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 2017  giugno 17 Sabato calendario

In morte di Helmut Kohl

Danilo Taino per il Corriere della Sera
BERLINO Tutto avrebbe congiurato, quando era giovane, per fare di Helmut Kohl un buon professionista della provincia tedesca. Diventò invece uno dei giganti della politica mondiale, da adulto. Una storia della normalità dell’impegno civile, in un Paese che scopre la democrazia dopo la catastrofe della guerra, che si trasforma in straordinario pezzo di storia. Helmut Josef Michael Kohl, nato il 23 aprile 1930 a Ludwigshafen e morto ieri, è il racconto della Germania postbellica – una nazione prostrata e umiliata da se stessa – che ricomincia dalle piccole cose e arriva fino al trionfo della grande riunificazione, 1990. Dopo, inizia un’altra epoca, che prenderà il volto di Angela Merkel: l’era della Germania tornata potere mondiale.
Helmut, di genitori cattolici, era nato nell’Ovest, e questa era una fortuna. Fortuna anche non avere combattuto la guerra di Hitler: chiamato alle armi quindicenne, nella disperazione catastrofica degli ultimi giorni del Reich in disfacimento, non fu mai impiegato. Suo fratello maggiore, Walter, morì invece in combattimento. Era una Germania, quella che abbracciò nel 1946 quando si iscrisse al partito dei cristiano-democratici, la Cdu, a pezzi, non ancora del tutto cosciente di avere trascinato nel fango l’intera umanità con l’Olocausto. Studi in Legge a Francoforte e poi in Scienze politiche a Heildelberg, sembrava che il suo destino fosse quello di un placido borghese della provincia della Renania-Palatinato, impegnato nel rimettere in sesto l’industria siderurgica e chimica e allo stesso tempo a gettare le basi locali di un ambiente democratico. La sua tesi di dottorato, nel 1958: «Gli sviluppi politici nel Palatinato e la ricostruzione dei partiti politici dopo il 1945».
Ancora oggi, la carriera politica in Germania è filtrata dalle organizzazioni di partito di base e locali, dalla struttura federale del Paese, dal farsi le ossa nelle città e nelle campagne. Nel tirocinio della democrazia. Difficile balzare – Frau Merkel esclusa – dalla zero esperienza al potere. Il viaggio di Kohl fu esattamente quello tradizionale: dalla periferia al centro. Prima, la base su cui fondare la carriera: il matrimonio con Hannelore Renner, nel 1959, conosciuta quando lui aveva 18 anni e lei 15. Avranno due figli. Nel 1973, l’elezione a presidente federale della Cdu, il partito conservatore pietra angolare della Germania democratica: lo rimarrà fino al 1998, da un certo momento in poi padrone assoluto dei cristiano-democratici.
I dieci anni successivi passati a cercare di scardinare l’alleanza tra i socialdemocratici (Spd) e i liberali che governavano. Pressione che ebbe successo nel 1982, quando Kohl diventò cancelliere dopo avere convinto i liberali a rompere l’alleanza con l’Spd. Fu confermato nelle elezioni dell’anno successivo. Rimase in carica per 16 anni, il cancelliere più duraturo da Otto von Bismarck. Nel gennaio 1984 fu il primo capo di governo tedesco a parlare alla Knesset, il parlamento d’Israele. E lo stesso anno incontrò François Mitterrand a Verdun, campo di battaglia e di odio franco-tedesco. Il cancelliere di una nuova epoca, in altre parole: della pacificazione storica, obbligo di una Germania che ormai aveva iniziato a interrogare se stessa, le sue istituzioni, la sua cultura per cercare di capire, o almeno di non dimenticare, l’Olocausto. Un buon cancelliere, fino a quel momento.
