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 2017  giugno 16 Venerdì calendario

Arrampicata, in verticale sui Giochi. Quel chiodo fisso ora è diventato realtà

Abituati a viaggiare in verticale i ragazzi dell’arrampicata sportiva non sono preoccupati per il cambio di orizzonte. Si ritrovano alle Olimpiadi e ci avevano lavorato sopra così tanto che ieri la federazione ha presentato un programma quadriennale, da qui a Tokyo: date, programmi e un centro federale ad Arco di Trento da strutturare come base della nazionale. L’anticipo serve perché lo sport diventa a Cinque cerchi e gli atleti si ritrovano a testa in giù, rivoltati, con una disciplina inventata per l’occasione che li obbliga a rivedere allenamenti e abitudini. Una sfida da vertigine.
Stefano Ghisolfi è la punta azzurra di un movimento in crescita. Ha iniziato da bambino con la mountain bike, monitorato da suo padre istruttore e a 11 anni, in una palestra di Torino, ha scoperto la parete: «Un gioco fantastico». Papà non era troppo convinto della scelta, «immagino come tutti i genitori che oggi si sentono dire “voglio arrampicare”. Questo sport non ha bisogno di pubblicità, i ragazzini lo adorano, ha bisogno di una buona campagna parenti: non è pericoloso». L’arrampicata sportiva, almeno quella agonistica, si fa sulle pareti artificiali «in sicurezza, non si parla di un mondo estremo». E qui arriva la prima svolta, da una parte lo sport, dall’altro l’arrampicata libera, il contatto con la natura, la libertà, la montagna, il silenzio: «Sono due mondi diversi e non poi così simili, io ora arrampico anche sulla roccia, all’inizio non mi faceva impazzire e adesso ci ho preso gusto però sempre secondo i canoni a cui sono abituato. Non mi è mai venuta voglia di sconfinare nell’altra arrampicata».
«Passione esclusiva»
La prima gara di Stefano, su una diga artificiale in Val d’Aosta, ha definito il futuro e il suo universo. Si è trasferito ad Arco per prepararsi al meglio, la sorella è in nazionale, la fidanzata arrampica pure lei, anche se non da professionista: «È una passione che ti prende la testa ed è piuttosto esclusiva». Basta seguirlo sui profili social, fatti di panorami immortalati in equilibrio su una presa, di cerotti arrotolati sopra dita tagliate, di corde che girano, mani che si aggrappano, «un chiodo fisso. Gli allenamenti mi lascerebbero tempo di fare altro, i ritiri durano una settimana, ma a me piace stare con la testa lì». Anche perché ora si riparte da capo.
A Tokyo l’arrampicata cambia formato, diventa una gara «combinata» e unisce le tre specialità che nelle altre competizioni fanno storia a sé, con specialisti dedicati e caratteristiche ben differenti: «Io sono fortunato, a livello giovanile ho provato tutto e non devo proprio iniziare da zero come altri». Lui è campione di Lead, una prova di resistenza in cui vince chi arriva più in alto. Ma ai Giochi i test per il podio sono tre e danno un unico punteggio, «il Boulder è forza pura e tattica, è come risolvere un rebus, devi usare le prese giuste per trovare la strada, lo Speed è velocità, richiede un fisico da centometrista. Mi affascina l’idea di mescolare abilità così differenti».
Nel mito di Core
Quando ha iniziato ha dovuto scovare il posto giusto, ora a Torino ci sono sei palestre dedicate a queste attività «cresciamo e siamo destinati a diventare più popolari, lo sport sta allargando gli orizzonti e questi nuovi ingressi olimpici non sono certo solo pubblicità. Rispondono a una reale rivoluzione. Una volta c’erano solo le scuole calcio, ora i bambini provano altro, l’arrampicata poi ti permette di restare ragazzo. La puoi fare fino a 70 anni e anche a livello agonistico garantisce carriere lunghe».
Ghisolfi segue le orme di Christian Core, specialista del Boulder, capace di vincere un Mondiale nel 2003: «Sì, piano, è un mito, io sto a un decimo di quello che ha fatto...». Ma lui non aveva le Olimpiadi.