il Fatto Quotidiano, 16 giugno 2017
Tra scandali e cause: Uber in Italia fa resistenza passiva
A guardarla dall’esterno, attraverso la narrazione mediatica, in questi giorni Uber (la società americana che ha ideato l’applicazione che permette di offrire un servizio di trasporto alternativo ai taxi tradizionali) sembra sul punto di sgretolarsi. Qualche settimana fa, l’addio del responsabile finanziario, Goutam Gupta (ufficialmente per una nuovo impegno manageriale) dopo l’annuncio di una perdita netta di 708 milioni di dollari nel quarto trimestre dell’anno seppur su un fatturato in aumento del 18 per cento, a 3,4 miliardi di dollari. Due giorni fa, invece, l’aspettativa dell’ad Travis Kalanick dopo lo scandalo sessuale che ha portato al licenziamento di venti persone. Faccende americane che porteranno quanto meno a una riorganizzazione identitaria e dirigenziale dell’azienda, mentre sul lato commerciale si continua a spingere e si parla anche di ‘ uberizzare’ i camion.
In Italia, la partita si gioca a un altro livello. Il problema maggiore riguarda la sopravvivenza dell’applicazione. Manca una legge che tuteli l’esistenza di Uber, tanto nella sua forma Pop (ogni proprietario di un’auto può nel tempo libero mettersi a dare passaggi a pagamento) sia nella sua forma Black (servizio offerto dai titolari di licenza Ncc) e la gestione è lasciata ai tribunali. A fine maggio, ad esempio, il giudice di Roma ha revocato l’ordinanza del 7 aprile che aveva bloccato in tutta Italia Uber Black e aveva stabilito l’oscuramento della app. Il mese prima, il tribunale aveva accolto il ricorso per concorrenza sleale delle associazioni di categoria dei tassisti: in pratica, aveva stabilito che la norma del 2008 che regola il servizio di trasporto non di linea, e che prevede molte restrizioni per gli autisti Ncc – come l’obbligo di rientro in rimessa dopo ogni corsa o il dover sottostare alle restrizioni comunali – sarebbe sempre stata in vigore nonostante negli ultimi otto anni il ministero dei trasporti non abbia mai emanato i decreti attuativi. Aveva, in sostanza, ignorato anche l’ennesimo emendamento Dem che, nel Milleproroghe, rimandava al 31 dicembre 2017 il termine entro il quale il ministero avrebbe potuto emanarli. Nell’ultima ordinanza, invece, è stata dichiarata proprio “l’insussistenza dell’obbligo di stazionamento all’interno della rimessa, l’insussistenza del divieto di stazionamento su suolo pubblico, l’insussistenza dell’obbligo di ricevere prenotazioni presso la rimessa”. E in entrambi i casi, tra sospensive e riserve, il servizio era stato mantenuto attivo.
E così, nonostante il caos giudiziario che va avanti da più di due anni, Uber Black in Italia non si è mai fermata (Uber Pop è invece bloccata da quando l’ha vietata il Tribunale di Torino, un anno fa) e risultano attualmente 83mila utenti attivi e circa un migliaio di guidatori. L’azienda aspetta la riforma del settore (la legge sul trasporto risale al 1992) contenuta in una delega del Ddl concorrenza. L’obiettivo, spiegano, è raggiungere tutte le città d’Italia oltre a Roma e Milano, le due dove il servizio è ancora attivo. Ma, al momento, le sole certezze arrivano dal nord Europa: ieri l’Estonia ha approvato una legge che liberalizza il trasporto cosiddetto point to point, amalgamando di fatto i regolamenti per il taxi e la condivisione delle corse in auto. Qualche settimana fa, invece, la Finlandia ha stabilito che non ci sarà più differenza tra taxi e altri servizi, ha introdotto un’apertura alle tariffe, nessun limite territoriale, possibilità d’impresa con una sola licenza e l’obbligo di dichiarare al fisco tutte le corse per pagare le tasse. Una riforma utopistica per l’Italia. Anche perché i tassisti non sono intenzionati a lasciar passare alcuna concessione. “Aspettiamo la pronuncia della Corte di Giustizia Europea”, rispondono con sfida: dovrebbe arrivare entro fine anno. Ma non sarà vincolante.