La svolta della storia arrivò inaspettata anche per Helmut Kohl nell’estate del 1989, quan do il blocco filosovietico dell’Est europeo iniziò a sbriciolarsi e a novembre finì con la caduta del Muro di Berlino. È a quel punto che il ragazzo di Ludwigshafen deve dimostrare di che pasta è fatto un leader. Germania Est in agonia, blocco sovietico sbandato, mezzo Occidente spaventato all’idea di una Germania riunificata. Al centro dell’arena del mondo, prende in mano la carta costituzionale della Germania Ovest che stabilisce l’obiettivo della riunificazione, incontra il leader sovietico Michail Gorbaciov, ottiene il via libera decisivo del presidente George Bush (senior), spiana gli ostacoli burocratici e i dubbi degli intellettuali e dell’opposizione di sinistra, fa vincere le elezioni nella Germania Est a un nuovo partito legato alla Cdu, decide che la riunificazione ci sarebbe stata e che gli abitanti della parte orientale avrebbero avuto la moneta occidentale con un cambio uno a uno. Tutto d’un fiato: quando la storia corre, anche i politici del Palatinato corrono.
Il 31 agosto 1990, le due Germanie firmavano il trattato di riunificazione. Che il 3 ottobre diventava effettiva. La Germania era di nuovo una sola. Kohl chiudeva così il capitolo apertosi con la disastrosa sconfitta nella Seconda guerra mondiale e inaugurava un’epoca nuova per il suo Paese e per l’Europa. Le critiche furono aspre, da alcune parti. Anche in casa: si parlò di annessione dell’Est all’Ovest, di cancellazione di una storia, di azzardo. Kohl decise e non guardò mai indietro. In quel momento il provinciale, l’amante della cucina divenne quello che gli ex presidenti americani Bush senior e Bill Clinton definirono il più grande statista dell’Europa post-bellica.
Come tutte le carriere politiche, anche quelle dei grandi statisti finiscono. Non sempre bene. Kohl perse le elezioni del 1998 a vantaggio dei socialdemocratici di Gerhard Schröder. Fu coinvolto alla fine degli Anni Novanta in uno scandalo di fondi elettorali. La «ragazza» che lui aveva scelto tra i giovani dell’Est dopo la caduta del Muro, Angela Merkel, scrisse un articolo che determinò la caduta politica del suo mentore. Nel 2001, fu testimone del suicidio della moglie Hannelore, distrutta da anni di malattia e di solitudine. Subì le critiche pubbliche di un figlio, che si sentì abbandonato da un padre preso dal dovere ma probabilmente anche da un cospicuo Io. Nel 2008, il matrimonio con Maike Richter. Nel frattempo, alcune interviste nelle quali criticava Angela Merkel. Ormai, però, una voce del passato.
Il ragazzo di Ludwigshafen non è stato perfetto in tutto, in particolare dopo la perdita del potere. E non è forse stato un politico di visioni. È stato uno statista portentoso quando ha dovuto esserlo. Nella tradizione dei possenti leader tedeschi, ma con qualcosa di fondamentale in più: provinciale e quindi democratico, ha insidiato molto la dispensa, mai la Polonia. Helmut Kohl, figlio e padre della nuova Germania.

Alessandro Di Lellis per il Messaggero
Il gigante se n’è andato insieme con la primavera, nella provincia da dove cominciò la sua avventura che ha cambiato la Germania, l’Europa e il mondo. Con Helmut Kohl, morto ieri nella sua casa di Ludwigshafen a 87 anni, viene a mancare un democratico e un rivoluzionario di pace, l’uomo che è riuscito nel miracolo di ridare ai connazionali l’unità e il peso di una grande nazione, senza spargimenti di sangue e con il consenso, all’inizio non scontato, dei popoli vicini. Un tedesco che ha creduto fermamente, ossessivamente in una Europa unita, un obiettivo che, per lui, era congiunto in modo inseparabile con le sorti della Germania. Lo stesso non si può dire dei suoi eredi. Non con la stessa intensità.
ANGELA COMMOSSA
«Per noi tedeschi Helmut Kohl è stata una benedizione. Ha anche determinato il corso della mia vita. Mi inchino alla sua memoria», ha detto ieri Angela Merkel, a Roma per una visita privata in Vaticano. E, forse per la prima volta nella sua carriera, la cancelliera aveva la voce rotta.
