Dieci anni di Repubblica, 24 aprile 1977
Io e la tv sposi per forza
Dopo la trasmissione televisiva di Mistero buffo, che è andata in onda venerdì sera sulla Rete Due, abbiamo invitato Dario Fo nella nostra redazione di Milano, collegata telefonicamente e con ampliphono con la nostra redazione di Roma. L’incontro di Fo con i redattori di Repubblica è avvenuto ieri dalle 13 alle 14.30. È stata una specie di intervista corale, della quale diamo qui di seguito il testo registrato. Vi hanno partecipato, oltre a Eugenio Scalfari, Franco Belli e Ugo Volli a Milano, Tommaso Chiaretti, Orazio Gavioli, Enzo Golino, Gianni Rocca e Sandro Viola a Roma.
Vorremmo sapere da te che effetto ti ha fatto tornare in televisione dopo 14 anni di assenza.
«Ho trovato da parte dei tecnici e della troupe una solidarietà straordinaria. Sono rimasti tutti molto coinvolti nel nostro lavoro. Francamente non me l’aspettavo. Ci sono stati sforzi individuali di cameramen, di fonici, ore di straordinario a volte non retribuite. Hanno fatto miracoli per aiutarci ad andare in onda. Un esempio: la sigla finale dello spettacolo è stata montata in una sola giornata di lavoro mentre ne erano previste tre».
Secondo te la troupe della Tv ha capito il significato politico dello spettacolo?
«Certo che l’ha capito. E per quanto posso giudicare, si sono anche divertiti molto mentre lavoravano».
Tu hai seguito fedelmente il copione dello spettacolo oppure ci sono anche state delle parti improvvisate?
«Parecchie parti improvvisate. Ma Mistero buffo, e d’altra parte tutti i nostri spettacoli, sono sempre affidati all’improvvisazione, anche perché il pubblico viene coinvolto e non assiste passivamente, perciò impone i suoi ritmi, provoca battute non previste. Questo tipo di teatro si crea volta per volta ed è sempre diverso, mai ripetitivo».
Vuoi raccontare come avvenne, 14 anni fa, la tua cacciata dalla televisione?
«Fu Bernabei (1), lo sanno tutti. Si stava trasmettendo la seconda puntata di «Canzonissima» e c’era uno sketch che suscitò una valanga di proteste: si vedeva un operaio che baciava continuamente l’immagine del padrone, come fosse un santo. Questo operaio aveva una zia, una zia grassa che pesava un quintale, era andata a trovarlo in fabbrica. Si trattava di una fabbrica di carne in scatola. La zia inciampa, cade dentro una macchina, ed esce triturata perché non si può fermare la produzione. All’operaio vengono consegnate 150 scatolette di carne che lui si tiene in casa dentro l’armadio e ogni tanto le fa vedere agli amici: «Questa è mia zia».
Era un po’ forte. Che reazioni ci furono?
«Dalle zie nessuna reazione. Si risentirono molto i produttori di carne in scatola e gli industriali in genere».
E Bernabei?
«Mi telefonò. Mi disse di sospendere questa chiave che lui trovava volgare e triviale. Gli dissi: «Ma secondo lei gli incidenti in fabbrica ci sono o non ci sono?». Mi rispose che non era questo il punto, ma che non era il caso di parlare in quel modo degli incidenti».
E tu che rispondesti?
«Dissi che l’unico modo per cercare di evitarli, visto il generale disinteresse e la non applicazione delle leggi per prevenire gli infortuni sul lavoro, era di usare l’arma dell’ironia e del grottesco. Lui abbassò il telefono. Fu questo il mio unico contatto con Bernabei. Da quel momento cominciò una specie di taglio-massacro su tutte le puntate successive e poi la rottura».
Questi dirigenti della televisione che ti hanno espulso per 14 anni e hanno impedito a milioni di ascoltatori di vedere il tuo teatro sono ancora quasi tutti ai loro posti. L’errore professionale che hanno compiuto è evidente ed è madornale, però oggi non se ne parla, oggi sei ritornato e sei accettato, sia pure dopo 14 anni di silenzio. Tu hai delle vendette da fare?
«Ma figuratevi! Quali vendette? Il fatto è che io non sono per niente accettato. Sono stato chiamato da alcuni, ma il grosso dell’estabilishment televisivo, se potesse, mi butterebbe fuori dalla porta subito. Infatti non sono per niente convinto che questa mia ricomparsa in Tv vada liscia. Le proteste sono già cominciate a valanga. Vaticano, associazioni cattoliche e via dicendo. Insieme alle proteste ho già ricevuto una valanga di consensi. Molti vengono da cattolici, da sacerdoti. Ho avuto stamattina un’infinità di telefonate...».
Il deputato comunista Antonello Trombadori ti aveva chiesto ieri di inserire nella tua trasmissione una condanna della violenza con riferimento ai recenti delittuosi fatti di Roma (2). Tu non hai raccolto quella richiesta. Vuoi esprimere ora un giudizio su quelle forme di violenza?
