Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  giugno 18 Domenica calendario

Gaza contesa fra Hamas e il Califfato

Cosa accade a Gaza?
Non era mai accaduto che due gruppi armati – peraltro ferocemente rivali fra loro – rivendicassero lo stesso attentato. L’Isis annuncia il suo primo attacco a Gerusalemme ma Hamas smentisce dichiarando che a uccidere la giovane agente israeliana di 23 anni alla Porta di Damasco venerdì sera, sono stati dei militanti per la causa palestinese, come risposta «ai crimini dell’occupante».
Hamas non vuole perdere la sua posizione di «front runner» contro Israele, specie adesso, perché è alle porte un’altra crisi nella Striscia di Gaza che potrebbe avere effetti devastanti. Tre guerre terribili hanno segnato i 10 anni di dominio islamista sui due milioni di gazawi, sancendo la loro rovina: economica, sociale, culturale. La Striscia vive nell’incubo della catastrofe umanitaria. Ad ogni guerra, l’unica centrale elettrica della Striscia è stata sempre semidistrutta dagli israeliani. Oggi gli abitanti di Gaza hanno energia per 3 ore al giorno a rotazione fra i vari centri abitati, ma stavolta i caccia con la Stella di David non c’entrano nulla: la centrale è spenta per mancanza di gasolio. Hamas vuole che sia Ramallah a pagare il carburante e invece l’Anp ha deciso di smettere di saldare quei conti. Oggi l’unica elettricità che arriva è quella fornita dal «nemico», da Israele (per un terzo del fabbisogno) ma ancora per poco. Il presidente Abu Mazen ha annunciato al governo israeliano che non pagherà più la bolletta per queste forniture: se la Striscia è nelle mani di Hamas, il conto lo deve pagare Hamas. Israele non ha molte opzioni: non può pagare il conto di Gaza con risorse proprie, ma se taglia le forniture si espone alla rappresaglia islamista.
Sperare che Hamas riconsideri le sue politiche – investire nelle infrastrutture civili, invece che nella sua struttura militare – è impensabile. Hamas è un’organizzazione cinica che sfrutta il disagio dei residenti di Gaza per un guadagno politico, sia a livello locale che internazionale. A volte contro Israele, a volte contro l’Anp.
Hamas potrebbe, se lo volesse, pagare abbastanza elettricità per migliorare in modo significativo la vita della popolazione civile. Ma preferisce spendere decine di milioni di shekel al mese per scavare gallerie d’attacco in Israele e nella fabbricazione di razzi. Secondo stime dell’Anp e di Israele, incassa circa 100 milioni di shekel (30 milioni di dollari) ogni mese in tasse dai residenti di Gaza. Una parte copre il salario dei suoi uomini, una gran parte viene deviata per scopi militari. Hamas dal 2014 sta spendendo circa 130 milioni di dollari l’anno per la sua ala militare. La guerra sta bussando di nuovo alle porte di Gaza.