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 2017  giugno 18 Domenica calendario

Ma quale genoma d’Egitto. Dallo studio del DNA di 150 mummie si sono capiti meglio i flussi migratori tra i quali c’è quello dall’Africa nera

Qualcuno ricorderà un video che passava su MTV, Remember the time. Con Eddie Murphy e Iman truccati, rispettivamente, da faraone e da Nefertiti, Magic Johnson a torso nudo e parecchi effetti speciali, Michael Jackson metteva in scena per nove minuti un improbabile Egitto afroamericano. La canzone era banale, ma il messaggio no: i discendenti della grande civiltà dei faraoni siamo noi, gli africani-americani.
Ai videoclip non si può chiedere rigore storico. Michael Jackson però si ricollegava a un filone culturale non privo dei suoi quarti di nobiltà. Qualche anno prima, nel suo libro Atena nera (uscito in Italia per le Edizioni EST) Martin Bernal aveva proposto che la civiltà greca classica derivasse direttamente da quella egiziana, e non per via di influenze culturali, ma di migrazioni: Micene, Cnosso e la stessa Atene erano nate come colonie egizie. Atena nera è stato criticato, nei metodi e nelle conclusioni; pare, per esempio, che il tentativo di Bernal di derivare il vocabolario greco da quello delle lingue semitiche non stia in piedi. Però a certi è piaciuta l’idea di un’origine africana della cultura greca classica: e da lì a un’origine nell’Africa nera il passo è breve. Tutti noi, ci spiegano gli antropologi, amiamo far risalire le nostre radici ad antenati più o meno mitici, da Romolo e Remo ad Alberto da Giussano, tanto per restare a casa nostra. Il successo dell’Atena nera negli Stati Uniti, con conseguenti videoclip, segna il momento in cui la comunità afroamericana si sente forte abbastanza da rivendicare un ruolo centrale nella formazione della cultura dell’Occidente.
Quanto queste rivendicazioni siano fondate, e quanto abbiano pagato, ce lo spiegheranno storici e politologi. Per il momento, nuovi dati biologici ci fanno capire meglio chi fossero gli antichi egizi, almeno quelli meno antichi, dal Nuovo Regno in poi (le piramidi, per intenderci, risalgono a 1000 anni prima). Li ha pubblicati la settimana scorsa su Nature Communications il gruppo diretto da Johannes Krause (https://www.nature.com/articles/ncomms15694), che ha studiato il DNA di 150 mummie conservate nei musei di Tubinga e Berlino. Per l’Egitto, ci dicono gli storici, sono passati in tanti: libici, nubiani, assiri, persiani, ebrei, greci, romani, bizantini, arabi, turchi, inglesi; per non parlare di gente che non sappiamo bene collocare, come i famosi Hyksos, la cui invasione pone fine al Regno Medio. È impossibile però capire dalle fonti storiche se queste dominazioni abbiano modificato la popolazione e lasciato dietro di sé una traccia biologica persistente.
Insomma, come tutti quanti, gli egiziani di oggi hanno tanti antenati diversi, i loro DNA si sono modificati attraverso tante migrazioni: solo questo, fino a ieri, si poteva dire. Oggi Krause e colleghi sono riusciti a decifrare nel DNA delle loro mummie le conseguenze di alcune di queste migrazioni, e così ci siamo fatti un’idea di come sono andate le cose: approssimativa, ma molto meglio di niente.
Si è visto subito che c’è una forte continuità fra il periodo del Nuovo Regno pre-Tolemaico (i campioni più antichi di Krause risalgono al 1200 a.C.), quello Tolemaico (dal 332 al al 30 a.C.) e quello, successivo, della dominazione romana. Anche quando l’Egitto diventa provincia romana, anche quando nella zona studiata (Abusir-el Meleq, poco a sud del Cairo) vivono persone con nomi latini, greci ed ebraici, la popolazione resta sostanzialmente quella. Evidentemente, l’arrivo di due legioni, forse tre, non è accompagnato da significativi movimenti migratori dall’Italia o dall’Impero.
Le caratteristiche genetiche degli antichi egizi sono ancora presenti nella popolazione attuale, e prese tutte insieme fanno un 80% del totale. L’altro 20% è rappresentato da DNA di vari tipi, tutti quanti però comuni oggi in Etiopia. Attenzione: non vuol dire che ci siano state una o più migrazioni proprio da lì. Semplicemente, la popolazione etiopica è, nell’Africa dell’est, quella meglio studiata, e quindi si presta meglio a questi confronti. Insomma, oggi più o meno un quinto degli egiziani discende da gente immigrata dal sud. Quindi, e Michael Jackson non è più con noi per dispiacersene, è vero che in Egitto si ritrova DNA proveniente dall’Africa nera, ma ci è arrivato quando ormai i faraoni non c’erano più, e non era poi tanto. Invece, fra 3200 e 2000 anni fa, la popolazione assomigliava a quelle dell’attuale Medio Oriente: il bacino sudest del Mediterraneo era abitato da gente culturalmente molto diversa, ma biologicamente imparentata. Non così, a quanto pare, l’Anatolia: un gruppo belga ha trovato un insieme di DNA diversi da quelli egizi nella colonia romana di Sagalassos, oggi A?lasun. È un altro dato importante: fa pensare che, anche quando estendevano il loro controllo politico su nuove città, non fossero molti i romani che ci andavano ad abitare. In altre parole, l’Impero romano era un mosaico di popolazioni biologicamente diverse, e fino alle invasioni barbariche le migrazioni interne erano l’eccezione, non la regola. Lo pensavano già tanti storici, adesso lo studio del DNA ce ne ha dato una prova.
Da scienziati seri, Krause e collaboratori stanno attenti a non sbilanciarsi troppo. Il loro, scrivono, è solo un primo studio. Non è detto che altri siti archeologici, più a sud, non possano dare risultati diversi. Lo stesso vale per fasi storiche precedenti che, immagino, in qualche laboratorio di genetica qualcuno starà già cercando di studiare. Non sarà semplice, perché il DNA si deteriora col tempo. Anche se il clima secco del deserto favorisce la sua conservazione, più si va indietro nei secoli, più è difficile trovarne in buone condizioni. Resta il fatto che dieci anni fa uno studio come questo, su questa scala, sarebbe sembrato fantascienza; ci si accontentava di minuscoli pezzetti di DNA di pochissime persone, e si cercava di capirci qualcosa. Tutto è cambiato molto in fretta, e c’è da aspettarsi che presto ne sapremo ancora di più.