«Ah, non ho niente in contrario di presentarmi alla televisione e di parlare del tema della violenza e del terrorismo. Se mi consentono di farlo lo farò. Ma allora si deve parlare di ogni genere di violenza, di quella di chi spara e ammazza i poliziotti, dei veleni di Seveso, delle provocazioni che insanguinano da nove anni il Paese».
Fo, vogliamo sapere se sei contrario a quelli che fanno il tiro a bersaglio sui poliziotti.
«Certo che sono contrario, ferocemente contrario, per due ragioni: primo perché si ammazzano delle persone, peccato gravissimo. Secondo, perché si cade nella trappola del Potere. No, non si risolve il problema drammatico delle Università usando le pistole».
L’ufficio stampa del Vaticano ha detto stamattina che da quando esiste la televisione non era mai stato dato nel mondo uno spettacolo così dissacrante.
«È il più bel complimento che poteva farmi il Vaticano; a parte il fatto che non considero affatto sacro il Vaticano».
Ammettiamo che ci sia in Italia un attore che abbia i tuoi stessi mezzi espressivi e che organizzi uno spettacolo di destra, cioè usi la tua ironia e il tuo gusto del grottesco per dissacrare non già il Vaticano, i padroni, il Potere, ma le barbe storiche della sinistra, Marx, Stalin, Mao. La materia non mancherebbe di certo. Quale sarebbe la tua reazione di fronte ad uno spettacolo di questa natura?
«C’è un bellissimo proverbio lombardo che dice: «Se la mia nonna l’aveva i rod, l’era un tramvai», e cioè: «Se mia nonna avesse avuto le ruote sarebbe stata un tram». La satira da destra certo che si può fare, e certo che la materia per farla c’è, ma non potrà mai essere una satira popolare. Sarà una satira basata sul pettegolezzo individuale. In Italia non mi pare che esistano attori di questo genere, ma ne esistono di bravissimi in Francia, in Germania e in Inghilterra. Li ho visti, li ho anche studiati. Ma è un tipo di ironia del tutto diversa. Di norma se la prende coi deboli, con le donne, e, gira e rigira, è sempre dalla parte del Potere».
Forse non ci siamo capiti: ci sono Paesi dove il Potere è la sinistra, dove le istituzioni sono di sinistra. Per esempio tutti i Paesi del comunismo europeo, l’Unione Sovietica, la Cina. La domanda è questa: «È possibile, secondo te, usare la satira coi mezzi che tu hai a disposizione contro situazioni del genere?».
«Naturalmente è possibile».
E doveroso?
«È doveroso. Bisognerebbe poi domandarsi se quel potere di cui stiamo parlando sia veramente di sinistra, o non si sia incartapecorito e non abbia assunto le tradizionali caratteristiche di ogni Potere. Comunque questi sono discorsi oziosi: un comico, un «giullare» agisce sulla realtà in mezzo alla quale vive; inutile porgli problemi teorici e ipotesi astratte che non sono di sua competenza. Ma se volete fare a me queste domande, allora debbo ricordare che io molte volte ho ironizzato su posizioni della sinistra italiana e mi sono anche preso attacchi feroci da parte dell’Unità, di Rinascita, del Pci. Una cosa però è chiara: di fronte a questi compagni io mi colloco su una posizione di classe e quindi l’ironia che faccio non è mai fine a se stessa, ma tende a modificare una situazione politica».
Che farai in televisione dopo Mistero buffo?
«Comincio una serie di commedie. La prima si intitola Settimo ruba un po’ meno. È la storia di tutte le truffe governative portate avanti in questi ultimi quindici anni. Non saranno rose. Francamente mi aspetto reazioni molto dure».
Ieri hai fatto una satira molto dura e anche molto gustosa di Malfatti (3) e di Andreotti. Ti aspetti qualche reazione personale da questi due uomini politici?
«Da Malfatti no, non mi pare una persona molto spiritosa, l’ho sentito parlare, ho visto il suo modo di gestire... No, da Malfatti non mi aspetto proprio nulla. Forse da Andreotti. Andreotti è un sottile e arguto arcivescovo, un personaggio cinquecentesco, immagino che sia un ottimo narratore di storie umoristiche».
Ci vuoi dare una tua definizione del Gesù di Zeffirelli? (4)
«Secondo me la cosa più grave di Zeffirelli è il fatto che ha soffocato la festa, la gioia e la fantasia che esistono in tutta la tradizione popolare cristiana ed anche nel Vangelo. Nel Vangelo ci sono momenti di grande festa, di comunione reale. Per esempio il miracolo delle nozze di Canaan; la trasformazione dell’acqua in vino. È una delle grandi pagine del Vangelo ed è curioso che Zeffirelli l’abbia censurata: nel suo Gesù, il miracolo delle nozze di Canaan non c’è ed è grave perché in questo modo non si capisce, voglio dire che gli spettatori non capiscono che il Cristo è anche il dio della gioia e della primavera, la continuazione sociale e religiosa di Dioniso. Mi dispiace dire queste cose, perché Zeffirelli ha sempre parlato in termini molto favorevoli del mio teatro, ma la verità è che la sua è stata una operazione di potere».