Ma chi è veramente il Kanzler der Einheit, il cancelliere dell’unità? Fino al 1989, un provinciale di genio, che è riuscito ad arrivare al vertice del potere grazie a un rovesciamento di alleanze. La politica ce l’ha nel sangue. A 16 anni, nel 46, iscritto all’Unione cristiano-democratica (Cdu), in una Germania in macerie. Nel 69 è capo del governo regionale della Renania Palatinato. Dove scuote la polvere della Cdu, modernizza l’istruzione mettendo a tacere (lui, cattolico non praticante) il clero che ne vuole il monopolio e attira l’attenzione della stampa americana. Nel 73 è il capo indiscusso del partito. Nel 76 sfida il cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt. E perde. Quattro anni dopo, cede il posto a Franz-Josef Strauss, ultraconservatore bavarese, sapendo che perderà contro Schmidt. Così avviene.
IL CAPOLAVORO
Nell’82, il primo capolavoro politico: Kohl attira nella sua orbita i liberali, alleati di Schmidt, che cambiano linea. Per la prima e unica volta, nella Germania del dopoguerra, viene applicato con successo il meccanismo della sfiducia costruttiva: una nuova maggioranza sostituisce in Parlamento una coalizione senza più numeri. Kohl è cancelliere. Ma chiede e ottiene le elezioni anticipate, perché vuole l’investitura popolare. Nell’83, con i nuovi alleati liberali, trionfa.
L’anno fatidico, il 1989, alll’inizio sembra segnare il suo tramonto. A fatica riesce a fronteggiare una congiura interna. La verità è che tutti hanno sottovalutato Kohl. Cattivo parlatore, fisico debordante, bersaglio di caricature e del pregiudizio della stampa progressista, Der Spiegel in testa. Ma di fronte alla crisi della Ddr, la Germania comunista, mostra le sue doti: senso del potere ma anche dei limiti della Repubblica Federale, perfetta scelta dei tempi, sicuro istinto per ciò che vogliono le masse dell’Est, che tumultuosamente scavalcano la cortina di ferro. 
Una situazione esplosiva. Il regime comunista, senza più bussola, apre il Muro di Berlino il 9 novembre 89. Il 12 dicembre Kohl, all’Est, davanti alle rovine della Chiesa di Nostra Signora a Dresda, promettte unità anche economica a un popolo adorante. Meno di un anno dopo, il 3 ottobre 1990, la Ddr si scioglie e nasce la Germania unita.
LA BENEDIZIONE DI BUSH
Se Kohl avesse aspettato, come gli chiedevano i critici di destra e di sinistra, la riunificazione non si sarebbe più fatta. Nel 91, un putsch di generali mise nell’angolo Mikhail Gorbaciov. Fu l’inizio della fine dell’Urss. Aiutato da una grande classe dirigente (il ministro degli Esteri Hans-Dietrich Genscher; Wolfgang Schaeuble, negoziatore del trattato di unificazione; il consigliere Horst Teltschik), il cancelliere nell’89-90 riuscì a ottenere la benedizione di George Bush senior, l’appoggio di Gorbaciov, la neutralità di Francois Mitterrand; a neutralizzare la dura opposizione di Margaret Thatcher e a calmare le paure dei polacchi. Un capolavoro politico-diplomatico. Anche se è doveroso ricordare che senza la perestrojka di Gorbaciov, l’unità tedesca non si sarebbe fatta mai.
L’era Kohl è durata sedici anni. Di essa fa parte, oltre al travolgente 89, l’opera concreta della riunificazione, da taluni paragonata a un atto coloniale per la sua durezza e costata lo sradicamento sociale a una generazione di tedesco orientali. Da queste ferite è però alla fine nato un Paese nuovo, come prevedeva il cancelliere, che ebbe il coraggio di dire no alla Bundesbank, contraria al cambio 1:1 tra marco dell’Ovest e dell’Est. Per Kohl l’occasione dell’unità veniva prima della contabilità economica. Europeista nato, era stato marchiato dalla guerra. Sua moglie Hannelore, sfollata dalla Prussia orientale, aveva conosciuto le violenze dei soldati sovietici. «L’Europa è questione di pace o di guerra», ripeteva. Resta nella memoria la foto dell’84, al cimitero di Verdun, lui e Mitterrand mano nella mano.
L’ORIGINE DELL’EURO
Proprio per convincere il presidente francese, Kohl immolò il marco, fondamento della potenza economica tedesca, sciolto in una moneta comune. Questa è stata l’origine dell’euro.
