La Stampa, 18 giugno 2017
Donald Trump più ricco da presidente. L’ombra del conflitto di interessi
Il problema con la dichiarazione volontaria delle sue ricchezze, che Trump ha fatto venerdì sera, non sta tanto nel miliardo e 400 milioni di dollari che sostiene di valere, ma nei potenziali conflitti di interesse che potrebbero scontrarsi con il ruolo di presidente degli Stati Uniti.
L’Office of Government Ethics ha pubblicato la «financial disclosure» del capo della Casa Bianca, un documento di 98 pagine che non è la dichiarazione dei redditi ufficiale, ma contiene le informazioni finanziarie che Trump intende far conoscere al pubblico. Il presidente rivela di valere 1,4 miliardi di dollari, mentre durante la campagna elettorale aveva dichiarato di possedere beni per 10 miliardi. Durante l’ultimo anno ha guadagnato 19,7 milioni di dollari dal suo hotel appena aperto a Washington, e 37,2 milioni dal resort di Mar-a-Lago, cioè 7,4 milioni in più rispetto all’anno scorso. Invece ha perso 800.000 dollari dal golf club di Bedminster, che ha incassato 19,7 milioni. Inoltre ha ricevuto altri 7 milioni per i diritti d’autore sui suoi libri, e 84.000 come pensione da attore. Il capo della Casa Bianca ha venduto i titoli che aveva di aziende come Amazon, Exxon, Microsoft, Toyota e Goldman Sachs, e ha debiti per almeno 310 milioni di dollari. In totale le sue proprietà hanno generato 600 milioni di dollari di ricavi dal gennaio del 2016 all’aprile del 2017. La documentazione è volontaria, cioè non è la dichiarazione dei redditi che rivelerebbe tutto sulle sue sostanze, compreso quanto ha pagato di tasse e con chi ha debiti.
Il primo problema sta nel fatto che Trump non ha liquidato i suoi beni e le sue compagnie, ma le ha messe in un trust gestito dai figli. Lui è il beneficiario finale, può prelevare soldi se vuole, e riceve un aggiornamento della situazione ogni tre mesi. Questa soluzione non è illegale, ma è senza precedenti, e lo espone al sospetto del conflitto di interessi perché alla fine il proprietario è il presidente e lui riceve i ricavi. Ad esempio, il Maryland e il District of Columbia gli hanno fatto causa, perché con l’hotel appena aperto a Washington violerebbe la regola che vieta ai presidenti di ricevere emolumenti da stranieri. Molti ambasciatori e Paesi ora frequentano l’hotel, forse nella speranza di ingraziarselo. Un altro problema è l’aumento delle entrate del club di Mar-a-Lago: non è logico sospettare che la gente si iscriva per avere un contatto col capo della Casa Bianca?
Le questioni aperte, in realtà, sono assai più vaste, perché Trump possiede o controlla circa 500 compagnie in due dozzine di Paesi. Ad esempio ha da tempo grandi interessi in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi, ma non è mai riuscito a penetrare nel Qatar, e alcuni analisti si chiedono se questo ha avuto un peso sulle posizioni concilianti prese con i primi, e dure con il secondo. Il leader turco Erdogan aveva minacciato di togliere il suo nome dalla Trump Tower Istanbul, ma poi ci ha ripensato ed è stato invitato alla Casa Bianca. C’è un collegamento? Alcuni sospettano che le nuove misure prese su Cuba non gli dispiacciono anche perché danneggiano i suoi concorrenti, mentre lui non ha alberghi sull’isola. Tutti questi elementi, e quelli relativi agli affari del genero Jared Kushner, sono ora all’esame del procuratore speciale Mueller, che ha il diritto di ottenere dal fisco Irs le dichiarazioni dei redditi del presidente.