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 2017  giugno 16 Venerdì calendario

«Lo dice la Scienza: unire la Ue è impossibile». Intervista a Piero Angela

Alla soglia dei 90 anni Piero Angela ha deciso di cimentarsi per la prima volta in un nuovo genere di divulgazione: quella sulla propria vita. Nella sua autobiografia Il mio lungo viaggio. 90 anni di storie vissute (Mondadori, pp. 228, euro 19) mischia aneddoti e riflessioni su passato, presente e futuro, dall’infanzia in tempo di guerra alla lunga carriera in Rai, prima come giornalista inviato all’estero poi come ideatore di programmi di approfondimento. Senza dimenticare la passione per il jazz, del quale è anche grande interprete al pianoforte. 
A Parigi negli anni ’50 intervistava personaggi illustri a casa loro, mentre oggi è difficile avvicinare i grandi nomi di cultura, arte e spettacolo: è cambiata un’epoca? 
«Adesso c’è una selva di media e gli intervistati hanno l’imbarazzo della scelta, mentre all’epoca un po’ di tv faceva comodo a tutti. Solo una volta ho avuto un rifiuto, quando scoprii che a Parigi viveva ancora il principe Feliks Jusupov, uno degli assassini di Rasputin». 
Quando era a Bruxelles un ministro italiano le disse «Quello che ci interessa è farci vedere». Oggi le pare diverso? 
«Non posso dire di chi si trattasse, ma credo che le cose siano cambiate in meglio. Eravamo più provinciali di francesi, inglesi e tedeschi, che erano più preparati sia per studi sia per esperienza. E poi sicuramente non c’era grande interesse per posti di prestigio a Bruxelles. Oggi invece la gente che va su è preparata». 
Nel libro traspare un po’ di scetticismo per l’Unione europea. 
«Sono europeista e vorrei gli Stati Uniti d’Europa, ma credo che oggi siano ormai molto difficili. Unire 28 Paesi che hanno economie, lingue e culture diverse non è possibile. È già miracoloso quello che è stato fatto con la moneta unica. Sia in Italia sia in Francia vediamo movimenti antieuropeisti. Speriamo in questo nuovo spirito europeo di Emmanuel Macron». 
Si rivolge spesso ai giovani con consigli preziosi: fare autocritica, mai accontentarsi, puntare all’eccellenza. E suonare musica. Come vede i ragazzi di oggi? 
«Nel dopoguerra tutto era da conquistare, c’era un orizzonte che spingeva a migliorare le cose. Oggi i giovani vedono un futuro molto scuro, non trovano lavoro, ma non sono certo bamboccioni che stanno a casa a pisolare. Scontano pure le nuove tecnologie e l’automazione che sottrae posti di lavoro, nonché la situazione economica e politica che non premia il merito». 
Nel libro ricorda Oriana Fallaci come una persona irascibile. 
«L’ho incontrata alcune volte durante il progetto Apollo. Mi stupì quel suo carattere. Ma era una grande professionista: c’erano intere giornate di attesa che noi passavamo in piscina, mentre lei era sempre in stanza a scrivere. Anche se per i miei gusti i suoi articoli erano troppo lunghi». 
Parla anche di Silvio Berlusconi: le ha mai offerto di andare a Mediaset? 
«Formalmente non ho mai ricevuto offerte, anche se una volta mi face capire che mi avrebbe accolto a braccia aperte. Ma il mio posto era alla Rai, che mi ha sempre lasciato libertà, senza guardare agli ascolti né limitandomi nei contenuti». 
Perché la Rai, a parte poche eccezioni, non produce grandi documentari da vendere all’estero come fa la Bbc in Inghilterra? 
«La Bbc fa bellissimi documentari  di natura perché ha risorse, specialisti e una rete di ricercatori in tutto il mondo alla quale si appoggia localmente. La Rai non ha fatto questa scelta perché in Italia non c’è cultura naturalistica. Vicino a Londra la Bbc ha un centro con laboratori, terrari e acquari e il direttore è uno zoologo. È una mentalità completamente diversa. Se noi ci mettiamo a fare concorrenza su quello perdiamo. Dobbiamo invece occuparci di arte, ma con uno sguardo internazionale». 
Scrive di aver avuto timore del «tiro al piccione» quando suo figlio Alberto iniziò a lavorare con lei. 
«Fu nel 1994, quando aveva 32 anni e molte esperienze internazionali, con contratti di un anno. Perché questo va detto: non abbiamo contratti a tempo indeterminato e se sbagliamo trasmissione l’anno dopo restiamo a casa. 
In Rai è pieno di parenti... e anche nei giornali i cognomi ricorrono, ma in parte è normale: una volta le professioni si passavano di padre in figlio». 
Dunque ci sarà una terza generazione di Angela? 
«Chi lo sa! I primi due nipoti fanno altre cose e gli altri studiano. Per questo mestiere però servono certe doti: ha un’altissima visibilità e al minimo errore la paghi perché ti vedono milioni di persone. E se uno ha un cognome conosciuto lo deve fare ancora meglio». 
Suo figlio resta in Rai? 
«È Alberto che deve decidere, magari ci sono offerte più allettanti. Anche se io non gliel’ho mai chiesto e lui non me ne ha mai parlato. Ma mi hanno detto che per il nuovo direttore generale della Rai il problema del tetto ai compensi non si pone più». 
L’allievo ha superato il maestro? 
«Lui è più bravo di me in tante cose, ma il vecchio padre non è da buttare in altre (ride, ndr). Da papà sono molto felice per i suoi successi». 
Ultima domanda: lei e sua moglie Margherita siete sposati da più di 60 anni, qual è il segreto? 
«Bisogna avere un buon rapporto ma soprattutto stima reciproca. E mai litigare. Abbiamo avuto problemi come tutte le coppie, ma sempre trattati in modo razionale. A Norberto Bobbio, a oltre 90 anni, chiesero cosa rimanesse alla fine: lui rispose “gli affetti che si hanno intorno”. Quello che conta, al di là di tutto, è il rapporto con gli altri. Anche se io, da buon piemontese, non esterno molto i miei sentimenti».