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 2017  giugno 17 Sabato calendario

Il paradosso Sicilia: l’ente cambia nome e i costi legali volano

Sparite con un colpo di bacchetta magica. E riapparse un istante dopo con un nome diverso. Sembra un numero di Houdini l’abolizione delle Province in Sicilia che il presidente della Regione Rosario Crocetta annunciò in diretta tv come un colpo di teatro, nella fretta di tagliare per primo il traguardo in Italia. Già, via gli enti inutili e spreconi, tagliati sull’altare del risparmio. Viva la Sicilia virtuosa ed efficiente.
Peccato che l’abolizione sia avvenuta soltanto sulla carta. Perché a distanza di quattro anni da una riforma costata 45 sedute del Parlamento autonomo dell’Isola, e dieci milioni di euro di stipendi degli onorevoli, le tanto vituperate Province oggi si chiamano Città metropolitane (per quel che riguarda le macro-aree di Palermo, Catania e Messina, «rette» dai sindaci delle città capoluogo) o Liberi consorzi negli altri sei casi: Trapani, Agrigento, Caltanissetta, Enna Ragusa, Siracusa, governati da commissari straordinari in proroga continua.
Sostituzione a perdere
Gli effetti di questo prodigio sul cittadino sono a tratti grotteschi. «Prenda gli incidenti su strade dissestate, per esempio, o i contenziosi per espropri – racconta l’assessore ai Lavori pubblici del Comune di Ragusa, Salvatore Corallo, del Movimento 5 Stelle – con l’abolizione delle Province tutti i cittadini che avevano avviato cause si sono sentiti dire dal giudice che l’ente era estinto, e che se volevano dovevano rivalersi sul nuovo soggetto giuridico». E via con nuove notifiche, nuove richieste, nuovi faldoni. Eppure, spiegano gli avvocati, il nuovo soggetto ha la stessa Pec e lo stesso codice fiscale del vecchio. È la stessa cosa, insomma, ma ha cambiato nome.
Perché i nuovi soggetti hanno territorio identico, competenze identiche e costi non troppo diversi: con la riforma sono scomparsi gli stipendi e i gettoni di presenza di presidente, assessori e consiglieri. Ma è vero pure che i dipendenti sono rimasti tutti lì: 5.500 tra dirigenti, funzionari e impiegati che, piccolo dettaglio, non hanno più i soldi per far funzionare alcunché. Perché lo Stato ha tagliato drasticamente i trasferimenti, e i soldi di mamma Regione (70 milioni di euro l’anno) servono a malapena a pagare gli stipendi. Con il risultato che le strade e le scuole siciliane sono in ginocchio. E i commissari straordinari dei sei Liberi consorzi hanno accumulato debiti per 180 milioni di euro.
Restando a Ragusa, i quattordici addetti alla viabilità del Libero consorzio hanno le mani legate: non hanno i soldi per comprare il bitume né per pagare il gasolio dei mezzi. Mentre il Comune, che di quei dipendenti invoca la mobilità, è costretto a rivolgersi a ditte esterne per garantire i servizi essenziali. E questo vale per tutte le strade provinciali, che rappresentano il sessanta per cento della rete siciliana.
Ritornare all’antico
Così che adesso un fronte trasversale del Parlamento dell’Isola, dal Pd a Forza Italia, invoca un ritorno al passato: elezioni dirette di presidenti e consiglieri, un clamoroso passo del gambero. Mentre in realtà, a dicembre, si dovrebbe andare a elezioni di secondo grado, come prescrive la legge Delrio già applicata nel resto d’Italia e sostanzialmente recepita dalla Sicilia: presidenti e consiglieri cioè scelti nel bacino dei sindaci e dei consiglieri comunali in carica. «La politica vuole mandare al macero la mia riforma, mi vogliono far pagare l’abolizione delle Province», tuona Crocetta.
Contraccolpo sui cittadini
Nel frattempo, mentre si cerca di costruire il futuro, il presente sta nelle scuole siciliane che quest’anno hanno faticato ad accendere i riscaldamenti, negli automobilisti rimasti bloccati nella neve sull’Etna perché non c’era nessuno a spalare, nei cinquemila studenti disabili che non hanno avuto il trasporto a scuola e hanno lottato per avere l’assistenza un tempo garantita dalla Provincia. E ora sono in tanti a dire che si stava meglio quando si stava peggio.