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 2017  giugno 17 Sabato calendario

Tony per sempre. Bennett: «Ritirarmi? Non lo farò mai. A 90 anni ho la voce in piena forma. Lo swing è qualità, il rock popolare»

Alla faccia dei Rolling Stones. Il vero highlander della canzone è Tony Bennett. Jagger a 70 anni e passa saltella ancora sul palco come un ragazzino; l’ultimo dei crooner sarà meno dinamico, ma va ancora in giro per il mondo a esibirsi a 90 anni. Bennett, che sarà in concerto domani sera al Teatro Romano di Verona, in questi giorni è a Firenze per qualche giorno di vacanza.
Cosa sente di avere di italiano nelle sue vene?
«Amo tutto dell’Italia e mi piace l’idea di essere un po’ italiano. Mio padre, scomparso quando avevo 10 anni, era arrivato negli Usa dalla Calabria. Mia mamma era nata in America, ma anche lei aveva origini italiane. Un giorno il grande attore Bob Hope mi sentì cantare e mi chiese quale fosse il mio nome. “Anthony Benedetto”, risposi. Lui mi disse che andava americanizzato e così nacque Tony Bennett».
Anche Sinatra e Dean Martin erano italo-americani: cosa lega i crooner al nostro Paese?
«In Inghilterra la gente è appassionata di letteratura, opere teatrali e recitazione. La cosa forte dell’essere italiano è la voce. Enrico Caruso. Nessuno era meglio di lui».
Si sente l’invincibile della canzone?
«A 90 la mia voce è potente. Dopo 3-4 canzoni la gente che viene ai concerti impazzisce: non gli sembra vero di sentire uno della mia età che ha una voce come quella di un diciottenne (si lascia andare in una sana risata, ndr )».
Come è cambiato il timbro nel corso degli anni?
«Col tempo impari che cosa devi lasciare fuori. E più importante quello del cosa mettere».
Ha vinto 19 Grammy, ha venduto milioni dischi. Non ha mai pensato di smettere?
«Non mi ritirerò mai. Anzi, non ho proprio il desiderio di ritirarmi».
Anche nei momenti di flessione della carriera, ad esempio quando i crooner vennero soppiantati dal rock, lei rimase fedele a quello stile...
«Ho sempre fatto soltanto musica di qualità. Il rock and roll sarà anche un genere popolare ma non è buona musica. Io sono cresciuto nell’era dello swing con Louis Armstrong, Ella Fitzgerald e il grande Frank Sinatra. Grande musica. Qualità, qualità, qualità».
Cosa ha ucciso la qualità?
«I soldi».
Ma anche il grande canzoniere americano, gli standard degli anni 20-50 che lei canta ancora oggi, è una macchina da soldi...
«La differenza è che allora si cercavano cose che potessero durare. Poi si è iniziato a pensare solo a fare soldi. E anche oggi non importa se una canzone dura o viene dimenticata dopo 2 anni. Amo la musica che non passa mai di moda».
Negli ultimi anni ha duettato con i grandi del rock, McCartney, Bono, Sting, ma anche con star più giovani come Amy Winehouse e con Lady Gaga ha fatto un intero album. Nuove collaborazioni in programma?
«Lady Gaga mi ha appena chiamato. Vorrebbe fare ancora qualcosa assieme a me. Non vedo l’ora. Mi ha detto che sta lavorando a un film, ma a me il cinema non interessa. Con la tv i film sono diventati violenti e io non amo la violenza».
Il momento più emozionante di un concerto: l’ingresso in scena o l’uscita?
«Ci vogliono anni per capire come non rimanere troppo tempo sul palco e non annoiare la platea. Devi fare il numero giusto di canzoni e lasciare il pubblico quando ha ancora un po’ di voglia di sentirti. Credo che un’ora, al massimo un’ora e mezza, sia la durata ideale per un concerto».
Agli esordi avrebbe mai immaginato una carriera così lunga?
«Credetemi, ho avuto una vita fortunata. Ho sempre voluto essere un buon entertainer. E sono riuscito ad avere una vita di successo facendo quello che volevo. Negli Stati Uniti i miei concerti vanno ancora oggi sold out appena li annuncio».
Il segreto per arrivare così in forma alla sua età?
«Difficile rispondere. Credo però che far stare bene la gente e intrattenerla sia quello che fa stare bene me».