C’è stato un sistema Kohl, fatto anche di cinica demolizione dei possibili rivali interni (ne sa qualcosa Schaeuble, eterno delfino); di immobilismo parlamentare, l’Aussitzen, lo stare seduti sui problemi in attesa che passino, una filosofia costata alla Germania anni di stasi; di gestione spregiudicata dei soldi del partito, culminata con lo scandalo dei fondi neri del 2000. 
IL CREPUSCOLO
Il vecchio leader, sconfitto al voto nel 98 da Schroeder, dovette lasciare la presidenza onoraria del partito, dopo che Angela Merkel lo aveva invitato a farlo con un articolo sulla Frankfurter Allgemeine. Merkel, quella che lui chiamava la ragazza, la timida portavoce venuta dall’Est. Lui non l’ha mai perdonata.
Negli anni del crepuscolo, in lotta con le conseguenze di un ictus, con l’avvolgente collaborazione della nuova moglie, Maike Richter, ha scritto Preoccupazione per l’Europa, un pamphlet gonfio di riprovazione per ciò che è accaduto del sogno europeo negli anni dello spread e della crisi greca. I suoi successori devono fare i conti con i difetti di una Unione nata incompleta. Ma certo a loro manca un po’ della lungimirante follia di Helmut Kohl.

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Alessandro Merli per Il Sole 24 Ore
L’ultima immagine pubblica, di due anni e mezzo fa, lo ritrae in controluce, di spalle, il suo corpaccione di due metri quasi accasciato sulla sedia a rotelle sulla quale era costretto da tempo, davanti alla Porta di Brandeburgo, a venticinque anni dal giorno in cui venne riaperta, riunificando l’Est e l’Ovest di Berlino.Un luogo non casuale. Helmut Kohl, morto dopo una lunga malattia nella sua casa di Ludwigshafen, la città dove era nato 87 anni fa, resterà per sempre nella storia il cancelliere della riunificazione della Germania.
Un’altra foto, del 1989, lo ritrae in mezzo alla folla e ai perplessi dirigenti della Germania orientale, mentre, davanti alla stessa porta, guarda una colomba bianca che spicca il volo, simbolo della fine della Guerra fredda. Meno di un anno dopo, le due Germanie tornavano una sola, una battaglia che Kohl condusse quasi isolato, contro la realpolitik degli altri leader europei, contro Mikhail Gorbaciov, contro molti nel suo stesso partito. «Un uomo – dirà nel 2012, alle celebrazioni del trentennale dell’inizio del suo cancellierato, l’ex presidente della Commissione europea Romano Prodi, il politico italiano che gli è stato più vicino – che ha saputo combinare il sogno e i fatti». Il Governo, dopo avere a lungo archiviato la sua figura troppo ingombrante, un po’ per i modi della sua uscita di scena, un po’ per i suoi dissensi sulla linea europea di Berlino, lo festeggiò allora, in stile tedesco, con un’emissione di francobolli.
Kohl, che è stato il cancelliere più longevo dai tempi di Otto von Bismarck, sedici anni al potere fra il 1982 e il 1998, ha in realtà costruito il suo successo politico proprio sull’essere tutto meno che un sognatore: un politico a volte testardo, ma pragmatico, un po’ grigio, l’accento provinciale, uno stile da uomo comune, arrivato al potere dopo una lunga gavetta fra i democristiani della Cdu, cui aveva aderito già nel 1946, e un ribaltone orchestrato ai danni di Helmut Schmidt insieme ai liberaldemocratici.
Guardare lontano
Ma in due momenti della sua vita ha saputo guardare lontano. Un’altra immagine è entrata nella storia: quella di Kohl e il presidente francese François Mitterrand nel 1984, a Verdun, mano nella mano per ricordare i caduti dei due Paesi e per mettere l’Europa su un cammino che avrebbe messo fine per sempre alle guerre fra Francia e Germania e pacificato il continente. Kohl ricordava che quelle guerre avevano portato alla morte di suo fratello e di suo zio. Suo padre aveva combattuto in entrambe le guerre mondiali.
