Gazzetta dello Sport, 17 giugno 2017
La morte di Kohl
È morto Helmut Kohl, uomo di corporatura immensa, che non temeva, ai tempi, di farsi fotografare in sandali e calzini bianchi corti.
• Caro lei, se non mi dice chi è...
Un politico tedesco. Anzi: un grande politico tedesco. Anzi: uno statista tedesco di livello mondiale. In tre righe: l’uomo che ha unificato le due Germanie; l’uomo che ha unificato l’Europa; l’uomo che ha scoperto e lanciato nel mondo della politica Angela Merkel. Finì malamente la sua carriera politica perché, dopo che il socialdemocratico Schröder lo ebbe battuto alle elezioni politiche del 1998, venne fuori che nel corso degli anni aveva incassato molte decine di milioni di marchi dai suoi amici e li aveva tutti versati al partito, la Cdu, cioè la Democrazia cristiana. La scoperta di questi fondi neri permise alla Merkel, che era una sua creatura (lui la chiamava «das Mädchen», «la ragazza»), di scrivere un articolo sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung in cui invitava i democristiani a liberarsi di questo loro padre ingombrante. «Può essere l’occasione per un grande rilancio», scriveva Angela, «ragazza» forse, ma di sicuro senza cuore. In questo modo Kohl spariva mestamente di scena, dopo essersi adoperato per mettere insieme gli otto miliardi di lire necessari per risarcire il partito della multa e aver ipotecato per questo anche la propria casa. Questa di Kohl sarebbe la Tangentopoli tedesca, che non ebbe particolari conseguenze di sistema. Sarebbe utile pensarci, ripercorrendo la storia del grand’uomo. I tedeschi, scoperto che la loro Democrazia cristiana era corrotta, non cambiarono la legge elettorale, non disintegrarono i loro partiti, non sognarono di mandare al potere i magistrati.
• La «storia del grand’uomo»... Ha detto che fu lui a riunificare le due Germanie?
Sì. Dopo la guerra, la Germania - colpevole sia del primo che del secondo conflitto mondiale - venne divisa in due, la Germania Est (Rdt) sotto un regime comunista filosovietico, la Germania Ovest (RfG) retta da un regime democratico alla maniera occidentale: parlamento, elezioni, libertà di stampa e, specie all’inizio, un bel po’ di soldi dagli americani. Gli americani puntavano alla riunificazione, i russi si opponevano e nel 1960 costruirono il muro che divise in due Berlino. Ma ventinove anni dopo, essendo cambiato il clima politico occidentale, il muro fu abbattuto e la questione della riunificazione tedesca si pose subito. Contrarissimi la Thatcher e Andreotti («amo talmente la Germania che ne voglio due»), molto diffidenti anche i francesi di Mitterrand, perplesso ma non contrario Bush senior, incapace di decidere Gorbaciov. Kohl fece il giro a volo delle cancellerie e persuase soprattutto Mitterrand, offrendogli, in cambio della riunificazione, il marco tedesco. «Non ci sarà più il marco tedesco, ma l’euro». Ne parla con quelli della Germania Est, formalmente ancora viva, e il 18 maggio 1990 firma con loro il trattato per la riunificazione. Il Muro era caduto da appena dieci mesi. Il mondo, in un certo senso, fu messo di fronte al fatto compiuto.
• Come andò con le monete dei due Paesi? Che moneta adoperavano i tedeschi dell’Est?
Si chiamava «marco» pure quello, ma era una valuta di carta straccia che al mercato nero si comprava per dieci pfennig, cioè dieci centesimi. Kohl però, assistito da un’altra sua creatura, cioè Wolfgang Schäuble, impose da subito il cambio dei due marchi uno a uno. Una follia economica, però con una forte ragione politica: i tedeschi dell’Est non avrebbero mai accettato di essere umiliati con un marco di serie B. Gli stipendi dei tedeschi orientali vennero perciò portati al livello di quelli degli occidentali e, dopo le prime grida di esultanza, si scoprì però che questa mossa era costata tre milioni e mezzo di posti di lavoro.
• L’unificazione europea?
Kohl la fece ingoiare ai tedeschi mostrando loro che la banca centrale vera del continente unito sarebbe rimasta la Bundesbank di Francoforte. Il Trattato di Maastricht si spiega con l’unificazione di RfG e Rdt. Gli europei (ma non la Thatcher) intesero che la Ue avrebbe svolto una sorta di controllo sulle manie di dominio della Germania. I tedeschi non volevano gli italiani neanche allora ed entrammo non solo per le manovre di Ciampi, ma soprattutto per la volontà francese. Kohl non amava Prodi, ma Ciampi gli pareva un grand’uomo. Gli disse qualcosa come «Ci divertiremo!». Il cambio concordato allora (1936,27 lire per un euro) è ancora criticatissimo.
• Qualcosa sulla vita privata.
Era considerato il più meridionale dei politici del suo Paese. Nato a Ludwigshafen, nella Renania-Palatinato, il 3 aprile 1930. Troppo tardi per essere coinvolto davvero nel nazismo, troppo presto per potersene dichiarare del tutto fuori. Nei suoi ricordi ha scritto: «L’infanzia in una famiglia felice, il Terzo Reich, e l’esperienza di un bambino che dopo i bombardamenti scavava tra le macerie e trovava solo cadaveri». È stato per più di quarant’anni sposato con Hannelore Renner, che si tolse la vita nel 2001 anche per un male agli occhi che la costringeva a vivere al buio. Ma le biografie dicono che Kohl non fu un buon marito e neanche un buon padre. I due figli, a un certo punto, smisero di rivolgergli la parola. La politica sembrava aver prosciugato ogni sua capacità di amare. Rimasto vedovo, si risposò con una bella quarantatreenne, Maike Richter, essendo in età di 78 anni. Poi un ictus gli tolse l’uso della parola e lo ridusse, pallido e smagrito, su una sedia a rotelle.