il Fatto Quotidiano, 16 giugno 2017
Il buco nero dei sospetti che inghiotte i presidenti. Impeachment - 1972, Nixon e il Watergate
Nixon e Trump. C’è davvero somiglianza fra le due storie e i due destini?
Nonostante la memoria che ancora adesso ne hanno molti americani (“tricky Nixon”, Nixon l’imbroglione) Richard Nixon non è stato, prima della famosa vicenda del Watergate, un cattivo presidente. Ha dato un nome indimenticabile al più grande scandalo americano (“Watergate”, dal nome dell’edificio in cui lo scandalo si è compiuto) ma ha avuto come consigliere per la Sicurezza nazionale e poi come ministro degli Esteri, Henry Kissinger, forse il più grande intellettuale della politica in servizio in una posizione di grande potere nella storia americana. A Kissinger (ma anche a Nixon che ha capito e si è assunto la responsabilità del gioco) si deve la mossa politicamente geniale, in piena guerra fredda, di “apertura” alla Cina.
Il buco nero della caduta di un presidente già così affermato è un episodio incredibile di politica interna. La caduta di Nixon si realizza in due parti. Nella prima rubare le carte e i piani elettorali del partito democratico, usando ladri professionali, ed esponendosi alla inevitabile scoperta del fatto.
Nella seconda resistendo con tutte le forze a un’inchiesta giudiziaria sempre più ostinata ed estesa che ha travolto tutti i collaboratori del presidente e poi il presidente stesso, rimasto solo ed esposto al processo detto “Impeachment”. Lo ha evitato con le dimissioni e l’abbandono della vita politica.
Donald Trump è all’inizio del suo mandato, ha preso poche decisioni, alcune cancellate dai giudici per anticostituzionalità, è rimasto estraneo alla vita politica e al partito repubblicano di cui dovrebbe essere il leader. Trump non ha una sua America, come Nixon, non ha i suoi successi, a confronto con le imputazioni.
E le imputazioni sono gravi: “ostruzionismo alla giustizia” che vuol dire usare il suo potere per impedire indagini; e rapporti inspiegati e segreti dei suoi collaboratori più stretti (uno già dimesso) con la Russia di Putin. Come si vede il caso di Trump è più grave di quello di Nixon, perché lo inseguono due imputazioni molto diverse ma altrettanto pesanti.
Eppure, per ora, almeno, corre meno pericolo. L’America è una società di fatto, molto più che uno Stato di diritto, la forza delle istituzioni è morale più che giuridica, e si realizza nella forza delle persone che rappresentano le istituzioni.
Trump è un personaggio volgare e forte che non ha l’astuzia di Nixon, anzi ha un modo di agire grossolano, vendicatore, con aspetti di infantilismo. Ma a differenza di Nixon, è fronteggiato da uomini più deboli e più indecisi di coloro che hanno tenuto Nixon in Stato di assedio e poi lo hanno costretto alla resa. Nessuna legge scritta, in America, dice che cosa si dovrebbe fare di fronte ai possibili reati compiuti da Trump e dal suo cerchio interno.
E la vicenda di Nixon, così simile moralmente, ma così diversa quanto al reato, alle complicità e alla raccolta di prove, non costituisce “precedente legale”.
Un’altra differenza è che i senatori e i deputati repubblicani sono attanagliati dal dubbio del rischio peggiore per la loro prossima rielezione. È nel mostrarsi veri patrioti e lasciare cadere Trump, o nel mostrarsi leali repubblicani che lo difendono comunque?
Di momento in momento un nuovo evento potrebbe bloccare o sbloccare questa incertezza. Ma per ora il vento è fermo. Conta anche il fatto che in parlamento non esiste una figura grande e autorevole capace di dire a Trump che cosa deve fare e di tener testa al suo furore, come ha potuto fare il senatore Goldwater, la più autorevole figura del partito repubblicano, con Nixon.
Infine perché non ricordare che Trump, che pure appare ogni giorno un po’ più colpevole, è immensamente ricco? Noi italiani dovremmo sapere che questo dettaglio conta, in politica.