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 2017  giugno 17 Sabato calendario

Ecco chi è Al Baghdadi: un terrorista che si è formato nelle prigioni americane in Iraq

Iprecedenti ci insegnano che gli annunci di morte dei leader jihadisti sono sempre da prendere con le molle. Nel caso di Abu Bakr al-Baghdadi serve maggiore cautela ancora, dal momento che la sua messa “fuori gioco” è stata data più volte negli ultimi due anni, talvolta con dovizia di particolari sulle cure mediche che egli riceveva nel suo covo segreto. Ibrahim Awad al-Badri (questo il suo vero nome) è nato 45 anni fa a Samarra, sulla strada che porta da Baghdad a Tikrit.
Avrebbe conseguito una laurea in Scienze islamiche all’Università di Baghdad prima di servire come imam in alcune moschee della capitale irachena e di Falluja. Nel giugno 2004 viene rinchiuso nella prigione americana di Camp Bucca, nel sud dell’Iraq. Si tratta di un periodo oscuro dalle vita di Baghdadi. Si ignora persino la durata esatta della sua detenzione (appena un anno secondo alcune fonti, quattro anni secondo altre). Di sicuro, il campo ha fatto da incubatrice del futuro Daesh.
Le testimonianze degli ex detenuti lo ricordano come un «aspirante capo» apparentemente «tranquillo», chiamato addirittura dagli ufficiali americani a «dirimere i conflitti tra i reclus», proprio per i suoi modi «concilianti» Per gli americani Camp Bucca doveva essere l’anti Abu Ghraib, tristemente noto per lo scandalo degli abusi sui prigionieri, per cui non mancavano le opportunità di discussioni ideologiche tra compagni di cella. Uscito dal carcere, al-Baghdadi sapeva già dove reclutare il suo staff.
Si ritiene, infatti, che molti dei quadri del Daesh siano degli ex ufficiali baathisti di Saddam Hussein che si sarebbero uniti alla causa jihadista nella prigione di Bucca. Egli crea inizialmente un proprio gruppuscolo armato denominato «Esercito sunnita» che opera nelle zone di Samarra e Diyala. Il gruppo entra successivamente a fare parte dello «Stato islamico dell’Iraq», allora considerata la filiale di al-Qaeda in Iraq. L’occasione per Abu Bakr di scalare il vertice dell’organizzazione si presenta, nell’aprile 2010, in seguito alla contemporanea scomparsa dei suoi due superiori, Abu Omar al-Baghdadi e Abu Ayyub al-Masri.
La «stella nascente di al-Qaeda», come lo definirà la rivista Time nel dicembre 2013, era già famoso per l’efferatezza dei suoi gesti. Nel maggio del 2011, alla morte di Osama Benladen, ha giurato di vendicare la scomparsa del terrorista mondiale con cento attentati contro americani, governativi e sciiti iracheni. Con l’inasprirsi della guerra siriana e il ritiro delle truppe governative di Damasco dall’est siriano, gli uomini di Baghdadi risalgono facilmente l’Eufrate e prendono Raqqa senza colpo ferire, proprio come è successo poi con Mosul, la seconda città dell’Iraq, caduta nel giugno 2014. Paradossalmente, è stata la sua decisione di estendere la propria azione alla Siria, con la creazione dello «tato islamico in Iraq e nel Levante » (Daesh), a spaccare il jihadismo mondiale in due fronti opposti. Per fermare gli scontri tra il Daesh e al-Nusra in Siria, interviene lo stesso Ayman al-Zawahiri, il nuovo leader di al-Qaeda, il quale sollecita Abu Bakr a lavorare «solo in Iraq».
Invano. Abu Bakr al-Baghdadi sarà in questi tre anni il capo indiscusso del jihad, non solo in Siria o in Iraq, ma in mezzo mondo. Eppure, la sua scelta di rimanere dietro le quinte rimane un mistero, che le debite misure di sicurezza non riescono da sole a spiegare. Con tutte le ripercussioni negative che ne possono derivare, dal momento che la figura di un califfo mal si concilia con quella di un leader fantasma. La sua morte, esattamente come la prossima liberazione di Mosul e di Raqqa, aprirà solo un nuovo capitolo nella storia del jihad.