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 2017  giugno 18 Domenica calendario

Giusto Gervasutti (1909-1946), il Fortissimo del regime. L’alpinista più famoso durante il fascismo muore per una svista

La corda doppia è una delle astuzie più tipiche dell’alpinista, un trucco del mestiere per calarsi giù da una parete verticale, di solito lungo la via di salita. Si annodano le due corde con cui si è saliti in cordata. Si passano in un ancoraggio, ossia un buon chiodo ad anello oppure un cordino che collega più chiodi o avvolge uno spuntone. Si gettano le corde nel vuoto e poi, a turno, gli alpinisti si calano per 30, 40 o 50 metri, fino a una nuova sosta. Di qui basta tirare un capo delle due corde, che lassù scorrono nell’anello o nel cordino, per recuperarle. Pronte per la successiva corda doppia, e così via fino ai piedi della parete. Se però nel recupero le corde non scorrono, cominciano i guai.
Ecco, è esattamente questo che accadde a metà pomeriggio del 16 settembre 1946 alla cordata Gervasutti-Gagliardone sul Mont Blanc du Tacul, uno smisurato duomo di Milano allora quasi inesplorato, irto di contrafforti e guglie di granito cementati da canali di ghiaccio nel cuore del Monte Bianco. Cinque anni dopo Walter Bonatti avrebbe reso celebre una di quelle guglie, il Grand Capucin. Poiché le corde si sono bloccate, Gervasutti si fa assicurare dal compagno per risalire a liberarle. Era proprio il nodo incastrato in una fessura, accidenti. Risolto il piccolo guaio, ne accade un altro, sconvolgente. Gagliardone chinato sul terrazzino di sosta fruga nello zaino, quando sente un tonfo e un grido. Come un lampo vede il compagno passargli a pochi metri nel vuoto, trascinandosi le corde che sferzano l’abisso.
Così morì Giusto Gervasutti detto «il Fortissimo», l’alpinista torinese più famoso del periodo tra le due guerre. Sfracellato per un banale, incomprensibile errore di corda doppia. Proprio lui che nel 1935 aveva firmato con Renato Chabod il manuale Cai di alpinismo del sesto grado. Lui che per un quindicennio si era prodigato come capocordata di amici meno bravi e poi come istruttore e leader di tutti i corsi di alpinismo subalpini, della Legione Alpina del Guf, del Cai Torino e della Sucai, sezione universitaria del Cai.
Il povero Giuseppe Gagliardone, saluzzese, rimasto senza corda scese arditamente un tratto, ma poi dovette battere i denti tutta la notte in attesa dei soccorsi. Quella volta si salvò perché non era scoccata la sua ora, che ahimé giungerà solo un anno dopo sempre sul Bianco. A lui è dedicato un bel rifugio tra i pascoli del vallone di Vallanta, sul rovescio del Monviso. Naturalmente anche Gervasutti è ricordato da un rifugio, o meglio da un bivacco, piazzato dai devoti allievi della Sucai nel 1949 su un isolotto in mezzo al ghiacciaio di Fréboudze nell’alta val Ferret. Da qui infatti si ammira la maggior gloria di Gervasutti, la parete Est delle Grandes Jorasses, temibile scudo triangolare di granito su cui il Fortissimo, proprio con Gagliardone, tracciò nell’agosto 1942, in piena guerra, la più dura e avveniristica delle sue vie. Nel 2011 la vecchia baracca che imbarcava acqua è stata sostituita da un moderno ricovero a tenuta stagna davvero spaziale. Non è un modo di dire perché il nuovo bivacco Gervasutti sembra un’astronave, uno sgargiante modulo di fusoliera atterrato in bilico sul ghiacciaio.
Ma la memoria, o meglio la leggenda del Fortissimo, è stata tramandata a Torino fino a oggi dalla scuola di alpinismo a lui intitolata. Dal 1948 la prestigiosa Gervasutti ha formato generazioni di alpinisti subalpini. Ne era istruttore il brillante e tormentato Gian Piero Motti, leader del cosiddetto «nuovo mattino» postsessantottesco, che definì l’amatissimo Gervasutti «il Michelangelo dell’alpinismo».
Anche il vostro cronista alpino – si parva licet – era ancora istruttore della «Gerva» 27 anni fa, quando ha cominciato a scrivere su queste colonne. E quando per primo si chiedeva sulla «Rivista della Montagna» quale fosse stata davvero la vita reale del Fortissimo, portato in palma di mano dal regime. Soprattutto che rapporti avesse avuto col regime che aveva fascistizzato il Cai di Quintino Sella, togliendo a Torino la sede centrale per portarla a Roma nel Coni di Achille Starace, in modo da trasformare l’alpinismo in un supersport al servizio della patria e gli alpinisti in istruttori degli alpini.
Riprende ora di petto il caso affascinante e misterioso del Fortissimo con quelle vecchie domande Enrico Camanni, il nostro maggior scrittore di alpinismo, anch’egli torinese ed ex istruttore «Gervasutti» e Sucai, pubblicando da Laterza la biografia Il desiderio di infinito. Vita di Giusto Gervasutti. È il primo libro che va oltre l’agiografia sportiva per compiere un’indagine senza precedenti a Torino e in Friuli, cercando di riempire i molti vuoti lasciati dall’autobiografia del grande alpinista Scalate nelle Alpi. Il libro uscì appena dopo la guerra, nel dicembre 1945, depurato da ogni indizio sul regime e la vita reale, pochi mesi prima della fatale corda doppia sul Tacul.
Va rammentato che Gervasutti era in realtà friulano, figlio di bottegai, vissuto fino a vent’anni nella natia Cervignano. A Torino si era trapiantato nel 1931, dopo il servizio militare a Cuneo come sottotenente nell’artiglieria da montagna. Non si trasferisce, appura ora Camanni, per iscriversi all’università o al politecnico come si credeva, ma all’Istituto tecnico Avogadro. Lo frequenta solo il primo anno, poi smette per dedicarsi solo a scalare e in breve diventa il campione del Cai Torino. Nel 1933 corre al primo Trofeo Mezzalama, dove si becca il nomignolo (ironico!) di Fortissimo, fa da capocordata al re Alberto del Belgio e ad Aldo Bonacossa, presidente degli accademici Cai e contitolare della «Gazzetta dello Sport».
Nel 1934 partecipa alla deludente spedizione sulle Ande: una bella foto di gruppo lo mostra in camicia nera con Mussolini a Palazzo Venezia. Ma con che soldi vive? Camanni ricostruisce alla perfezione la carriera e le imprese alpinistiche e scova molti nuovi dettagli sulla famiglia, il lavoro, il contesto torinese, ma sulle questioni spinose si deve arrendere al silenzio delle fonti. Ossia alla reticenza delle gerarchie Cai del dopoguerra e dei compagni ormai scomparsi.
crivelp@libero.it
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Enrico Camanni, Il desiderio di infinito. Vita di Giusto Gervasutti, Laterza, Roma-Bari, pagg. 270, € 19