Il punto più alto dell’asse franco-tedesco, l’intesa fra Kohl e Mitterrand, una coppia in apparenza caratterialmente male assortita, darà l’impulso decisivo all’integrazione europea passando attraverso il Trattato di Maastricht e l’unione economica e monetaria. L’integrazione europea e la riunificazione tedesca, strettamente legate per il loro ispiratore, furono i due sogni realizzati di Kohl, «il più grande leader europeo della seconda metà del XXesimo secolo», lo definì George Bush padre, uno dei pochi a sostenerlo nella missione di riportare dentro gli stessi confini le due Germanie.
Ma sarà proprio la riunificazione a spingere verso la fine il suo lunghissimo cancellierato. Contro le obiezioni del presidente della Bundesbank, Karl Otto Poehl, che rassegnò le dimissioni dopo la decisione, Kohl aveva imposto il cambio alla pari fra il marco dell’Ovest e quello Est, un modo per far sentire che tutti erano parte della stessa Germania, ma anche per arginare la migrazione da Est a Ovest. Una scelta che spiazzò l’industria orientale e accentuò i costi già pesantissimi della riunificazione. I «paesaggi in fiore» che aveva previsto per i Laender dell’Est non si materializzarono mai e il gap con l’Ovest sta solo ora lentamente riducendosi. I tedeschi cominciarono a metterli sul piatto, insieme alla crescente disoccupazione, e la popolarità di Kohl, incapace di farsi da parte al momento giusto, preda anche di un naturale affaticamento dell’elettorato dopo una così lunga permanenza al potere, cominciò a declinare.
La sconfitta
Nel 1998, dopo le vittorie in quattro elezioni consecutive (e dopo aver perso la prima nel 1976), fu sconfitto dal socialdemocratico Gerhard Schroeder e dalla sua coalizione rosso-verde, costretti poi a varare le riforme economiche per tirar fuori la Germania dallo stallo che nel frattempo ne aveva fatto “il malato d’Europa”.
Il colpo di grazia alla carriera del politico che aveva dominato il partito come nessun altro dai tempi di Konrad Adenauer arriverà l’anno dopo con uno scandalo di fondi neri per la Cdu, che lui stesso dovette ammettere. Nel 2000, Kohl si dovette dimettere da presidente onorario del partito, ma non rivelerà mai i nomi dei donatori dei fondi illegali: «Ho dato la mia parola d’onore». E a dargli questo colpo di grazia sarà Angela Merkel, che Kohl chiamava, sottovalutandola come altri avevano sottovalutato lui, «das Maedchen», la ragazzina, la dottoressa in fisica della Germania Est che lui stesso aveva portato al Governo, assegnandole il ministero dell’Ambiente. Con l’abilità di un politico consumato, la ragazzina spinse lontano dal centro della scena politica il suo mentore e il più probabile delfino, Wolfgang Schaeuble. I rapporti fra Merkel e Kohl, che considerava un tradimento le azioni della donna che ora insidia il suo primato di longevità alla cancelleria, non si sono mai del tutto ricomposti. «Un grande tedesco e un grande europeo, una fortuna per la Germania», ha detto il cancelliere all’annuncio della morte.
Nel 2002, Kohl lascia anche il Bundestag. Gli anni Duemila sono segnati da una serie di tragedie personali. Nel 2001, sua moglie Hannelore, da anni in preda a una grave allergia alla luce, si era suicidata (Kohl si risposerà nel 2008, dopo aver subito una caduta e una parziale paralisi, Maike Richter, 35 anni più giovane di lui, criticata nei media per averlo isolato dal resto del mondo). Uno dei figli, Walter, lo accuserà in un memoriale di esser stato un pessimo marito e padre. Dopo aver lasciato la politica, raramente l’ex cancelliere si è espresso in pubblico. Lo farà nel 2011, in piena crisi dell’euro, per puntare il dito contro le politiche di austerità e la gestione della crisi da parte di Angela Merkel. «Sta distruggendo l’Europa che ho costruito», dirà Kohl. Nel 2014, in un libro, criticherà anche Schroeder per aver consentito l’ingresso della Grecia nell’euro e la violazione delle regole europee sui conti pubblici. Ma nell’integrazione europea ha continuato a credere. Alle celebrazione del 2012 al Deutsche Historische Museum dirà: «L’Europa non potrà più sprofondare di nuovo nella guerra. Dobbiamo continuare la sua unificazione». Resta la sua eredità più importante.