In che senso di potere?
«Nel senso che na tolto dal suo film quello che era il contenuto popolare del Vangelo». (5)
Note: (1) Ettore Bernabei, democristiano, fanfaniano, direttore generale della Rai dal 1961 al 1973. (2) Il 21 aprile, durante lo sgombero dell’Università di Roma occupata dagli studenti (sgombero chiesto dal rettore Rubarti), gravissimi incidenti erano stati provocati da una cinquantina di autonomi. Settimio Passamonti, allievo sottufficiale di polizia, 23 anni, era stato ucciso da due colpi di pistola. L’agente Antonio Merenda, anche lui di 23 anni, si trovava ricoverato in fin di vita al Policlinico con un proiettile nel cervello. (3) Franco Maria Malfatti, ministro della Pubblica Istruzione. (4) Franco Zeffirelli aveva girato per la televisione Il Gesù, uno sceneggiato in cinque puntate sulla vita di Cristo con Robert Powell (Gesù), Rod Steiger (Pilato), Anne Bancroft (Maddalena) e Olivia Hussey (Maria). Nell’ultima puntata, che sarebbe andata in onda la sera successiva a questa intervista, apparve anche Laurence Olivier nella parte di Nicodemo. (5) Due giorni dopo questa intervista, la Repubblica organizzò un confronto tra Zeffirelli e lo stesso Dario Fo. In quell’occasione Zeffirelli respinse le accuse di Fo con queste parole: «lo ho voluto fare soprattutto un discorso di pacificazione, d’amore. Il mio Gesù è fatto in modo da entrare nella vita della gente senza scosse, ho scelto proprio per questo un attore che si avvicinasse quanto più possibile all’iconografia tradizionale del Cristo». Quanto a Mistero buffo, dopo aver definito Fo «uno dei più grandi fenomeni teatrali italiani», Zeffirelli sostenne che la sua scurrilità non poteva «essere proposta al pubblico di massa detta televisione impreparato a riceverlo».
Intanto Cicciolina alla radio... di Guglielmo Pepe
«Vuoi venire a letto con me?». L’unica trasmissione erotica in Italia, almeno così la definiscono gli autori, inizia con queste parole. Chi la manda in onda è Radio Luna, una emittente privata romana che cerca di usare qualsiasi mezzo per conquistare ascoltatori. Questa volta il «mezzo» è una donna bionda, con gli occhi azzurri, ungherese, 22 anni. È Ilona Staller, una divetta che ha interpretato una quindicina di film, dall’impegnato (Cuore di cane di Lattuada) al sexi e porno (Il mondo dei sensi di Emy Wang, La liceale con Gloria Guida).
L’ascolto, a quanto pare, è stato molto alto nel passato: e la trasmissione riprende domani sera dopo che era stata interrotta l’estate scorsa, per le proteste di alcuni quotidiani.
La dispensatrice d’amore Ilona si presenta «bene»: dopo aver mandato tanti bacini agli ascoltatori, inizia a leggere una serie di frasi per stimolare gli appetiti sessuali della gente. «E sì, ciccini, sono tornata per stare ancora con voi tantissime altre notti»; «sono qui in una cesta piena di sorpresine, di musica e di tanto, tanto amore». L’intrattenimento continua con Ilona che racconta della sua amicizia con una filippina, Moorine, descrivendo il massaggio reciproco che si sono fatte su una «meravigliosa» spiaggia: «Pressai i fianchi dei suoi seni in un lungo movimento circolare, ahh ahh ahh, mentre il mio indice era... e sì... mi lasciai allora andare respirando sui suoi seni, ahh ahh ahh. Ci risvegliammo bagnate, anche dalle onde del mare».
Riccardo Schicchi, fotografo di Playmen e autore dei testi che Ilona legge non nega che il loro scopo è essenzialmente quello di dare messaggi sessuali. Schicchi lo afferma senza peli sulla lingua: «Noi vogliamo che la gente che ascolta, in quel momento, faccia l’amore, e diciamo anche: viva la masturbazione».
Certo, questo è un modo ben strano per dare affetto alle persone; con la donna ridotta a essere puro strumento. «Ma Ilona», dice Schicchi, «è una donna che aggredisce, una donna soggetto». E Ilona che ne pensa? La bionda ungherese risponde: «Forse... un pochino, divento anche un oggetto». Comunque, per chi volesse ascoltarla, l’appuntamento è per domani sera a mezzanotte.