classici, quelli contemporanei sono troppo rock. Qualche nome? Eliot, Kavafis, Whitman». 
Ma lei, Mr. Hockney, è un’icona pop? 
«Se pop vuol dire popolare, mi va molto bene. Perché mi piace pensare che sono popolare perché so mettere bene le figure nello spazio. E poi perché ho dipinto quadri memorabili, come le Piscine, anche se credo di averne dipinte al massimo una ventina e non quanto ci si potrebbe immaginare. Ma forse sono così famose perché sono davvero belle e le ho dipinte in un periodo, tra il 1965 e il 1995, in cui era di moda l’astratto e la mia arte sembrava a qualcuno vecchia, anche se non ho mai creduto al primato dell’astrazione rispetto al figurativo. Però io sono sempre stato molto più moderno dei miei contemporanei. E rimango convinto che molta dell’arte che oggi sembra grande, domani non lo sarà più». 
Com’è la sua giornata tipo? 
«Mi alzo presto, comincio subito a lavorare nel mio studio e vado avanti per tutta la giornata. Vado a letto presto, al massimo alle nove, e esco raramente anche perché, se ne sarà accorto, sono sordo (Hockney, a questo punto, mostra con una punta di orgoglio l’apparecchio acustico, ndr). Posso sentire bene una, due persone al massimo, quando sono in una stanza, ma dove c’è molta gente, al ristorante o a teatro, suoni e rumori si confondono. A letto amo leggere: pochi romanzi, molti saggi di storia, soprattutto antica, mi piace molto l’antica Roma, ora ne sto leggendo uno di Mary Beard, e molta poesia». 
A causa della sordità Hockney non ascolta più la musica che altrettanto ama. Comunque, in materia di rock si è fermato a David Bowie, nonostante agli esordi avesse realizzato un ciclo di lavori, Doll Boy (1960-1962), dedicato all’idolo della pop music del momento, Cliff Richard. Sempre la musica, stavolta quella classica, gli aveva ispirato collaborazioni felicissime come le scene e i costumi per La carriera di un libertino di Stravinskij per il festival di Glyndebourne: i bozzetti con cui, spiega William S. Lieberman, conservatore del Moma di New York, dove oggi si trovano, «ha esplorato il milieu omosessuale» trasformando il protagonista in una sorta di Uomo da marciapiede partendo però dalle stampe di William Hogarth. O ancora per la Donna senz’ombra di Richard Strauss per Le Théâtre du Châtelet e poi per Puccini (Turandot), Mozart (Il ratto del serraglio), Ravel (L’Enfant et les sortilèges), Wagner (Tristano e Isotta). 
La musica, dunque: che fine ha fatto? 
«Mi tiene ancora compagnia, anche se sono diventato sordo, perché la buona musica, tutta quella che ho sentito prima, mi è rimasta dentro la testa». 
Meglio la California o lo Yorkshire? 
«Direi la California, anche se quando ho deciso di vivere a Los Angeles, in molti mi hanno chiesto perché avevo scelto questa “terra dimenticata”. Io, allora, avevo risposto che forse non sapevamo che alcuni dei più grandi capolavori del nostro tempo sono nati qui: Luci della città, Tempi Moderni, Singin’ in the rain sono lavori eterni perché il cinema è un’arte del nostro tempo. Continuo a preferire la California, le dicevo, ma quando la Royal Academy nel 2006 mi ha chiesto una mostra con le mie vedute di campagna, ho dovuto stare più a lungo nello Yorkshire, a Bridlington, perché era lì che volevo vedere più da vicino la primavera e i fiori che sbocciano. E non c’è posto migliore dell’Europa per conoscere il bello della primavera. Mentre in California è molto meglio l’estate, anche se quella del Sud dell’Italia è forse ancora più bella. A Londra invece non riesco davvero a lavorare a lungo, troppa gente, troppe cose che dovrei fare, troppi impegni e persone che non conosco e che vogliono conoscermi. Io ho bisogno di tranquillità». 
Che cosa pensa della politica che, qualche tempo fa, aveva definito «a shabby game», gioco squallido? 
«Non mi interessa, specialmente adesso che ho ottant’anni. E poi ho capito che i politici restano sempre politici, non vogliono affatto che il mondo sia migliore. Theresa May? Non sarà mai la nuova Thatcher, ma le ripeto: non mi interessa». 
E Donald Trump? 
(Nessuna risposta, solo una sonora risata, ndr). 
A proposito di politica: sempre più spesso dobbiamo fare i conti con realtà che forse non credevamo possibili, il terrorismo... le migrazioni... 
«Credo che non possiamo avere più Grandi Muri, sarebbero assurdi in un mondo aperto e connesso. Ma dobbiamo ricordarci sempre di tutto il male di cui l’uomo può essere capace, perché è molto più facile costruire l’Inferno che il Paradiso. Il più grande mistero, quello che più mi affascina adesso, è quello del Tempo, forse perché ogni giorno che passa mi rendo conto della mia mortalità. E devo pensare a quanto mi resta ancora da vivere, cinque dieci vent’anni, chissà...». 
David Hockney è felice? 
«Direi di sì. Ho vissuto la seconda parte del XX secolo, quella migliore, senza essere cancellato dalle guerre come era successo a chi era venuto prima di me. Sì, credo davvero di aver avuto una buona vita». 
Il suo sogno? 
«Poter continuare a dipingere. Per questo non andrò a Venezia per l’inaugurazione della mostra, ma ci andrò in autunno, dopo essere passato da Firenze per rivedere Beato Angelico a San Marco e magari anche qualcosa di Piero. Ma prima devo preparare un nuovo grande lavoro, un paesaggio con grandi alberi per la Pace Gallery di New York che dovrà essere pronto per ottobre, per la tappa newyorkese della mostra del Centre Pompidou». 
Perché fuma così tanto? 
«Per me fumare resta sempre un grande piacere. Solo mentre dipingo non fumo, perché quando dipingo non riesco a pensare ad altro che alla pittura. Fumare mi aiuta invece proprio a pensare, a capire ad esempio se quello che sto dipingendo è buono oppure no. Quelli che mi dicono che dovrei smettere di fumare è come se mi obbligassero a pensare di più al mio corpo, a quello che sono adesso, in fondo ai miei ottant’anni. Perché dovrei farlo? Trovo il divieto di fumare assurdo, tanto più che gli americani, ad esempio, sempre molto rigorosi a proposito del fumo, si lamentano di una società ansiosa e ansiogena dove le persone si imbottiscono di Prozac e di pillole in generale. Mi scusi, non sarebbe più semplice e meno dannoso fumare?». 
Nel 1961, quando l’omosessualità in Gran Bretagna era considerata ancora un delitto, lei espose opere coraggiose come «Cleaning teeth, early Evening». Ora nella mostra «Queer British Art» alla Tate certi suoi lavori come «Life-Painting for a Diploma» mostrano tutta la loro modernità. Ancora una volta, ha raccontato e anticipato. Cosa pensa oggi dell’omosessualità e delle unioni civili? 
«L’omosessualità fa parte dello stato delle cose. Non c’è niente di strano. Io sono omosessuale, ma non mi sono sposato, perché per me va bene così»». 
Ma forse la verità è un’altra. Quella suggerita da JeanPierre, quello stesso Jean-Pierre che compare nel primo dei ritratti che saranno in mostra a Venezia, e che lo ha assistito (da un’altra stanza) durante l’intervista: «David è già sposato. Con l’arte».